Un bagno nella steppa

melo acqua steppa by hannah

(disegno di hannah)

La vita è romanzo ?
Tutto sta ad intendersi.
In fondo, ci sono romanzi dove non succede niente di particolare, eppure sono capolavori.
Ecco, rispetto a certi romanzi intimistici ed autocentrati la mia vita mi appare come un thriller hollywoodiano tipo “Angeli e Demoni”.
Faccio per dire, si capisce.

Prendete questa.
Siamo a cavallo tra la fine degli anni 80 e l’ inizio dei 90. all’ incirca attorno alla caduta del Muro di Berlino, di cui ho parlato un po’ di  tempo fa. Narravo le vicissitudini per raggiungere Leningrado, in quegli ambigui tempi in cui la Russia non era più tanto comunista e non sapeva ancora cosa sarebbe diventata. Che poi, per dire, Leningrado non era neppure la destinazione finale ma solo un passaggio obbligato per raggiungere con un ulteriore viaggio di due o tre ore in macchina la meta, il luogo risultante dalla compromissione col presente, la città artificiale nata per servire la Raffineria, che questa era l’ usanza sovietica dei tempi. Se lavoravi in impianto ti spettava la casa.

Una città, dunque, sorta dal niente in mezzo al niente, palazzoni su palazzoni di calcestruzzo prefabbricato mal assemblato, un paesone in riva al fiume, unica attrazione turistica immaginabile, la statua oversize di Lenin sulla piazza della posta.

Non che ci fosse poi tanto da andare a spasso, in mezzo alla steppa in inverno tira un vento gelido che ti fa rapidamente passare la voglia di una boccata d’ aria.
La volta che mi capitò di arrivarci in piena estate, invece, scoprii che il fiume faceva da vivaio per una specie particolarmente aggressiva di gigantesche ed instancabili zanzare stakanoviste, di proporzioni per l’ appunto sovietiche.
Insomma, quale che fosse la stagione, la voglia di una boccata d’ aria passava in fretta, e ci si rifugiava nell’ unico posto possibile, il bar dell’ unico albergo della città. Albergo sorto anch’ esso, manco a dirlo, al servizio della Raffineria.

Già, l’ albergo.
Al pensiero ancora rabbrividisco.
L’ edificio, come del resto tutti quelli della città, era realizzato in pannelli prefabbricati di calcestruzzo, pannelli malamente assicurati e tenuti insieme con la malta. Il marciapiede era fatto anche lui con pannelli prefabbricati, poggiati in modo diseguale, le scale con gradini di altezza diversa, un delirio di asimmetrie.
La stanza era disadorna come si conviene, un letto singolo senza lenzuola con una trapunta sopra, un mobiletto con due grucce due per appendere i vestiti, una moquette consunta e bagnaticcia, un forte odore di muffa.

L’ apoteosi mi attendeva in bagno.
All’ apertura della porta la lama di luce proveniente dalla camera fu il segnale di fuga per una miriade di piccole creature che si aggiravano sul pavimento, quando poi accesi la luce del bagno le ritardatarie preferirono immobilizzarsi terrorizzate sperando di non essere viste. Figuriamoci.
Piccoli scarafaggi, a decine.

Il lavandino aveva lo scarico libero, l’ acqua colava direttamente sul pavimento ed avrebbe dovuto raggiungere l’ apposito foro di scarico posto in un angolo in fondo al piccolo locale, sotto al lavandino stesso.
Avrebbe dovuto.
In realtà la pendenza del pavimento era opposta, e l’ acqua scaricata pertanto, dopo aver circumnavigato i miei piedi, si dirigeva con sicurezza nella direzione della moquette della camera da letto.
Mi toccò fare, freneticamente, una specie di argine con gli asciugamani, ottenendo peraltro ben miseri effetti.

Mi soffermai ad ammirare il piccolo bagno con un senso di smarrimento, cercando di immaginare una plausibile sequenza costruttiva in grado di dar conto del risultato che avevo sotto gli occhi.

Pareva che il capomastro avesse per prima cosa dato istruzioni di piastrellare a dovere tutte le pareti, cosa che i suoi operai avevano fatto, pur con un allineamento ed una planarità che molto lasciavano a desiderare. Sorvoliamo.
Venuto ad ammirare il risultato, immaginavo il capomastro darsi una manata sulla fronte esclamando : “Mannaggia, e i tubi ?”
Effettivamente.
Al che i suoi operai avevano provveduto ad installare i tubi dell’ acqua, assicurandoli con robuste staffe che avevano fissato alle pareti, fracassando decine di piastrelle sottostanti.

Al secondo sopralluogo il capomastro doveva essersi dato un’ altra manata esclamando : “Ma qui serve un lavandino ! ”
Immediatamente gli operai avevano provveduto ad installarne uno, poggiandolo (attenzione, ho scritto “poggiandolo”, non “fissandolo”) su due gigantesche zanche infisse alle pareti. Altra strage di vittime innocenti fra le piastrelle, naturalmente.
Scarico libero sul pavimento (e sui piedi dell’ utilizzatore), come già sappiamo.

Finito anche questo lavoro, al capomastro doveva essere venuto in mente che un bagno come si deve non può fare a meno dell’ omonima vasca. Naturalmente.
Purtroppo lo spazio è quello che è, l’ architetto forse non ci aveva pensato, ma il fatto è che la vasca una volta installata ed addossata al muro, occupava metà del pavimento del piccolo bagno, arrivando diciamo fino alla linea di mezzeria del lavandino precedentemente collocato.
Insomma, ci si lava le mani un po’ decentrati, e storti, in piedi davanti alla metà sinistra del lavandino, a meno che non si preferisca tenere un piede dentro la vasca da bagno e l’ altro fuori.
Opto per il lavacro  decentrato e pendente.

Osservo che a quel punto sarebbe stato poco pratico installare nuovi tubi dell’ acqua e rubinetti per la vasca da bagno, per cui, in un sano spirito di economia, si era pensato di servire lavandino e vasca con un’unico rubinetto a bandiera stile cucina a due lavelli. Spostato verso destra, il rubinetto serve il lavandino, spostato a sinistra tenta di servire la vasca da bagno.
Tenta.
Ma non ci arriva.
Mannaggia.

Niente paura. La direzione dell’ albergo offre, senza sovrapprezzo, un comodo tubo di gomma che applicato al rubinetto, consente di far arrivare l’ acqua fino alla vasca. Quanto a farla uscire, scarico a pavimento, e con un brivido mi trovo a pensare ai possibili e devastanti effetti derivanti da un rapido svuotamento della vasca. Chissà se ci aveva mai provato qualcuno.

Per radersi serve pure uno specchio, deve aver pensato il coscienzioso capomastro, e lo specchio è stato doverosamente fornito in generose dimensioni di 30 x 30 cm.
Purtroppo, a questo punto il bagnetto era già piuttosto ingombro, piazzare lo specchio sulla linea di mezzeria del lavandino non si poteva a causa dei tubi, sulla destra nemmeno causa pilastro, non rimaneva che piazzarlo sulla sinistra, sì, insomma dalla parte resa inaccessibile dalla vasca.
D’ altra parte, radersi senza specchio sarebbe pure peggio, pensavo dunque quella mattina mentre mi radevo appunto in equilibrio sulla gamba sinistra a contatto col bordo della vasca, il busto proteso al di sopra di quest’ ultima e la gamba destra sollevata in fuori a fare da contrappeso.

Non è possibile, pensavo.
Non è possibile che l’ imperizia della manodopera arrivi a tanto.
L’ avessi fatto io, questo lavoro, senza nessuna conoscenza del mestiere, l’ avrei fatto meglio. Ma soprattutto, non mi sarei rassegnato a lasciarlo in queste condizioni, nemmeno per sogno.
Mi sarei insultato da solo.
Questione di rispetto per se stessi. Questione d’ orgoglio.
E allora, finalmente, mi parve di trovarci un senso.

Certo, nessun operaio accetterebbe di consegnare un lavoro in queste condizioni. Se lo fa, vuol dire che non sta semplicemente lavorando male.
Sta lanciando un messaggio. Un messaggio a chi comanda.

Un messaggio che rimase inascoltato finché non fu troppo tardi.

Annunci

11 commenti su “Un bagno nella steppa

  1. azalearossa1958 ha detto:

    Che mito!!!Sei riuscito a farmi spanciare dalle risate anche nella descrizione di una situazione che aveva più del triste e del misero, che non del comico… eppure….Sei proprio Melo-GRANDE!!!

  2. melogrande ha detto:

    E' tutto vero, azalea, giuro !E' che ad un certo punto le situazioni diventavano così assurde che non si poteva far altro che ridere …

  3. capehorn ha detto:

    Effetti visibilmente più che spartani della N.E.P.Conoscendoti abbastanza, mi vian da pensare che questa non sia un'elegia all'ultimo Piano Quinquennale.Sorrido amaro, pensando a quanti e quali danni può l'uomo su di se e sugli altri.E nel nome di cosa, poi.

  4. Lillopercaso ha detto:

    Ahahahahah !!!  Ti ci vedo riderci su, se non altro pregustando la descrizione che ne avresti potuto tirar fuori!Forse un capitolo di Angeli & Demoni (il titolo rende l'idea), o forse un film di quelli dove non succede niente ma c'è tutto…A me ha richiamato alla mente la stanza d'albergo di Burton Fink, con la tappezzeria che a poco a poco si scolla tutta, nonostante l'affannato tentativo del suo occupante di 'tenerla su'. Qui se ne vede un pezzetto. Certo, se lì ci fosse stato il mare, anziché la steppa…Peccato, il codice non è disponibile. Lo copioincollo.



     

    Ottima l'idea del messaggio lasciato a bella posta dall'operaio… avrebbe potuto essere l'inizio di un altro tipo di film, invece è stato il finale.

    Ora ti saluto e faccio un salto indietro, a Berlino…

  5. melogrande ha detto:

    Guarda cape, a quei tempi frequentavo anche la Lituania, e li' avevano avuto la pensata di destinare dei piccoli terreni ad uso privato anziche' collettivo.Erano solo orticelli, ma mentre al mercato si trovavano cetrioli e poco altro, da quegli orticalli veniva fuori di tutto, lussureggiavano proprio, praticamente mancavano solo i banani.Più chiaro di cosi' non avrebbe potuto essere, il messaggio…

  6. feritinvisibili ha detto:

    .. in questo momento mi vengono più facili delle parole, prima o poi smetto giuro..

  7. melogrande ha detto:

    Smettere ? E perche’ mai ?
    Spero proprio di no.
    Il disegno e’ perfetto, col tuo permesso te lo rubo.

  8. tittidiruolo ha detto:

     appena finito di leggereCerto, nessun operaio accetterebbe di consegnare un lavoro in queste condizioni. Se lo fa, vuol dire che non sta semplicemente lavorando male.Sta lanciando un messaggio. Un messaggio a chi comanda. Un messaggio che rimase inascoltato finché non fu troppo tardi.Ho pensato, questa persona (TU) è veramente buona d'animo: è riuscita a farsi una ragione trasformando in  merito a chi ha combinato un disastro,oppure era veramente disperata: o così o la fuga.

  9. melogrande ha detto:

    Mah, titti, davvero non saprei se sono poi così buono…In realtà cercavo solo di trovare un senso in qualcosa che andava troppo al di là della semplice negligenza.Sembrava fatto apposta per mostrare disprezzo, ecco.

  10. RedPasion ha detto:

    "Questione di rispetto per se stessi. Questione d’ orgoglio"questo pensiero è lapidarioe supera tutto il resto…ed è un mio abito professionalema…ovviamente… rimane un abito finché mi lasciano il corpo…se lo stato o gli assistiti (clienti) si prendono anche il corpo…non hai più dove attaccare l'abitodetto ciò…brano brioso, più del solito.sarà la primavera

  11. Pannonica ha detto:

    è bello voler cercare un senso anche dove non c'è… è un modo di pensare positivo che, in qualche modo, ti invidio.l'assenza di un senso nelle cose o l'assenza totale di buon-senso è, nella mia personale esperienza lavorativa (e non), un dato di fatto con cui devo confrontarmi spesso.mi viene in mente una frase letta tanto tempo fa e che è stata anche, e a lungo, il sottotitolo del mio blog:niuna impresa, per minima che sia, può avere cominciamento e fine senza queste tre cose: cioè senza sapere, senza potere, senza con amore volere.(anonimo fiorentino del 1300)

che ne pensi ?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...