Tabasco e mariachi


"Disse che il mondo poteva solo essere conosciuto per come esisteva nel cuore degli uomini. Perchè per quanto sembrasse un luogo che conteneva degli uomini, in realtà era un luogo contenuto nei loro cuori e quindi per conoscerlo era lì che bisognava guardare, e per far ciò si doveva vivere con gli uomini e non limitarsi a passare in mezzo ad essi."
Cormac McCarthy – Oltre il Confine

 
“Cabin crew, prepare for landing”.
All’ inizio nemmeno ci credi, il monitor coi dati di volo è lì in bella vista davanti a tutti e lì c’è scritto chiaro che stiamo ancora volando a più di 2,500 metri di quota, dove pensa di atterrare il pilota, su una nuvola ?
No, che sciocco. A Città del Messico pensa di atterrare, e Città del Messico non sarà la capitale più alta del pianeta, va bene, però si difende bene, si distende su un altopiano a 2,300 metri, una quota stratosferica per una grande città.
Dunque è giusto così, metto via a malincuore Cormac McCarthy e nel giro di qualche minuto effettivamente si atterra.
 
Guardo dal finestrino, non è che si veda molto, è notte fonda. La città la vedrò domattina, ritagliandomi qualche ora per percorrerla a piedi, come piace fare a me, accompagnato dalle mille raccomandazioni vagamente angoscianti del capofiliale locale.
Città del Messico è un posto pericoloso, ricordatevelo, lasciate i soldi ed il passaporto in albergo, non date nell’ occhio, non fatevi vedere in giro con orologi costosi, non attirate l’’ attenzione.
Sembra un po’ mia madre, ma ha ragione lui, naturalmente, sa di cosa parla, è stato rapinato lui stesso, come del resto tutti i suoi predecessori nella filiale.
Le leggende metropolitane si sprecano, e chissà se davvero sono leggende, rapinatori scientifici in metropolitana, lavorano a coppie, entrano uno da una porta ed uno dall’ altra del vagone, aspettano che il treno riparta e poi ripuliscono con rapida efficienza tutti i passeggeri prima di dileguarsi alla fermata successiva. Se invece si va in taxi, dicono possa accadere che mentre la vettura è ferma al semaforo un braccio si infili dal finestrino puntando una pistola in faccia al passeggero. Cose così.
 
Decido di andare comunque a piedi, e decido anche di portarmi dietro un po’ di soldi, non tanti, si capisce, ma se dovessi essere rapinato non vorrei che il rapinatore ci restasse male a trovarmi del tutto al verde. E magari si innervosisse.
La camminata per il centro si svolge dunque in uno stato d’ animo abbastanza guardingo e leggermente preoccupato.
 
Cammineremo, Giancarlo ed io, per un paio d’ ore buone, lungo i viali alberati e verso il centro, attraversando alternativamente quartieri fitti di boutiques d’ alta gamma e quartieri di povertà degradata. O almeno così sembra a me appena arrivato; ma il giorno dopo uscendo da Mexico City in auto attraverserò i veri quartieri degradati, le bidonville che si allargano all’ infinito tutto attorno alla città, inarrestabili, salgono sulle colline attorno e scendono dalla parte opposta, ettari ed ettari di lamiera ondulata venuta su più o meno spontaneamente, alla buona, senza troppi piani regolatori, anzi proprio senza regole, per quanto si può giudicare alla vista.
 
Venticinque milioni di abitanti, tanti ne fa l’ area metropolitana di Città del Messico, chissà poi come avranno fatto a contarli, come si può pensare di censire questo magma informe di lacera umanità che vedo sfilare per chilometri e chilometri dal finestrino della mia privilegiata auto a noleggio.

Fuori dalla città il cielo sfodera adesso la purezza assoluta del suo colore blu più intenso, così come si conviene al cielo ad alta quota, cielo di montagna finalmente liberato dall’ invadenza umana.
Allontanarsi da Città del Messico sembra rimettere le cose a posto, non che la povertà scompaia ma scompare almeno quell’ osceno contrappunto col lusso sfrenato evocato dai nomi di stilisti famosi.
E se la povertà non è sparita, ne appare tuttavia cambiata la qualità, più composta e riservata, la parola dignità è quella che meglio descrive la sensazione, una parola solo adesso appropriata a ciò che si vede.
È povertà radicata da secoli, come la gente su questi luoghi, e le radici se non altro questo fanno, conferiscono dignità.
 
A Tula arriviamo al tramonto, il tempo di rinfrescarsi e si scende a cena nel ristorante dell’ albergo, occidentale ed anonimo, non che mi aspettassi altro.
Per niente anonimi invece i due signori seduti all’ unico altro tavolo occupato nell’ intera sala.
Sono messicani, inconfondibilmente messicani, discutono animatamente ed attendono di essere serviti. Ingannano l’ attesa scolando tequila ghiacciata, non sapevo la considerassero un aperitivo, ma da queste parti è proprio così, va buttata giù gelida a digiuno, quarantacinque gradi alcolici e meno dieci di temperatura.
Uno dei due, tracannata la seconda tequila decide di accompagnarla con uno stuzzichino, una piccola fetta di pane che ha lungamente ed accuratamente inzuppato di piccante tabasco fino a renderla di uniforme colore rosso.
Il solo guardarlo mi fa sentire il mal di pancia, nonché provare un senso di istintivo rispetto. Chissà cosa gli porteranno da mangiare. Non lo perdo di vista.
Finisce che gli portano una bistecca, una semplice bistecca alla griglia, però accompagnata da una grossa ciotola di ciò che a prima vista può sembrare un’ insalata di pomodori e invece si rivelano essere peperoncini interi.
L’ uomo dallo stomaco di titanio mangia la sua bistecca condita alla messicana: infilza con la forchetta un boccone di carne ed un peperoncino intero e si caccia il tutto in bocca. Continua così fino ad esaurire con ammirevole sincronia l’ intera bistecca e la ciotola di peperoncini.
Il mio rispetto si trasforma in una ideale standing ovation e nel vago sospetto che questo popolo abbia subito una qualche silente mutazione genetica all’ apparato gastrico.
 
Si va a dormire invocando il dio del fuso orario affinché ci risparmi la consueta tortura dei risvegli multipli in piena notte. Per una volta vengo esaudito e piombo in un sonno profondissimo.
 
Il fragore di fiati e percussioni mi sveglia con violenza brutale.

È come se il mio vicino di camera avesse all’ improvviso acceso lo stereo a manetta. Ritmo messicano, musica di mariachi, festosa e coinvolgente.
Con qualche difficoltà raggiungo l’ interruttore della luce, non ci sono due hotel che lo mettono nello stesso posto, accendo, guardo l’ orologio.
Le tre del mattino.
Questo è un pazzo. Che faccio ?
Chiamo la reception.
Aspetta un momento.
Non è proprio dalla camera accanto che viene questo casino. E nemmeno dalla camera che sta dalla parte opposta.
Piuttosto, quasi, ma sì, sembrerebbe provenire proprio dalla finestra.
La finestra ?
Apro e mi affaccio.
Eccoli.
Dalla parte opposta della strada un gruppo non tanto piccolo di suonatori mariachi sta animando con energia ed entusiasmo una grande festa. Centinaia di persone, molto, molto allegre. Centinaia.
Rassegnazione e cuscino sulla testa.
Naturalmente, non chiuderò occhio.
 
La mattina dopo provo educatamente ad indagare sull’ accaduto.
“Ehm, c’ era un bel baccano stanotte, eh ? Muy rumor, noise, entiende ?” , che lo hanno inventato a fare l’ esperanto, tanto in qualche modo ci si fa comunque capire dappertutto.
“Sì, senor”. Il viso si allarga in un sorriso smagliante non privo di una sfumatura di nostalgia. Chissà dov’ era questo qui stanotte.
“Ehm, era una fiesta ?”
“Sì senor, una fiesta muy grande. Nuestra senora de Vera Cruz. Una fiesta muy importante.” Il sorriso si allarga, beato.
“Si sono messi a suonare alle tre di notte. Tres, entiende ?” Mi aiuto con gesti esplicativi, mostro l’ orologio, poi faccio tre con le dita. Ma lui ha capito benissimo.
“Sì, senor, es normal”. Lo sguardo è un po’ interrogativo mentre cerca di assumere l’ espressione servizievole di chi vorrebbe tanto, ma non capisce come può aiutarti.
“No, usted no me entiende”, ci riprovo, “Non hanno suonato FINO alle tre di notte, hanno INCOMINCIATO alle tre di notte, capisce ?”
“Sì senor”.
E invece no, gli si vede in faccia, continua a non capire cosa ci trovi io di strano.
“…”
“…”
“Ma come mai ?”
“Esta es la tradicion, senor …”
 
Non è tanto facile lasciarmi senza parole.
 
 
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18 commenti su “Tabasco e mariachi

  1. REIIERSE ha detto:

    Io ricordo in Brasile, quando venni svegliata da urla e risate di bambini. Guardai l’orologio, le 05.30, fuori albeggiava, ma alzando gli occhi c’erano ancora le stelle ed il nero del cielo. Affacciandomi dalla grande finestra che dava sull’oceano, vidi uno sciame di piccole figure scure che si buttavano in acqua a cavallo di tavole. A quell’ora??? Guardando meglio erano tutti bambini, e a qualcuno mancava una gamba, (gli squali mi disse l’uomo alla reception) ridevano scherzavano e si chiamavano l’un l’altro mostrando la propria capacità.
    Scendendo dall’albergo alle 9, gli stessi li trovavo a camminare su e giù per la spiaggia a raccogliere lattine.

  2. feritinvisibili ha detto:

    Può darsi che i messicani con quello che mangiano e bevono a cena non riescano a dormire prima dell’alba e che per loro sia normale andare a far festa alle tre di notte?
    Buon fine settimana Francesco ((:

  3. utente anonimo ha detto:



     

    Lillo

  4. utente anonimo ha detto:

    E ancora..

  5. capehorn ha detto:

    La disarmante semplicità con cui ti ha lasciato senza parole il receptionist, mi ha fatto scompisciare.
    Ahhh, cosa avrei pagato per guardare la tua di faccia. L’assoluto stordimento dinnanzi alla umiltà di una cosa nota, normale, usuale.
    E poi il sospetto di una possibile trasmigrazione di chissà quale morbo intestinale, dai due commensali a te e lo sguardo sospettoso che sicuramente hai lanciato a quel concentrato di capsicina, che al solo pensiero uno si sente già devastato.
    Che dire poi della passeggiata chicana.
    L’inquietudine per una gigantesca bidonville, che come un’anello cinge la matropoli. Anzi più che un anello nuziale parrebbe un cappio. Pronto a stringerla e soffocarla di più di quel che é già.
    Mi complimento per il tuo affabulare. Rimarrei ad ascoltare per ore i tuoi racconti. Sono la  fotografia di una realtà toccata con mano e offerta senza aggiungere, nè togliere nulla all’immagine.
    Grazie per il viaggio e per la sana risata. I mariachi; mitici.

  6. RedPasion ha detto:

    sono presente assente…
    spero tu possa perdonarmi…

  7. larpaderba ha detto:

    Gradevolissimo il tuo resoconto, in sintonia col "respiro"  della foto e della splendida citazione da Oltre il confine di  Cormac McCarthy!
    Un sorriso per te.

  8. utente anonimo ha detto:

    ciao! Ogni tanto mi faccio un giro in questa tua Città del Messico e Nuvole, che vidi di striscio ripromettendomi di tornare. Invece.. mi beo nel leggere questa storiella. Mi capitò una cosa simile, altrove; e dopo svariati tentativi di porvi rimedio, uno, il più ovvio, si rivelò efficace: scesi in strada e mi unii alla festa. Con la differenza che io, il giorno dopo, non avevo un ficus secco da fare, se non dormire e rimpinzarmi di ‘mole’ e ‘burritos’. Ciononostante, dormigliona come sono, ero un po’ seccata, e dissi loro che eran matti da legare. "Muy gracias, señora!!"  mi risposero, allargando, se possibile, il sorriso.  L’avevano preso per un complimento.
     grazie per l’escursione                  Lillo

  9. melogrande ha detto:

    Eccomi, con colpevole ritardo..

    Reverse
    Non sono mai stato in Brasile, ne ho sentito parlare da chi ci ha vissuto e mi sono fatto l’ idea che questa capacita di far convivere allegria e tragedia sia ancora più sviluppata che presso i messicani. Un distillato di estremi umani.

    Hannah
    Non ci avevo pensato, ma il collegamento fra dieta messicana ed insonnia potrebbe essere una spiegazione, certo…

    Red
    Sono spesso assente anch’ io,  come in questi giorni, per cui non mi sogno di giudicare. Che poi, gli amici ci sono anche quando non ci sono, è questo il bello, no ?

  10. melogrande ha detto:

    Cape
    I complimenti di un affabulatore nato come te non possono che lusingarmi, hai colto l’ intenzione primaria che era quella di "fotografare" senza aggiungere o togliere.r

    Che poi lì non c’è proprio da aggiungere, ce n’è già d’ avanzo, è un popolo "esagerato" …

    Arpa
    La coincidenza che stessi leggendo McCarthy proprio prima che mi capitasse di andare in Messico è una di quelle felici sincronicità che ogni tanto la vita ci regala…

  11. melogrande ha detto:

    Lillo
    E’ proprio così, matto da legare è il più bel complimento che si possa fare ad un messicano…

    L’ ultimo giorno della mia visita, uscendo dall’ impianto, ci trovammo di fronte ad una specie di cordone compatto di donne messicane, attraverso cui facevamo fatica a farci largo in auto.
    Alla mia domanda meravigliata la risposta fu semplicemente che, essendo il venerdì giorno di paga, le mogli preferiscono recarsi di persona a prendere i mariti, onde evitare che questi si fermino al bar e vi rimangano a bere ed offrire da bere fino al totale esaurimento dei fondi…

  12. Lillopercaso ha detto:

    Bè, mi pare proprio di vederle!! come in un fumetto dei vecchi ‘Topolino’,  spalla a spalla, agguerrite..
    C’era una taverna sperduta nella Sierra che prometteva di rimetterti in sesto dopo una cruda, cioè una sbronza dura, ammannendoti bicchieroni  di mariscos   (gamberetti ecc)  ghiacciati o brodetti con teste di pesce, ma solo a colazione. Provare per credere (ma la mia era dovuta a Montezuma). L’inquadratura testimonia lo stato degli avventori, o dei pazienti.
    Ciao   Lillo

  13. Lillopercaso ha detto:

    la foto non la vedo…..  devo studiare splinder!

  14. melogrande ha detto:

    MADDAI !!!
    Intanto abbiamo completato la registrazione !

  15. Lillopercaso ha detto:

    Melogrande = Grande pazienza…Forse ho esagerato!!

  16. melogrande ha detto:

    Esagerato ?
    Perchè mai ?
    Sfogati !

    ps "Melogrande" semmai è "Legno Madre" che "Gronda Mele"…

  17. utente anonimo ha detto:

    Leggendo questo post torno a tanto tempo fa. Almeno vent’anni.Zaino in spalla e si parte. Mexico City. E’ notte fonda quando arrivo.In realtà siamo in due ma chi è con me si rivela da subito persona assolutamente inadatta al viaggio che intendo fare io. Ci separeremo dopo soli due giorni e ne perderò le tracce.  Mexico City di notte, che faccio? Beh cerco un taxi. Che faccio uso l’inglese? No meglio lo spagnolo. L’albergo in cui arrivo(scelto dal taxista e chissà in base a cosa) è un ottimo albergo. L’albergo in realtà si rivelerà non proprio ottimo ma per tre quattro notti può andare e poi chissà in giro per il Messico dove mi capiterà di dormire.L’atmosfera di Mexico City mi è piaciuta molto e sinceramente ho ignorato tutte le raccomandazioni e gli avvertimenti circa il fatto che Mexico City era (e forse è ancora) una città pericolosa. Le solite storie. E devo dire che ho avuto ragione. O che ne so forse ho avuto fortuna.A pensarci bene non so cosa mi abbia davvero spinto ad andare in Messico ma è stato un bel viaggio. Ho incontrato le persone che da tanto volevo incontrare. Era una cosa che andava fatta. Anche a me è capitata poi una notte strana.Le due del mattino. Bussano alla porta della mia camera. E’ un amico americano in compagna di un messicano. Dove l’avrà trovato? “We have to go” “Where?” “Plaza Garibaldi. Music. Fiesta” dice il messicano. “We can not miss it”.«Ok. Let’s go.” “No money,  no passport” dice ancora il messicano. “Ok no passport. ”. Penso tra me rompipalle “ciucchi”. Domani l’americano lo mollo. Ognuno continua per la sua strada. Certo è simpatico ma è matto. Matto molto più di me. In realtà continueremo il viaggio insieme e ci saluteremo all’aeroporto di Guatemala City. Lui volerà a Chicago, io verso l’Europa.Piazza Garibaldi. Gran folla. Musica messicana. Non mi piace ma è comunque bello stare a guardare la gente, parlare e ballare con loro. Perdo di vista l’amico americano ed il su amico messicano. Beh non è molto importante. Siamo in insieme per caso.Ad un certo punto mi sento chiedere “Passaport”. “E’ in albergo”. “Perché va in giro senza passaporto”. “Sto facendo una passeggiata. A che mi serve il passaporto”. “Questa è Piazza Garibaldi”. Si guardano e sorridono. Forse pensano sia un “guerrigliero”. Alla fine si convincono.  Sorridono e mi dicono “Domani ricordati il passaporto.”  Torno in albergo e vado a dormire. Domani l’americano lo mollo. Ma poi la colpa è del messicano. E di tutti i turisti con le loro paure. L’amico messicano deve avere pensato fossi come gli altri. Pazienza.Una notte più difficile la trascorrerò in una stazione di polizia in una cittadina del Guatemala quasi ai confini con l’Honduras. E sarà l'iltima notte dell'anno. Quel viaggio però è stato un bel viaggio.    Mi è capitato di tornare in Messico City poco tempo fa ed ho scoperto una città molto diversa  da come la ricordavo io. Non so dire se sia meglio. Forse si.Demian 

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