Hinterland

 
 
 
Il termine hinterland viene dal tedesco. “Hinter” vuol dire “dietro”, “dopo”, “alle spalle”, ad esempio “hintergrund” è lo sfondo; ma ha anche un’ accezione negativa, “hintergehen” (letteralmente “andare alle spalle” significa “ingannare”, “hindergedanke” vuol dire “secondo fine”).

C’è un giudizio malevolo collegato all’ “esser dietro”.
 
 
 
Hinterland.
Suburbia (sotto la città).
Sobborgo (sotto il borgo).
 
I nomi sono destini, ed il destino delle periferie è di stare sotto e dietro. Periferia, del resto, è letteralmente stare attorno, ai margini. Chi sta ai margini è per definizione emarginato, non è al centro della vita. La periferia non è propriamente il massimo della vita, insomma, e se vuole darsi delle arie sta attenta a non farsi chiamare più periferia. Si fa chiamare Milano 2, magari.
 
Nei sobborghi si arriva con la metropolitana, di solito, ma è la metro di superficie, perché in periferia il territorio non è ancora così compattamente urbanizzato da non riuscire a tracciare una linea in superficie, né i terreni valgono così tanto da spingere a costruire sotto terra.
Ed il punto in cui la metropolitana emerge dal sottosuolo rappresenta appunto il confine della periferia, il limite fra ciò che si può ancora, con qualche sforzo, considerare città e ciò che inesorabilmente non lo è più.
I francesi la chiamano "banlieue", "luogo del bando", cioè limite estremo a cui arriva il banditore del sovrano. Non plus ultra.

È così dappertutto, Milano, Londra, Parigi, dovunque “uscire a riveder le stelle” significa in realtà entrare nel luogo della perdizione, nel “non più città”.

 
Non più città  perché nell’ hinterland il centro urbano non unisce, divide.
La gente non va a spasso, non sta in giro se non ha un motivo, dopo la chiusura dei negozi le strade si svuotano, i bar chiudono, in giro non c’è anima viva.
Tutti chiusi nelle case, palazzi o villette a schiera, ben protetti da porte blindate e cancelli e finestre con le grate.
Non si è sicuri per le strade di sera, è questo il motivo per cui se ne stanno in casa, o viceversa è questo starsene in casa che rende le strade malsicure ? E’ la questione dell’ uovo e della gallina, o quella della profezia che si autoavvera, se volete.
Quel che è certo è che più  un centro è frequentato  e bene illuminato, e meno spazio ha la delinquenza.
 
Ma non è così che si concepisce l’ hinterland, territorio di dormitori collettivi e di piazze senza panchine.
Qui i luoghi di attrazione sociale sono altri semmai, e sono i grandi centri commerciali dove si va per fare la spesa e non di rado si rimane per tutto il giorno.
De gustibus, verrebbe da dire, ma poi si ragiona su quale alternativa sia davvero praticabile.
Sorvoliamo.
 
I ragazzi si danno appuntamento nei parcheggi, l’ autoradio a palla fa da colonna sonora all’ esercizio principale della gioventù di ogni luogo: dissipare le ore cercando un’ identità.
Cercando di costruirsi un’ anima in un posto che di anima non ne ha.
 
 
 
 
 
 
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8 commenti su “Hinterland

  1. feritinvisibili ha detto:

    Mi fai pensare uno dei compiti/responsabilità che forse noi adulti possiamo assumerci (a proposito di “compiti/ responsabilità” mi riferisco al tuo post La rosa del Deserto): il “fare/produrre anima”, e ne avremo anche il dovere..
    Attraverso l’arte… parlando con le persone che incontriamo per la strada… si potrebbe andare avanti all’infinito…
    Quei giovani, parlo di quelli che tu descrivi, non sanno di avere fame di anima, neanche quelli con i quali ho lavorato in Bosnia lo sapevano, ma se gli arriva qualcosa che sa di anima lo divorano e dopo averla assaggiata non ne sono mai sazi.
    Stasera la scrittura dei pensieri mi viene così: con i verbi barrati/ e un po’ sgrammaticata, forse le parole mi bastano sempre meno in questo momento…
    spero che il mio pensiero sia comprensibile ((:

  2. larpaderba ha detto:

    … e spesso i parcheggi in cui i giovani si incontrano sono quelli dei centri commerciali, che proprio nelle periferie sorgono…
    Luoghi senz’anima, tu li definisci; quindi di una “non-vita”, aggiungo io. Perché la vita è flussso continuo, è movimento incessante: tra scatti in avanti e balzi all’indietro, fa restare in contatto passato e futuro, mentre quei luoghi (le periferie, i parcheggi e soprattutto i centri commerciali)sono saturi di presente, di un presente fermo e autoreferenziale che celebra se stesso e che per farlo ha bisogno di rompere col passato e col futuro e, quindi, distrugge o impedisce qualsiasi sogno o nostalgia.

    E’ in corso una vera e propria “mutazione” nella società, una mutazione che si manifesta soprattutto nelle nuove generazioni. Con esse mi trovo quotidianamente a contatto e, ai fini di un’autentica comunicazione, mi accorgo che l’esperienza acquisita nel tempo non mi serve proprio a niente, anzi, mi è persino d’impaccio: i parametri di riferimento sono “saltati” ma al loro posto non ne trovo altri…

    Ho finito di leggere prorpio in questi giorni, a questo proposito, l’ultima opera di Marco Lodoli (per il quale nutro grande ammirazione!), dedicata al mondo giovanile di una scuola romana di periferia (quella, peraltro, in cui lui insegna da anni, a Tor Bella Monaca). Te ne trascrivo una pagina… il perché ti sarà chiaro se avrai la bontà di leggerla tutta! Scusa se mi sono dilungata! Ciao

    “I ragazzi … si muovono lentamente (…) Più che andare stanno. Più che fuggire, rimangono. Sono totalmente impegnati a digerire il tempo presente. E il presente è grasso, multiforme, supernutriente.
    Siamo abituati a credere che i giovani provino sempre una certa avversione per il proprio tempo, che lo contraddicano, cercando nel passato o nel futuro altre soluzioni, spesso puramente immaginarie, figlie del dispetto e della fantasia. Il presente è la stagione dei padri, della noia, dell’ingiustizia, della rassegnazione. Non qui e non ora, non così, questo c’era scritto sulla bandiera della giovinezza.
    Ma adesso il presente regna incontrastato, si è sbarazzato del prima e del dopo e detta la sua legge. Sono così pieni gli scaffali del presente, c’è talmente tanta merce da smaltire, merce che si rinnova giorno dopo giorno, che non rimane alcuna possibilità di guardare indietro o avanti.
    Questo è un tempo saturo, senza finestre né vie di scampo. Chissà, in questo dimorare totalmente nell’oggi forse c’è anche una sggezza, in fondo tanti illuminati consigliano di vivere intensamente l’attimo che scompare, di raccogliere la goccia mentre cade. Forse noi che siamo stati ragazzi in un’altra epoca ci siamo consumati inseguendo nostalgie e chimere, idealizzando attimi lontani, artisti morti e seploti, esperienze irraggiungibili. Forse hanno ragione i ragazzi che accettano le cose per quello che sono, senza tradirle, che istintivamente hanno scelto di amare il destino che gli è capitato.
    Di certo una conseguenza di questa incrollabile fedeltà al presente è la cancellazione della memoria come strumento di ricerca. Il passato è una stanzetta chiusa a chiave dove stanno ammucchiati i busti polverosi di Mussolini e Petrarca, Pertini e Michelangelo, i Beatles e Chaplin, Fellini e Giulio Cesare, e a volte persino ET e Kurt Cobain. Non c’è differenza tra un evento o un personaggio di mille anni fa e uno dell’altroieri: è tutta roba in bianco e nero, infeconda, abbastanza noiosa, che appartiene al tempo inutile in cui questa mattina di sole, musica e traduzione non esisteva ancora. Può essere materia di studio, una ricerca in biblioteca, un esame da superare, ma non è quasi mai linfa vitale. Non si saprebbe proprio dove farla colare, qui ed ora tutto è già pieno, per i vecchi e i morti non ci sono più nemmeno posti in piedi.
    A volte provo a spiegare che il tempo dell’arte è assolutamente un altro da quello del calendario, che Marco Aurelio e Shakespeare prima di essere statue nel museo sono stati dei ragazzi come loro, con le stesse inquietudini e le stesse speranze, e parole eterne per raccontarsi: ma c’è poco da fare, non li convinco.
    La dittatura del presente non permette di saltare i suoi fili spinati. L’industria dello spettacolo, della moda dell’attualità e della globalizzazione chiude tutte le prospettive. I giovani sono un mercato troppo importante, non è possibile lasciarli andare verso mondi lontani, gratuiti, senza scontrino. E così li vedo camminare fuori scuola trascinando un po’ i piedi, schiacciati dal carico del presente, affaticati da una digestione infinita.”
    (Marco Lodoli, Il rosso e il blu)

  3. melogrande ha detto:

    I centri commerciali sono dei non-luoghi, nel senso che sono uguali in qualunque posto del mondo. Milano, Chicago, Dubai o Pechino, sembrano tutti uguali, con lo stesso design e le stesse boutiques e gli stessi fast food.
    Essendo uguali in ogni parte del mondo non possono avere un’ anima, che invece è proprio ciò che rende diversi ed unici.

    Che poi i ragazzi di oggi appaiano schiacciati sul presente è verissimo, ed è paurosamente vero anche riguardo al futuro, un orizzonte che per loro al massimo arriva alle prosime vacanze.
    Ma è un tema troppo vasto ed importante, questo, ci penso un po’ su, poi magari provo a postare qualche riflessione, mi piacerebbe sentire le vostre opinioni.

  4. utente anonimo ha detto:

    “Nei sobborghi si arriva con la metropolitana, di solito, ma è la metro di superficie, perché in periferia il territorio non è ancora così compattamente urbanizzato da non riuscire a tracciare una linea in superficie, né i terreni valgono così tanto da spingere a costruire sotto terra.
    Ed il punto in cui la metropolitana emerge dal sottosuolo rappresenta appunto il confine della periferia, il limite fra ciò che si può ancora, con qualche sforzo, considerare città e ciò che inesorabilmente non lo è più.
    I francesi la chiamano “banlieue”, “luogo del bando”, cioè limite estremo a cui arriva il banditore del sovrano. Non plus ultra.”

    Leggendo queste righe ho ripensato alle sensazioni che ho provato una delle prime volte che mi è capitato di essere a Londra non per vacanza.
    Meeting di lavoro in una zona lontana dal centro. Nei sobborghi appunto.
    Allontanandosi dal centro la metropolitana torna in superficie ed immediatamente guardandoti in giro provi una sensazione di lontananza, di estraneità.
    Lontananza urbanistica ed architettonica. Lontananza culturale. Lontananza di identità. Sensazione che nasce dal fatto che i sobborghi di queste grandi belle città sono tendenzialmente brutti, privi di una loro identitià. Nulla li distingue gli uni dagli altri. Il senso di estraneità deriva anche dal dal fatto che nei sobborghi ci vivono coloro che sono già altro. Difficile interagire.Ti chiedi come si possa vivere in luoghi come questi. Luoghi senza anima.
    Ho provato però anche una sensazione di disagio. Disagio perchè senti che coloro che vivono nei sobborghi gli appartengono. Sconvolgente per me pensare che si possa appartenere ad un luogo “senza anima”. Che si fa? come si vive?

    Sensazioni molto diverse nell’hinterland di Perth. Zone residenziali molto belle nelle quali si arriva con una metropolitana di superficie che costeggia zone dalla natura rigogliosa. Belle case. Bei giardini. Bei parchi. Mare. Bei negozi d’arte. Eppure anche lì ho provato una sensazione di lontananza. Lontananza temporale. Tutto sembra fermo. Tutto sembra rallentato. Provi la sensazione che la vita sia altrove. L’anima forse qui sboccia ma chissà se poi fiorisce.

    Altra cosa ancora sono i sobborghi delle grandi metropoli sudamericane o africane. Città generalmente brutte. Altri tipi di lontananze. Lontananze drammatiche.

    hesse

  5. capehorn ha detto:

    Buona giornata.
    Ben detto quando si afferam che l’hinterland, é un non luogo. Nel senso che manca di qualcosa. Secondo la sensibilità di chi guarda trova ciç che manca. Per Hannah, manca lo spirito. L’arte e non importa come sia coniugata. L’arte avvicina anche quelle mente, non solo al fatto o gesto artistico, che non hanno quegli stimoli giusti ad avvicinarcisi. I ragazzi che scialacquano nei parcheggi, nei rari e desertificati giardini, le ore che li separano da una ritirata, anzi da un’incarcerazione, dentro mura, che sanno più di carcere che non di casa, toccati dall’arte e quindi da uno stimolo che non sia la tetra visione di km cubici di cemento e asfalto, improvvisamente si sentono giustificati del loro esistere. Ma anche chi giovane non é più ritrova, fosse solo per un momento, addormentate pulsioni. L’arte come occasione di aggregazione. Dove ciascuno trova, secondo l’età quel gusto nuovo di esistere.
    Forse la fantasia galoppa e mostra una visione utopistica di come riuscire a superare questo "gap". immaginaniamo scenari fantastici, se non fantascentifici. Eppure creando momenti di aggregazione, lentamente la coscienza della periferia si sveglia e si accorge della propria esistenza e la vorrà gridare forte.
    Una marea montante, per dare identità a gente che si é dimenticata, per troppe ragioni, di essere non-gente.
    Questo fino a che qualcuno penserà di ricominciare con un’altra hinterland.

  6. melogrande ha detto:

    Vorrei replicare con una frase di Hillman (ultimamente lo sto citando troppo, lo so) che mi ha lasciato perplesso a lungo:
    "Le risposte estetiche sono risposte morali".

    Vuol dire che istintivamente riconosciamo i posti che ci fanno stare bene ed i posti da cui scappare, i posti che stimolano la vita ed i posti mortiferi, ciò che nutre l’ anima e ciò che invece la uccide, ed è un riconoscere basato sulla sensazione prima che sul ragionamento. 

    Ecco, di quella sensazione dovremmo ricominciare a fidarci un po’ di più.

  7. feritinvisibili ha detto:

     Leggo i commenti tuoi e di Capeh e me ne sorgono di miei.
    Siamo cresciuti in una cultura che associa alla parola estetica la superficialità, il vuoto e la banalità.
    Ma un artista sa quanto ogni suo prodotto pregiudica rigorosa coerenza tra pensiero, sentimento e forma estetica. Coerenza tra il proprio sentire e il segno, il colore lo spazio, nel caso della pittura. Tutto ciò che prende forma tra le sue mani e diventa visibile, o ascoltabile, incarna e da corpo alle vibrazioni dell’anima del suo creatore.
    Se pensiamo all’estetica come qualcosa di strettamente connesso con i contenuti che generano la forma anche la musica o un agglomerato urbano sono estetica, e in definitiva ogni prodotto umano ha una forma estetica che incarna dei contenuti, giusto?
    Nei quartieri che tu descrivi in fondo c’è coerenza estetica con le scellerate intenzioni di chi li ha pensati e realizzati senza porsi minimamente la questione morale del rispetto della qualità della vita di chi li avrebbe abitati, ma preoccupandosi unicamente del profitto economico, proprio e del committente, politico o impresa multinazionale che fossero. 
    Noi occidentali siamo stati educati a separare corpo sentimento,  pensiero e anima. Cultura della razionalità la nostra, dove poi facciamo una fatica che dura tutta la vita a riattivare i sensi percettivi lasciati in disuso e riconnettere le nostre parti amputate… 
    Ho aperto un capitolo infinito, lo so, ma estetica e senso morale sono temi che chiamano dentro noi artisti senza darci scampo…. 

  8. Diaktoros ha detto:

    Alla base di tutto c’è una progettzione sbagliata degli spazi abitabili. E’ così, spesso con le migliori intenzioni del mondo, che si costruisce l’inferno.

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