Irrazionalizzando

 
 
Le procedure aziendali mi impongono di completare il budget di un progetto analizzando i rischi e le opportunità, catalogandole secondo un sistema di classificazione standardizzato e quantificando opportunamente ciascuna voce.
In altre parole, mi chiedono una minuziosa previsione degli imprevisti.
 
Ora, mi rendo perfettamente conto che se uno chiede di avere a disposizione una certa somma di denaro ci si aspetta che spieghi in modo esauriente perché la chiede ed a che cosa gli serve. Però resta pur sempre un’ esperienza a suo modo straniante lo sforzo di ripercorrere la memoria delle esperienza cercando di quantificare gli imprevisti senza soffermarsi troppo sul fatto che in tutti i casi rievocati, se solo lo si fosse potuto o saputo prevedere, le cose sarebbero andate diversamente, l’ evento nefasto evitato o come minimo mitigato. Perfettamente conscio che se lo si fosse previsto, non sarebbe stato un imprevisto.
E dunque ?
 
C’è una specie di strano sbilenco salto logico, un “non sequitur” in questo esercizio mentale. Se fossi davvero in grado di prevedere gli imprevisti, questi per ciò stesso cesserebbero di essere imprevisti, sarebbero previsti, gestiti, neutralizzati, addomesticati, pianificati ed allocati negli opportuni capitoli di spesa. Altrimenti che gestore sarei ?
Ma la sfortuna, che come è noto ci vede benissimo, svicolerebbe subito su un altro evento, accoltellandomi alle spalle con sommo gusto. Come usa fare. Giusto ?
E allora ?
 
È che la nostra struttura mentale è fatta così, sentiamo il bisogno di controllare, e per controllare dobbiamo prevedere. Se prevediamo, sappiamo e controlliamo. Abbiamo un piano.
Non c’è niente da fare, è così che funzioniamo in questo nostro occidente, e la potenza dell’ occidente si fonda proprio su questo modo di vedere le cose.
Il più delle volte funziona, e la storia del mondo moderno sta lì a dimostrarlo. Ma funziona sempre, tutte le volte ?
Ci sono casi, come questo della previsione degli imprevisti, in cui l’ approccio sembra condurre ad un vicolo cieco.
Non è nemmeno l’ unico caso.
 
Mi viene in mente certa psicanalisi, per esempio. Non si tratta forse di uno sforzo titanico e disperato volto al fine di razionalizzare l’ irrazionale ?
L’ uomo ha sempre pensato di essere fatto di corpo ed anima, però basta che quest’ ultima la ribattezziamo “psiche” e sembra tutta un’ altra cosa. La psiche può essere definita, scomposta nei suoi elementi, analizzata, dissezionata, ricomposta nei suoi elementi in forma diversa, come se fosse umna costruzione fatta col Lego.
In altre parole, facendo diventare l’ anima una psiche, la “materializziamo”. A quale scopo ?
Semplicemente perché la materia la controlliamo, fa quello che vogliamo noi, sulla materia abbiamo il potere, quanto meno il potere della conoscenza, quello che toglie la paura dell’ ignoto.
La materia non fa paura, è soggetta alla razionalità, non è come l’ anima nei cui abissi si rischia di smarrirsi.
E così, tutto ciò che avanza, che non riesce a trovare posto dentro l’ irrazionale razionalizzato psicologico, non può che essere “bestiale”, “disumano”, “animalesco”, quasi che le bestie avessero mai neppure avvicinato la raffinatezza malefica propria dell’ essere umano. Ivan Karamazov sghignazzerebbe.
Però è anche questa una maniera di riprendere il controllo, di recuperare la razionalità fino ai limiti di ciò che si può fare espellendo tutto il resto, cacciandolo via, nascondendo la spazzatura sotto il tappeto. Funziona, almeno finché uno riesce a far finta di non vedere.
 
Saltando di palo in frasca, mi vengono in mente certi quartieri modello di certa architettura moderna, strade tagliate col righello e piazze tracciate col compasso, palazzi clonati all’ infinito col copia-incolla, tutto perfettamente ordinato e razionale, senza nessuna considerazione del fatto che l’ animo umano possa ospitare desiderio di bellezza, armonia, ricchezza estetica e non soltanto banale e monotone simmetria.
Fatto sta che in quei quartieri la sensazione dominante è l’ angoscia, letteralmente lo “stringimento” per il fatto di il fatto di sentirsi come costretti su un percorso obbligato che qualcun altro ha già predisposto senza possibilità creative residue, senza mistero, senza fantasia.
Un po’ come quei giochi per bambini che possono essere giocati in un unico e solo modo, quello previsto dalle dettagliatissime istruzioni. Quei giochi che non a torto, donati a Natale vengono abbandonati ben prima del tramonto di Santo Stefano in favore del sempiterno incondizionabile ed imprevedibile pallone.
Del resto, il fascino di un gioco infantile non sta forse proprio nel fatto di poterne inventare regole su due piedi ? “Facciamo finta che…” non è forse questo il cuore del gioco infantile ? E come si fa a fare finta che, se si è alle prese con un gioco che ha un solo percorso valido ed approvato ?
 
 
 
 
 
 
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9 commenti su “Irrazionalizzando

  1. Pannonica ha detto:

    Il bisogno di aver tutto sotto controllo nasce dalla ricerca della propria sicurezza. E’ l’instinto di conservazione che ci spinge a cercare situazioni prevedibili e, per questo, rassicuranti: sapere come andrà (qualunque cosa) ci mette al riparo dai colpi di testa dell’ignoto il quale, per fortuna, continua nel suo bizzarro percorso, sorridendo dei nostri buffi tentativi di sottometterlo.
    E’ per questo che leggiamo gli oroscopi, per sapere come sarà il futuro. E gli oroscopi, nella migliore delle ipotesi, sono solo un blando ansiolitico: non azzeccano nulla, ma ci creano una favoletta nel cuore che ci fa sospirare un chissà

    Una delle lezioni che il jazz mi impartisce quotidianamente è la ricerca dell’improvvisazione. Si parte da uno standard e lo si reinterpreta in un altro modo, aggiungendo note e pause, e variazioni sul tema. Così facendo, lo standard diventa un’altra cosa ma altrettanto vera.
    Trovo terapeutica tutta la musica; il jazz è particolarmente indicato nella "cura" dell’ansia verso l’ignoto, perché lascia spazio all’immaginazione, alla creatività, all’esplorazione curiosa di uno standard come della vita.

    Irrazionalizzare è una via di fuga accessibile solo se riesci a darti il coraggio di intraprenderla. Ma se si guarda a ciò che diventa la vita, quando si appiattisce nella tranquillità e nella sicurezza, il coraggio ti arriva perché scatta il bisogno di fuggire dalla monotonia.
    Che esseri strani che siamo, cerchiamo la tranquillità per poi fuggirne.

    Per esempio, sai cosa dice il mio oroscopo? Mi viene un po’ da ridere:

    Spero che nel 2009 tu abbia viaggiato in tutto il creato, o che perlomeno abbia goduto di una nuova gamma di suoni e immagini dal tuo territorio. Prego che tu sia sfuggito a una nicchia striminzita, a due prospettive limitate e a tre scarse ambizioni. Confido nel fatto che tu abbia regolarmente cercato scossoni piacevoli e panorami mozzafiato, che ti abbiano ispirato a vedere il quadro completo del tuo destino. Se non hai fatto queste cose con il giusto trasporto, per favore prendi il primo volo per l’altra parte del mondo, mangia cibi sconosciuti, incontra persone diverse da te, ascolta musica strana, scala una montagna e fatti sconvolgere la mente.

    Se hai voglia di leggere un approfondimento sul (mio) significato del jazz, vai qui.

    Perdona la logorrea (se sei arrivato a leggere sin qui…)

  2. feritinvisibili ha detto:

    Ho apprezzato molto le tue riflessioni in questo post.
    E il quadro di Bosh (è di Bosh, vero?)  che hai allegato aggiunge molte sfumature alle cose che dici.. Credo si intitoli "i medici" o "medicina", giusto?
    Quattro personaggi abbastanza ridicoli.. Penso che in questa immagine ognuno dei protagonisti rappresentati aspetti dell’umano che convivono in ognuno di noi, e mi sembra significativo anche il fatto che siano collocati in un contesto "inadeguato": quattro sapientoni che scavano nel proprio cervello in mezzo ad un prato con alle spalle lo scorcio di una fuga verso l’infinito.. Certo che la sapienza nell’ironia sottile di Hieronimus Bosh è davvero straordinaria e supera lo spazio e il tempo in cui viveva..

  3. feritinvisibili ha detto:

    .. forse, per definire meglio quello che volevo dire, più che in un contesto inadeguato i quattro sembrano inseriti in un luogo a cui sono estranei e in cui sono estraniati..
    Sono quella dai ripensamenti, ormai mi conosci ((:

  4. AromaEssenziale ha detto:

    Penso che questi siano anni difficili. MOlto difficili. Troppo incerti, troppo precari, troppo vulnerabili. L’uomo ha imparato da secoli che tutto ciò che ha da un momento all’altro potrebbe sparire. Prima erano i predoni, gli invasori, le cariche a cavallo non avvistate, villaggi bruciati e via di seguito, i terremoti, la peste e via discorrendo… ora il terrorismo, il lavoro che manca e tutta una serie di altre cose..secondo me hanno influito molto nella necessità umana di controllare.
    DI sapere in anticipo in che cosa andrà in contro.
    NOn succede così anche nelle relazioni?
    NOn succede così anche fra uomo e donna?
    Devo sapere prima se lui, se lei, faranno, diranno e come comportarmi avere un piano B, non rimanere in scacco….
    Penso che sulla psicologia sia stato scritto di tutto e di più… da professionisti e gente che ha dato l’anima per questa scienza e da perfetti imbecilli che hanno fatto i soldi con quattro cavolate, inventandosi le pseudo circa psicologie, i magheggi psicologici (ricordo di un tizio che pretendeva di guarire la depressione di una persona suggerendogli di mettere la sua pipì in un vaso sotto il letto e che questo "stratagemma magico" lo avrebbe spinto a uscire e buttarsi nella vita. Solo un ingenuo ci casca… è ovvio che il tanfo di pipì ti obbliga a scappare a meno che non butti tutto nel cesso….).
    A me l’imprevedibile e l’imprevisto incuriosisce e spaventa.

  5. melogrande ha detto:

    Accidenti che bei commenti !
    Da dove iniziare ?

    Sì, è vero, l’ oroscopo, così come tutti i riti magici e le scaramanzie nonchè alcune forme religiose sono mezzi per placare l’ ansia per l’ incertezza ed i pericoli che la vita ci mette davanti.
    E’ come se ci portassimo in braccio il peso del vivere  e cercassimo disperatamente qualcuno a cui consegnarlo, a cui affidarlo al posto nostro.
    Ansiolitici inefficaci, placebi, ma si sa, se uno assume qualcosa convinto che gli giovi, è probable che gli faccia bene davvero, tale è la forza di suggestione della mente.

    Al jazz come rimedio alla costrizione di una razionalità oppressiva non avevo mai pensato, ma ci può stare e sono contento di questo suggerimento.
    A me il jazz suggerisce soprattutto certe atmosfere, un po’ come quelle del film di Tavernier, di città percorse  a piedi nel buio della notte, chiaro di  luna, profondo blu, qualche tipo di blu, e tutti questi sono simboli dell’ anima e dell’ irrazionale. Le note di un sassofono come voci di animali preistorici, evocatrici di risonanze ancestrali. Tutto può accadere nel buio della notte, ed il jazz mal sopporta la luce spietata della ragione.

    Il quadro è effettivamente di Hyeronimous Bosh, si intitola "La cura della follia" .
    Un tempo si pensava che la follia fosse causata dalla presenza di sassi nella testa, il quadro rappresenta un malcapitato che nella speranza di guarire si fa operare da un medico o sedicente tale, il quale troppo a posto non pare nemmeno lui, con quell’ imbuto sulla testa che sembra uscito dal Mago di Oz.
    Il povero e sprovveduto matto casca dalla padellla nella brace, insomma. La scena è descritta, come sempre fa Bosch, in modo minuziosamente realistico inclusi i dettagli più stravaganti, e questo contribuisce a produrre un effetto di straniamento, basta considerare che la scena non si svolge secondo logica all’ interno di un ambulatorio ma in "plein air" e sotto gli occhi di una donna con un libro in bilico sulla testa.
    De Chirico o Dalì non avrebbero fatto meglio. 
    Più irrazionale di così non si può, e peccato solo che la distanza nel tempo ci renda difficili da decifrare i mille altri simboli, spesso legati all’ alchimia ed all’ esoterismo, di cui Bosh cosparge i suoi quadri.

    In sottofondo i Pink Floyd, che con la follia di Syd Barrett hanno avuto a che fare davvero, concludono con una risata amara che "there is no dark side of the moon; actually it’s all dark".

  6. tittidiruolo ha detto:

    Non ho parole
    e non le voglio avere:
    non voglio razionalizzare le emozioni positive che salivano dentro di me mentre leggevo sia il post che i commenti. Sono soltanto contenta e molto di aver incontrato questo blog.
    Ritornerò a leggervi e per non fare tanti giri
    linko…
    Grazie di condividere con il mondo internauta i vostri pensieri..grazie davvero.

  7. melogrande ha detto:

    Grazie a te per la considerazione che hai di questo luogo senza pretese, e spero di ritrovarti presto.

  8. capehorn ha detto:

    Trovo assolutamente congrui allo spirito del post le tue osservazioni su di una certa architettura, che definirei "Di regime" e il gioco "Facciamo finta che …" di fanciullesca memoria.
    La prima, con quell’estenuente copiaincolla esterna tutta l’evidente esigenza di pianificazione, abbassamento dell’umore e delle coscenze. C’é tutto per tutti, ma tutto é uguale per tutti. Non esiste uin anelito, un soffio di diversità. Viene ad escludersi aprioristicamente l’imponderabile, che é "granum salis".
    E’ quella parte oscura e misteriosa, di cui paventiamo l’esistenza e gli effetti, ma da cui non ci sentiamo in grado di prescindere.
    Il buio ci spaventa, ma nel contempo ci affascina, quasi godiamo di questa evidente dicotomia, forse perchè in cuor nostro speriamo sempre di riavere quel potere di governare in tutto e per tutto gli eventi e riaffermare quel controllo, senza il quale viviamo in uno stato di continua tensione.
    Mentre nel secondo caso, riusciamo a semplificare al massimo, anzi eliminiamo ogni tensione.
    Riaffermiamo "tout court" il nostro dominio.
    Trasformandoci in divinità, creiamo per un attimo la vita che vorremmo, alla quale dare quelle regole per noi consone, dove anche l’imprevisto é confinato ad una serie di domande di cui conosciamo le risposte.
    Pare contraddittorio, ma é solo fonte per movimentare ancor di più il gioco, per aprire nuove vie, quasi ad illuderci inconsciamente che l’imponderabile possa paragonarsi all’impossibile e nel giochi di un bambino questi termini hanno linee di confine così esili.
    La vita reale é un’altra cosa e neppure la luce di una lampadina, potrà spazzare le ombre che ci perseguitano, di cui abbiamo paura, che manifestano che all’imponderabile non possiamo assolutamente sottrarci, malgrado le nostre più minuziose previsioni e budget.

  9. Diaktoros ha detto:

    E’ molto umano cercare di prevedere l’imprevedibile. Alla fine c’è sempre qualcosa che sfugge, che non si riesce ad assoggettare a regole, a spiegare con leggi scientifiche. Bisogna accettare la realtà così com’è e affrontarla con lo spirito giusto. L’imprevedibile può significare angoscia, ma anche avventura. Forse bisogna leggere la vita come si legge un romanzo e non perdere mai la curiosità.

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