La democrazia, l’ America ed altre banalità

Prendo spunto da alcune considerazioni che qualche tempo fa udii esprimere a Bernard Hénri Levy a proposito dell’ America.
L’ America, in effetti, sembra un po’ contraddire il concetto stesso di nazione.
Non c’è un popolo comune, ma un guazzabuglio delle etnie più disparate, ognuna con le sue radicate tradizioni e talvolta con la sua lingua. Non c’è omogeneità di territorio, ancor meno di religione.
Eppure gli U.S.A. sono, indiscutibilmente una nazione, con un’ identità molto forte e perfettamente riconoscibile, nonché da tutti riconosciuta. Da dove viene questa identità ? cos’ hanno in comune gli americani al di là delle mille differenze ? che cos’è che fa dell’ America una nazione ?
La Costituzione, risponde Levy.

Tutti gli americani, di ogni razza, lingua e religione, si riconoscono nella Costituzione americana, e questo riconoscersi già gli fornisce la motivazione per rimanere uniti, tutti parte della stessa comunità, indipendentemente da ogni altra appartenenza. Questa fede comune nella Costituzione è per Levy il vero collante della società americana.

Questa “fede” vale più di ogni principio di tolleranza, viene a monte del principio di tolleranza stesso e lo rende in qualche modo felicemente superfluo. La tolleranza, infatti è la rassegnazione della democrazia: si impara a tollerare gli altri soltanto quando si è persa ormai la speranza di integrarsi, di costruire un’ identità comune e non resta che riconoscere ad accettare questo reciproco rimanere diversi. Una società tollerante, dunque, è una società che manda già un segnale d’ allarme, una società che sta abbandonando la pienezza della democrazia.

Il punto importante qui è riconoscere che l’ America ha avuto successo nel proporre un modello di nazione basato sulle idee e sui principi, non sulle etnie, anzi col principio specifico del superamento delle etnie solennemente sancito: “E pluribus unum”. Il “carattere americano” si è costruito sulla base dei diritti comuni estesi a tutti i cittadini, incluso il famoso (e curioso) diritto alla ricerca della felicità, e su questa base l America ha realizzato l’ aggregazione.

In fondo ci sarebbe da riflettere che proprio questo dovrebbe essere il destino di ogni etica laica, quello di confluire in un insieme di valori condivisi da porre alla base di un contratto sociale. Una specie di religione immanente, di fedeltà senza fede. Quasi come dirsi “Va bene, vediamo di fissare alcuni punti sui quali siamo tutti d’ accordo, anzi più che d’ accordo. Dei punti sui quali siamo tutti disposti ad impegnarci, non soltanto a rispettarli, ma a sostenerli e difenderli contro chiunque. Il rispetto di questi principi non deve derivare dalla paura delle eventuali sanzioni ma semmai dalla consapevolezza che trasgredirli significa mettersi da soli al di fuori della convivenza, attirarsi la giusta riprovazione degli altri, finire in un inevitabile isolamento sociale.

Riecheggiano qui le parole di Pericle nel suo epitaffio per i morti di Cefalonia. Quel sentimento proattivo in cui la democrazia ateniese prende sostanza dalla partecipazione convinta dei suoi cittadini, che reputano un male il non partecipare al dibattito pubblico, o peggio ancora, non prepararsi adeguatamente a questa partecipazione.
 

 

Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione.

In fondo il meccanismo che rende forte ed efficace una democrazia è al tempo stesso semplice ed efficace: un insieme di principi condivisi posti a presidio della convivenza, ed un impegno di tutti a partecipare alla vita pubblica in prima persona.

Il primo punto è quello che dà origine alle Costituzioni, che sono dichiarazioni di principi. Il secondo è quello che mantiene viva la democrazia e ne impedisce il tramonto.

La religione dei Greci era principalmente una religione civile, e probabilmente l’ unico vero elemento di coesione fra le polis. Gli dei non erano fuori o al di sopra del mondo, erano dentro il mondo, si manifestavano nel mondo ed attraverso di esso. Un dio poteva manifestarsi nel fulmine come in una fonte, nella tempesta sul mare come in bosco. Ma anche immedesimarsi in una città come Atena.
In questo caso, prendersi cura della città era come prendersi cura della dea stessa a cui la città era sacra, era un atto religioso ma di una religiosità civile.

Per noi è difficile persino immaginarlo un sentimento di questo tipo, la religione è diventata “altro” e nelle democrazie avanzate la si separa accuratamente dalla cura della cosa pubblica. Il laicismo ci rende più difficile mantenere viva una dedizione civica di questo tipo.

Ci si può arrivare proprio attraverso la Costituzione, assimilandola ad una sorta di catechismo civile, una dichiarazione scritta di principi etici condivisi. Impegnarsi nella difesa di questi principi diventa una sorta di religiosità laica, un rispetto per le cose in cui si può credere quando non si crede più in Dio.

Cose semplici, banali quasi, ma chissà perché sembrano addirittura strane, in questi tempi così poco propizi.

Addapassà a nuttata, diceva Edoardo.

E banalità per banalità, mettiamoci pure una canzone di protesta come non se ne scrivono più …

 
 
 
 

 

 

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14 commenti su “La democrazia, l’ America ed altre banalità

  1. Pannonica ha detto:

    Impegnarsi nella difesa di questi principi diventa una sorta di religiosità laica, un rispetto per le cose in cui si può credere quando non si crede più in Dio.

    E’ proprio questo il punto (ma anche il segreto): bisogna CREDERCI.

    Imparare a credere… ce la faremo?

  2. melogrande ha detto:

    Ce la faremo ?
    Non lo so.
    Gli americani, dice Levy, ce l’ hanno fatta. Ci credono.

    A volte penso che NOI invece siamo da un lato troppo cinici e disincantati, dall’ altro troppo furbastri per credere veramente in qualcosa che non sia qualcosa a cui ci CONVIENE credere.

    Ma su una base di pura convenienza non si arriva da nessuna parte.

  3. feritinvisibili ha detto:

    A me sembra che siamo un po’ tutti in una specie di stato "saporifero", assuefatti e semidormienti, qui da noi  quel credere che dite voi sembra quasi una parola d’altri tempi..

  4. capehorn ha detto:

    E’ ben vero che la Costituzione é e deve essere il pilastro portante di ogni società. E’, come giustamente affermato, il punto comune a tutti e dentro il quale ci sono i sentimenti eticomorali di ciascuno. Risulta essere una carta d’identità comune. Carta perché scritta, così da non poter essere fraintesa, seppur interpretata, ma con molta attenzione. Identità perché identifica un popolo tra gli altri popoli e i medesimi appartenenti a quello si ritrovano in regole che sentono proprie e misurano la loro appartenza.
    Il fatto che alcuni, con manovre leguleie, vogliano svilire e stravolgere questa carta, da la misura per la quale c’é sempre un tentennamento, un’incertezza nell’accettare regole comuni. Quasi che l’erba del nostro giardino sia effettivamente la più verde. Abbiamo il senso della nazione solo per alcune cose. Ritroviamo quei beni comuni sotto sollecitazioni straordinarie. Forse perché abituati ad essere popolo nella straordinarietà. Il resto dei nostri giorni lo consumiamo, con protervia, nel nostro "particulare", assumendolo come fatto generale. Il " nostro" diventa individualmente e paradossalmente il "mio". Quell’identità va scolorendo se gli altri non sono identici a noi. Ci siamo dati una costituzione e contemporaneamente i mezzi per non credere nei benefici di quella.
    Avvinti come siamo nella triste bellezza, proprio de "A dà passà a nuttata".

  5. tittidiruolo ha detto:

    ce l’hanno fatta ad addormentarci tutti tutti per benino..uno ad uno, chi ha il cervello reattivo se ne va, ad altri conviene tacere e tirare a campare sennò non ce la fa, il resto ..ibernato.

  6. Lillopercaso ha detto:

    Ciao Melogrande, invece io credo alla CONVENIENZA: per dirla terra terra, ma proprio strisciante  con un piede mentale già nel letto: tu riesci a star bene tra gente che sta male?  No? Vedi che uno star bene condiviso CONVIENE. Ma ero passata solo per salutarti, data l’ora.
    POI TORNO…   zzzzzzzzzz

  7. feritinvisibili ha detto:

    ….mi sembra che questo ci stia bene qui…

  8. Lillopercaso ha detto:

    Bentrovato, Melogrande.
    Bel post, ma faticoso, tanta carne al fuoco!
    Tanto per cominciare, m’interessa in modo particolare il  termine tolleranza, concetto che appartiene alle democrazie mature, decadenti, quasi marce.. che non considerano il cosiddetto diverso come uno da scacciare o peggio, ma lo tollerano come si tollera un reumatismo quando non se ne può farne a meno. E comunque resta una cosa estranea.
    Che sia un’idea malata, secondo me, lo dimostra il fatto che si accettino i comportamenti più asociali, o violenti, proprio in nome di una tolleranza che è ipocrisia e paura. Della tolleranza non dovrebbe essercene bisogno se ci fossero regole precise da cui non derogare, come quelle sancite dalla costituzione. O dalla carta dei diritti umani. Devo capirla bene questa cosa, dato che oggi stavo per litigare con una maestra di scuola, perchè insegna ai bambini, appunto, la tolleranza. Iniziamo bene! E litigare non voglio, voglio che ci si capisca, e quindi prima devo capire bene io.
    D’altro canto io ‘tollero’ le cose sgradevoli delle persone cui voglio bene, e loro fanno altrettanto con me.. anzi, di più: sopporto, e a cuor leggero: le trovo comiche!  Allora, come la devo mettere? .
    Non era questo il post, eh!
    Poi, volevo riprendere quel che dice Capehorn, di come il ‘nostro’ diventa paradossalmente il ‘mio’; ed ha ragione a dire paradossalmente: in teoria, delle cose proprie si dovrebbe aver cura… mentre una delle cose che ci manda in rovina, rispetto ad altri paesi, è che altrove gli spazi comuni, materiali o culturali, son considerati come spazi di tutti (ecco il ‘nostro’), qui invece vengon considerati terra di nessuno. Quindi  terra di conquista selvaggia, o discariche, materiali o non.
    Uhmm..  non sono in vena. L’America è lontana!

    Un piccolo aggancio con la  parola tolleranza:  le’ case di tolleranza’.

    Un altro aggancio, a dimostrazione che la tolleranza non porta a niente di buono:
     A catechismo ci insegnavano a ‘Sopportare le persone moleste’..  Ed io, infatti, ne approfittavo, da brava bertuccia!
    Buonanotte a te e a tutti
    e grazie per la canzone, intanto.

  9. capehorn ha detto:

    L’ottima Lillopercaso, ha messo un’altra fascina su questo fuoco scoppiettante.
    La tolleranza. E’ ben vero che non lo siamo, tanto che sta diventando una materia scolastica, a quanto pare.
    Ma non lo siamo perché da una parte ce la suggeriscono, la sbandierano, quasi la impongono dall’alto e tutto ciò non lo digeriamo.
    Questo per i motivi che già abbiamo detto, ma proprio questi intervengono quando la nostra tolleranza viene messa alla prova.
    Siamo tolleranti, ben sopportiamo i fatti del mondo fino a che non vengono nel nostro giardino.
    Esempio banale: il problema del nucleare. Oppure quello della T.A.V. Dicono che sono opere importanti, strategiche. Bene. La Val di Susa é quasi in rivolta e se decidete di fare una centrale che sò a Cesena o peggio a Rimini dopo due giorni avrete 1000 comitati del NO e l’azzeramento o quasi dei vacanzieri. Sono stato eccessivo.
    NO.
    Il paradosso della tolleranza esiste. Non nel mio giardino innanzitutto. E neppure in quello vicino, perché é anche un po’ mio.
    Sì perché stranamente ci accorgiamo di possedere beni comuni,quando questi dovranno essere trasformati in cose di cui diffidiamo, o ci dicono di diffidare.
    Se riduciamo un treno ad una schifezza viaggiante, bhé accampiamo la scusa che l’hanno fatto altri e quindi perché non farlo anche noi.
    La tolleranza si applica quando non sono ancora chiari e consolidati per tutti i diritti, ma soprattutto i doveri di ciascuno.
    L’applichiamo più per scusarci delle nostre ed altrui mancanze, che per mettere a nudo la nostra indifferenza circa il bene comune.
    Più passano gli anni e più mi accorgo che delle parole "scusi, scusa,scusateci" ne stiamo abusando in maniera bulimca e forse siamo già andati oltre il punto di non ritorno.

  10. Lillopercaso ha detto:

    Ciao Melogrande, annullo quell’intanto davanti a grazie per la canzone, perchè presupponeva una continuazione: riguardava proprio "..non nel mio giardino".   Bèla lì, Cape!!!!

  11. melogrande ha detto:

    La mancanza di identita’ come nazione ha molto a che vedere, secondo me, con quel mancato senso di proprieta’ comune, con quella tendenza a distinguere semplicemente cio’ che e’ mio da cio’ che non e’ di nessuno, senza spazio per cio’ che e’ o dovrebbe essere di tutti.

    Il culto del particulare, il distacco sempre più stridente di un privato curatissimo e protetto in mezzo al pubblico abbandono.
    E l’ abbandono si estende anche a principi e valori, coltivo i miei e basta.

    Gli altri al massimo li tollero, come appunto si tollerano i reumatismi.

    Meglio la tolleranza che l’ odio, si capisce, ma c’ e’ una fastidiosa punta di “superior stabat lupus”, in questo atteggiamento.

    Si capisce sottotraccia che si parla tanto di tolleranza quando si e’ un po’ perso di vista il rispetto.

  12. feritinvisibili ha detto:

    Beh, allora mettiamoci questo, per ricordarci di quando (solo poco tempo fa in fondo) in molti italiani è stato vivo quel senso della proprietà comune…

  13. Lillopercaso ha detto:

           Io lascio questa; più che altro per un passaggio musicale che mi

    stringe il cuore.
       

  14. Lillopercaso ha detto:

    l’ho ridotta un po’ troppo .. è quel puntino all’inizio della riga!

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