Uno specchio morale ?

 

Mi sono interessato più volte di etica, su questo blog (non posso dire “su queste pagine”, ma “su queste videate” suona malissimo…). Ad esempio qui, qui e qui.

Me ne sono interessato sempre dal punto di vista di un’ etica laica.

 

Mi è sempre parsa paradossale, e persino un po’ mortificante, l’ affermazione che non ci possa essere un’ etica senza fondamento trascendente. E neppure riesco a mandar giù l’ idea che fuori dalla religione ci sia solo il nichilismo. Occorrerebbe allora dare ragione a Dostoevski, ammettere che se Dio non c’ è, allora non c’è più limite alla stoltezza umana e “tutto è permesso”. Non riesco ad accettarlo perché mi accorgo che è una affermazione infondata, basta guardarsi attorno per vedere che non da lì passa la differenza, ci sono persone prive di fede religiosa che non si abbandonano affatto a qualunque licenza,  tutt’ altro, si potrebbe prenderli a modello di moralità, e ci sono pure gli esempi opposti, è chiaro,  persone religiose solo a parole. Non è quello, a fare la differenza, per cui questa contrapposizione forzata finisce per innervosirmi.

 

Ho tentato nei vari post di venire fuori dal dilemma con i strumenti, non particolarmente ricchi, di cui dispongo. Mi sono aggrappato alla legge morale di Kant, al fatto già non banale che lui ritenesse possibile il fondamento di una morale autonoma, pur non avendo un concetto particolarmente generoso dell’ umanità in genere (“Da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire niente di perfettamente dritto”). Sono risalito indietro fino a Platone, il primo Platone, quello dell’ Eutifrone e del suo famoso dilemma: “Una cosa è buona perchè piace a Dio oppure piace a Dio perchè è buona ?”. Dilemma per niente banale, a proposito del quale nell’ ultimo dei post citati scrivevo più o meno questo:

 

La prima alternativa, cioè che il bene sia ciò che piace a Dio, comporta, come è facile vedere, un elevato grado di arbitrio, tanto più che non abbiamo la possibilità di chiedere direttamente a Dio se una cosa gli piace veramente, e dobbiamo accontentarci di ciò che altri uomini ci assicurano essere l’ opinione divina.

E se a Dio dovesse piacere l’ omicidio, questo diventerebbe una cosa buona ?

La domanda non è affatto surreale, è esattamente ciò che pensano oggi i terroristi islamici e pensavano ieri crociati, inquisitori ed uomini di chiesa dediti alla persecuzione di streghe ed eretici. “Dio lo vuole” è sempre stato un meraviglioso alibi per fare ciò che si vuole, sempre.

 

La seconda alternativa, che Dio ami ciò che è buono, parte dal principio che l’ idea di bene preceda quella di Dio. (…) Ma se l’ etica precede Dio, in qualche modo se ne svincola, e non è possibile eludere la domanda se sia veramente necessaria l’ idea di Dio, una volta che si sia dato un fondamento autonomo all’ etica.

 

Non so se le mie considerazioni possano convincere qualcuno, a me sono parse soddisfacenti. Esiste una visione più o meno condivisa fra diversi pensatori laici che individuano il fondamento della morale nel senso dell’ altro, nell’ immedesimazione con l’ altro, nell’ empatia, che porta a non fare ciò che da parte nostra non si vorrebbe subire. Mettersi nei panni degli altro sembra proprio un buon punto di partenza.

 

Recentemente mi sono imbattuto in un elemento, di natura alquanto diversa, che sembra però adattarsi bene al quadro generale d’ insieme.

In un bel libro di Luigi Zoja (psicanalista di scuola junghiana, ma in realtà intellettuale senza etichette), intitolato “La morte del prossimo” si fa cenno alla scoperta dei cosiddetti “”neuroni specchio”, identificati prima nel cervello dei primati e poi, con molta probabilità, anche in quello umano.

L’ osservazione principale riguarda il fatto che certe reazioni emotive, e dunque fisiologiche (tutte le emozioni sono accompagnate da reazioni fisiche), appaiono sostanzialmente le stesse, sia nel caso che un soggetto FACCIA una certa cosa, sia nel caso che VEDA qualcun altro farla. Vedere qualcuno alle prese con un gustoso gelato fa venire l’ acquolina in bocca, così come osservando un evento sportivo particolarmente emozionante ci si trova a contrarre i muscoli come se si fosse impegnati in prima persona nello sforzo agonistico.

Insomma, ci si immedesima negli altri persino a livello fisico.

Del resto, ragiona Zoja, su cosa si fonda l’ intera industria della pornografia se non sul fatto che ci si eccita vedendo immagini di altri che fanno sesso ?

È lo stesso principio del teatro, che Aristotele identificava nella “mimesi”, nell’ “imitazione” o “rispecchiamento delle emozioni altrui, quelle rappresentate sulla scena da attori (che a loro volta, “imitano” emozioni altrui…). Insomma, dice Zoja, non solo il riso è contagioso, ma anche il vedere la sofferenza altrui genera sofferenza.

Ci si mette, anche inconsapevolmente, nei panni dell’ altro, anche sul piano fisico ed emotivo.

Da ciò Zoja ricava la conclusione, forse un po’ ottimistica, che “una base della solidarietà – dunque dei comandamenti religiosi e delle utopie sociali – non nasce con l’ evoluzione dall’ animale all’ uomo: esiste già nell’ istinto”. (pag. 19)

 

Sembra persino troppo…

E allora corre l’ obbligo, innanzi tutto, di precisare che sulla teoria dei neuroni specchio, ed in particolare sulla loro individuazione nel cervello umano, non tutti gli scienziati son d’ accordo, al contrario, è in corso una polemica piuttosto vivace. Non li si può (non ancora, almeno) considerarli un fatto scientificamente accertato.

 

In secondo luogo, verrebbe da dire che i neuroni specchio non devono funzionare un gran che bene se non hanno impedito agli esseri umani di macellarsi di gusto a vicenda per secoli e millenni…

 

È anche vero però che la fase “preparatoria” dei grandi massacri sembra passare da un punto obbligato, come un elemento costante e riconoscibile al punto da poter quasi essere usato come indicatore, segnale che le cose si stanno mettendo male e qualcosa di brutto sta per capitare.

Il segnale in questo consiste: che il gruppo umano antagonista, nemico autentico o capro espiatorio che sia , viene anzitutto ridefinito come “diverso” e “meno che umano”. Che si tratti di neri, XXX, islamici o rom, l’ aggettivazione usata tende a renderli qualcosa di meno di esseri umani. Il vizio è antico, intendiamoci, la parola “barbaro” l’ inventarono i Greci quasi ad imitare il balbettio inarticolato di esseri semiumani. Da allora e per sempre l’ umanità ha usato termini come “barbari”, selvaggi”, “cani”, “animali”, “bestie” come criteri di allontanamento dallo status di umanità piena, un passo propedeutico all’ annientamento, quasi inteso ad ingannare i neuroni specchio impedendo l’ identificazione e quindi rimuovendo l’ inibizione ad uccidere.

 

Nelle frasi seguenti, scritte (ahimè) da Céline a proposito degli ebrei, basta mettere al posto delle XXX un qualsiasi gruppo etnico ostile per apprezzare il funzionamento universale del meccanismo disinibitore:

 

Per il popolo un XXX è «un uomo come un altro»…questa spiegazione lo convince al cento per cento…i caratteri fisici, morali, dell’XXX, il suo infinito arsenale di astuzie, cautele, piaggerie, la sua avidità delirante… la sua prodigiosa slealtà… il suo razzismo implacabile… il suo strabiliante potere di menzogna, assolutamente spontaneo, di una faccia tosta mostruosa… l’Ariano li ingoia ogni volta… li subisce in pieno.

(…)

(L’XXX è un negro, la razza XXX non esiste, è un’invenzione massonica, l’XXX è solo il prodotto di un incrocio di negri e di barbari asiatici). Gli XXX sono i nemici nati dall’emotività ariana, non la possono soffrire. Gli XXX non sono emotivi… sono figli del Sole, del deserto, dei datteri e del tam-tam…

(…)

Emigrati, fissati sul nostro suolo, saccheggiatori, impostori, spaesati, essi scimmiottano le nostre reazioni, gesticolano, ragionano, si perdono in mille sforzi cerebrali prima di cominciare a vagamente comprendere quello che un Ariano, non troppo abbrutito, non troppo alcoolizzato, capisce a volo, in venti secondi…emotivamente, silenziosamente, direttamente, impeccabilmente.

(…)

Gli XXX, i cui nervi africani sono sempre più o meno di zinco, possiedono una sensibilità assai volgare, per nulla elevata nella serie umana; come tutto quanto proviene dai paesi caldi, egli è precoce, tirato su alla svelta. Non è fatto per elevarsi molto, spiritualmente, per andare molto lontano…

(…)

Nessuno mi toglierà di testa che le han cercate, le loro persecuzioni ! Se avessero fatto meno le canaglie su tutta la distesa del pianeta, se avessero rotto meno le scatole alla gente, non avrebbero provocato tutto questo !…

(…)

Quelli che ne hanno impiccati un po’ dovevano pure averle, le loro ragioni !…

 

Il testo, come si sarà intuito, è il famigerato pamphlet antisemita “Bagattelle per un massacro”.

Di contro, quasi in risposta, nel “Mercante di Venezia” di Shakespeare, è proprio ai neuroni specchio che sembra inconsapevolmente rivolgersi (peraltro senza successo), l’ ebreo Shylock, archetipo del diverso:


“Non ha occhi un ebreo ? Non ha mani, un ebreo, corpo, membra, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non è soggetto agli stessi malanni, guarito dalle stesse medicine, estate e inverno non son caldi e freddi per un ebreo come per un cristiano ? Se ci pungete, non sanguiniamo ? Se ci fate il solletico non ridiamo ? Non moriamo se voi ci avvelenate?

Dunque, se ci offendete e maltrattate, non dovremmo pensare a vendicarci?”

 

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5 commenti su “Uno specchio morale ?

  1. capehorn ha detto:

    I grandi valori  come l’etica, la morale, la ricerca di principi e giustificazioni di essi, hanno acompagnato l’uomo fin dai primordi.
    le domande da te poste in molti le hanno declinate nelle magior fogge possibili.
    Già nell’età assiale, quell’epoca che va dal 7° al 5°/4° secolo A.C. i grandi pensatori dell’epoca, oltre a iniziare a rispondere alle domande precise sul come e sul quando della vita umana, presero a risponderé al perché di essa.
    Ecco che si vengono a connotare le grandi religioni: ebraismo, il buddhismo, zoroastriana, confucianesimo.
    Attraverso il tentativo di rispondere al perché, le stesse religioni si affinano fino ad assorbire ed elaborare al prorpio interno le risposte, che poi elargiscono, con il surplus della presenza del divino. Proprio la presenza di un’aspetto divino, trascendente rafforza le basi dell’etica e della morale. tanto, come bene osservi, diventa difficile accettarle, quelle basi, senza prescindere dall’una o dall’altra. Si vengono a creare, questo nel corso dei secoli anche quelle crasi (morale religiosa e morale laica), che ancora ci portiamo addosso e che non abbiamo risolto, se ancor oggi ci interroghiamo a proposito
    Forse per cercare quale sia meglio, quale dia risposte definitive, allo scopo di fuggire da quello stato d’incertezza che ci avvolge. L’uomo ha bisogno di pilastri, di fondamenta solide.
    Questo per la quasi totalità degli uomini.
    Poi naturalmente c’é sempre la frangia di insoddisfatti, che cercano di dare risposte nuove, per far sì che l’uomo sia teso sempre ad una successiva evoluzione di se.
    Quasi a confermare che tutto scorre e che tutto si trasforma incessantemente.

    ps: grazie di aver introdotto anche Cèlin. Provavo un certo imbarazzo a non conoscere nulla del transalpino.
    Da oggi vivo felice con un imbarazzo in meno.
    Ciò che tu hai riportato, penso che diano esaustive spiegazioni in proposito.

  2. utente anonimo ha detto:

    Da qualche tempo sto portando avanti la lettura di un saggio di non semplice lettura. Saggio che in certi passaaggi sconvolge tanto è vero. Il saggio in questione è "Come un’onda che sale e che scende" di William Vollmann. Saggio sulla violenza che l’uomo è in grado di commettere. L’uomo sa di poter uccidere e decide di uccidere. La lettura di questo saggio ti porta a dire (per chi ha il coraggio di ammetterlo) che ciò che caratterizza l’umo in quanto tale non è virtù morale bensì la sua capacità di fare il male. Consapevolezza tanto radicata nell’uomo in quanto genere e da sempre rifiutata. Forse dalla esigenza di rimuovere questa consapevolezza nasce la necessità dell’etica qualunque sia il fondamento sulla quale viene poi declinata.

    hesse

  3. utente anonimo ha detto:

    Avevo scirtto in fretta con troppi errori.

    Da qualche tempo sto leggendo un saggio di non facile lettura. Saggio che in certi passaggi sconvolge tanto è vero. Il saggio in questione è "Come un’onda che sale e che scende" di William Vollmann. Saggio sulla violenza che l’uomo è in grado di commettere.  La lettura di questo saggio ti porta a dire (per chi ha il coraggio di ammetterlo) che ciò che caratterizza l’uomo in quanto tale non è la sua virtù morale, la capcità di fare il bene bensì la sua capacità di scegliere di fare il male. L’uomo sa di poter uccidere e decide di uccidere. Consapevolezza tanto radicata nell’uomo in quanto genere ma da sempre rifiutata, rimossa. Forse proprio dalla esigenza di rimuovere questa consapevolezza,  o forse dalla necessità di tenere sotto controllo la capacità di compiere il male, nasce l’etica qualunque sia il fondamento sul quale viene poi declinata

    hesse

  4. larpaderba ha detto:

    Qualsiasi mio commento rischierebbe di essere riduttivo, rispetto alla "importanza" delle questioni che sollevi… Mi viene in mente La banalità del male, di Hanna Arendt…  Andrò a ri-leggerlo e poi ti dirò.
    Buona serata!

  5. melogrande ha detto:

    Si, fra i molti primati che la specie umana volentieri rivendica, uno tende spesso a dimenticare, ed è quello di essere l’ unico animale che uccidere i propri simili senza esservi costretto.

    Per il resto, continuo ad inciampare in Hannah Arendt, bisognerà che mi decida ad affrontarla, proma o poi.

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