Meglio disintegrati …

 
 
Che cos’ è l’ integralismo ?
L’ integralismo è l’ idea che la legge civile e la legge religiosa debbano essere un’ unica cosa, in quanto anche il potere temporale proviene da Dio.
Non è un’ idea nuova.
E’ un’ idea che ha dominato il nostro Occidente per 15 secoli, nonostante i continui conflitti fra papato ed impero, e domina ancora adesso buona parte del mondo.
 
La maggior parte dei paesi islamici vive oggi di fatto in una situazione di questo tipo, in forma più o meno estrema. Una situazione oggettivamente favorita anche dal fatto che il Corano, assai più del Vecchio o del Nuovo Testamento, si presta ad essere impiegato come un vero e proprio codice di leggi.
L’ idea per noi abbastanza naturale (spero !?!) che il potere dello Stato debba essere distinto e separato da quello religioso è uno dei principali legati dell’ Illuminismo e della successiva Rivoluzione Francese. Quest’ ultima infatti all’ Ancién Regime dei sovrani per diritto divino oppose la Repubblica, con le sue parole d’ ordine Libertà, Solidarietà, Uguaglianza.
 
Da allora in Occidente non si è più tornati indietro, e si è radicato il principio che lo Stato debba trattare in modo equo tutti i cittadini, senza differenza di sesso, razza, opinioni, o appunto religione.
È per noi un valore consolidato che chi si occupa della cosa pubblica debba tenere conto del bene comune e sia in una certa misura tenuto, quando si accinge a legiferare, a “dimenticare” proprie convinzioni ed appartenenze personali e riflettere sul fatto che la legge che andrà a redigere si applicherà allo stesso modo a persone di convinzioni molto diverse, persino opposte.
 
Nel fare questo, chi fa le leggi ha anche un interesse proprio, in quanto se questo principio viene consolidato, proteggerà anche lui nel caso in cui da governante divenisse governato, da maggioranza, minoranza. In questo caso dovrebbe solo sperare in un approccio altrettanto laico da parte di chi si troverà a sua volta nella stanza dei bottoni.
 
Dovrebbe essere questo il caso, in particolare, dei cattolici della vecchia Europa, i quali, in molti paesi, non sono più la maggioranza assoluta della popolazione, ed in qualche caso si avviano a non essere più nemmeno la maggioranza relativa.
E dal momento che gli islamici sono molto più intraprendenti nel fare figli, e questa è la religione che cresce più rapidamente nella vecchia Europa per il doppio contributo dell’ immigrazione e della crescita demografica, a me pare abbastanza logico che rafforzare la laicità dello Stato dovrebbe essere la strada migliore per prevenire i conflitti e per mettere in sicurezza gli stessi cattolici quando (non se, quando) essi saranno irrimediabilmente minoranza.
 
Un greco antico (tanto per cambiare…) farebbe fatica a capire i discorsi che facciamo noi su integralismo e laicità.
Perché la religione greca era assai diversa.
Anzitutto era molto più immanente che trascendente.
Gli dei erano nella natura, nel mondo, si manifestavano in un fulmine, in un vulcano, in un bosco, in una sorgente. Tutte le cose sono piene di dei e tutte le cose belle sono belle perché al loro interno risplende un dio.
In secondo luogo questi dei sono molti e si limitano a vicenda.
Pur essendoci una gerarchia, nel Pantheon greco non manca un certo grado di rispetto, o perlomeno soggezione reciproca.
Nessuno degli, dei, neppure Zeus osa dire “Non avrai altro Dio all’ infuori di me”.
 
Divinità antiche e recenti si stratificano nella mitologia, scoppiano guerre, ci sono vinti e vincitori. Ma non si tratta mai di guerre di sterminio, mai. Tutte le divinità vecchie e nuove si compongono in una mitologia unica, ricchissima e complessa, in cui abbondano versioni diverse e persino incompatibili dello stesso mito. Quanto di più lontano si possa immaginare insomma da una religione rivelata, fissata per sempre ed immobilizzata in un libro sacro dettato da una divinità infinitamente superiore ed incommensurabile con il pensiero dell’ uomo.
Niente divinità perfetta, al contrario ogni dio si distingue per i suoi difetti ancor più che per le sue virtù. Allo stesso modo, niente testi sacri, semmai un corpus di miti fin troppo flessibili, disponibili in varianti infinite come legittimamente ci si attende da una tradizione orale.
 
 
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14 commenti su “Meglio disintegrati …

  1. capehorn ha detto:

    Ho letto con attenzione e , trovandomi, non casualmente, nella schiera dei tuoi estimatori, sono felice di aver trovato conforto alle mie idee sullo “Stato” e la “Chiesa”, nella tua disamina.
    Soprattutto nei rapporti che regolano la “Statalità” e la “Religiosità”.
    Pensieri chiari e personalmente, condivisi.

    Ciò a dimostrazione, che il caldo, non sempre ottunde il pensiero e favorisce la più facile fanfola estiva.

    Oppure, scrivi all’interno di una cella frigorifera? Mhmmmm … 🙂

  2. melogrande ha detto:

    Ti dirò la verità, cape, questi pensieri, scritti un po’ di tempo fa, stavano (beati loro) nella cella frigorifera….
    Non parendomi giusta questa cosa, li ho tirati fuori per infliggergli la calura.

    Mi fa particolarmente piacere che tu condivida queste note, pur rimanendo legittimamente le tue convinzioni ben distanti dalle mie.

    L’ idea elementare che possa esistere dialogo e (addirittura) qualche terreno comune fra credenti e non, sembra quasi incongrua in questi tempi intolleranti.

  3. capehorn ha detto:

    Solo attraverso un dialogo pacato e costruttivo, riconoscendo meriri e demeriti di ciascuno i pensieri che celavi in frigorifero, mantengono la loro freschezza anche al calore di queste ore.
    Il fatto che certe cose ci trovino lontani, non vuol dire che non sentiamo ambe due il senso profondo delle medesime.
    Pur non volendo un sincretismo, a parer mio fuori luogo, desideriamo conoscere le ragioni dell’iuno e dell’altro.
    Solo così si abbatte quell’integralismo, che non solo offende le religioni, ma anche la laicità del vivere comune.
    Ogni integralismo offre facile fianco all’instaurarsi delle dittature.

  4. RedPasion ha detto:

    Mio caro Melogrande

    mi aggiro dalla fornace in cui scrivo
    tra blog oramai svestiti
    con occhiali da soli e bikini

    arrivare qui…
    significa pensare

    le tue disamine sono sempre assai complete
    ma…
    volendo apparire irriverente…

    non indossi mai il costume da bagno?

  5. melogrande ha detto:

    Eccerto che sì, al mare ci sono pure nato come sai, però il caldo della spiaggia mi ottenebra e non mi vengono più i post, è per questo che qui non ne trovi traccia …

    Funziono meglio col freddo.

    : D

  6. feritinvisibili ha detto:

    Eh sì, hai avuto proprio un bel coraggio con questo argomento di questi tempi e con queste temperature..
    Devo dire che come ebrea avrei tantissimo da dire sugli argomenti del tuo post, che sarebbero un punto di vista davvero “altro” rispetto a quello comunemente inteso -da cattolici e greci- del Divino, ma come si fa in uno spazietto così e a queste temperature che disciolgono ogni formulazione di pensiero al primo abbozzo? Io non ne sono proprio capace…. Un saluto però te lo voglio lasciare, buona estate melogrande, H.

  7. melogrande ha detto:

    … e sarebbe pure interessantissimo, un punto di vista ebraico sull’ argomento, anche sotto forma di post, e sarei ben contento di ospitarlo o linkarlo.

    Magari quando rinfresca ti verrà voglia dui scriverne uno.

    Buona estate a te.

  8. utente anonimo ha detto:

    Ottimo post.
    Da un pò non ne scrivevi di così.
    O forse non ne lasciavi sul blog.
    Torno a trovarti presto lasciandoti le mie rifelssioni.

    hesse

  9. feritinvisibili ha detto:

    Ti devo un ringraziamento, anche se tardivo, per il tuo invito ad approfondire l’argomento dal punto di vista ebraico, che accolgo con piacere, e al quale darò senz’altro seguito non appena troverò la lucidità e il tempo necessari.
    Shalom, H.

  10. feritinvisibili ha detto:

     Ho tempi lunghi, ma non dimentico le promesse fatte e cerco di rimediare alla promessa di tentare di spiegare almeno le basi, l’essenza, del rapporto con il Divino nell’ebraismo. E chiedo scusa fin da adesso se il mio sarà un pensiero troppo lungo e allo stesso tempo un po’ monco, ma dalla scrittura del Talmud* ad oggi sull’argomento sono stati scritti milioni di testi, ed io forse farei meglio ad ascoltare invece che a parlare…
    Inizio proprio con una storiella del Talmud.
    Due saggi, rabbi Yehoshua e rabbi Tarfon erano in disaccordo su una certa interpretazione di un versetto della Torah (la Bibbia ebraica) e continuano, come nella migliore tradizione ebraica, a discutere per sette giorni e sette notti senza mangiare e dormire. Così Adonai  (che tradotto in italiano suona come: Signore) mosso a pietà di fronte al rischio che i due continuino a discutere mettendo a rischio la loro vita,  interviene e dice ai due saggi: ”rabbi Yehoshua  ha ragione e rabbi Tarfon  ha torto, ora andate a dormire”. Allora il perdente, rabbi Tarfon, dice rivolto al cielo: “Sovrano del mondo, Tu hai dato la Torah agli esseri umani, per favore stattene fuori dalla faccenda!” e Adonai replica: “ i miei figli mi hanno sconfitto”. E così i due saggi continuarono a discutere…
    Personalmente sono d’accordo con te quando dici che non è necessario fare riferimento a Dio per avere una coscienza e vivere rispettando dei principi etici, ma nello stesso tempo comprendo, e da un certo punto di vista condivido, anche la frase di Dostoevski, e non vedo le due cose in contraddizione…
    I due saggi della storiella discutendo usano la legge scritta, la Torah, come una voce alla coscienza umana che va costantemente interpretata e attualizzata nel presente. Intendo dire che per un ebreo la Torah non va letta come un racconto, ma studiata in gruppo nei suoi significati simbolici, e farlo in gruppo garantisce ricchezza e pluralità di pensiero. Faccio un esempio: l’ultima volta che mi sono trovata a discutere tra ebrei parlavamo del capitolo della Torah che riguarda il sacrificio di Isacco, un rabbino americano è intervenuto dicendo: “cosa ne pensate di Abramo come fanatico?”. Insomma il rabbi sosteneva che lo zelo di Abramo nella fedeltà a Dio non era da considerarsi  necessariamente positivo…
    La differenza sostanziale con il cristianesimo è che nell’ebraismo il rapporto con la dimensione divina non può essere mediato da niente e da nessuno, il rabbino è una persona che ha una buona cultura ebraica ed un’educazione spirituale e la sua funzione è di “tenere insieme” una comunità, di essere di stimolo allo studio e al pensiero, ma il rapporto con Dio nell’ebraismo è individuale e strettamente personale. Per un ebreo sono fondamentali le sue azioni nella vita quotidiana non per guadagnarsi “l’aldilà”, concetto che per un ebreo non ha praticamente senso: cosa ci sia dopo la morte non lo conosciamo e non ce ne preoccupiamo (la faccenda del riscatto delle anime e l’evento messianico sono faccende assai complesse e che davvero non mi sento di affrontare…) In ogni caso è la nostra vita qui ed ora che ci chiama alla responsabilità individuale -e come popolo- riguardo al genere di contributo che diamo alla vita sociale degli uomini. Nell’ebraismo l’ascetismo viene sempre caldamente scoraggiato, perché è solo nel confronto con il mondo e tra gli uomini che possiamo evolverci umanamente e spiritualmente.
    L’ebraismo è molto di più che una religione. Il rapporto con il divino per l’ebreo è un confronto con una dimensione non rappresentabile nel pensiero umano, ma dal cui rapporto l’uomo ricava un ridimensionamento costante del proprio io, il quale tende all’ipertrofia e al narcisismo, insomma dal quale l’ebreo impara a non prendersi mai troppo sul serio. È per scongiurare questa ipertrofia dell’io che, ad esempio, un tribunale rabbinico che deve deliberare decisioni importanti che riguardano la comunità deve essere composto di undici rappresentanti. E se nonostante questo la decisione viene presa all’unanimità il tribunale si ritira per tornare a discutere dopo qualche giorno: la regola è che ogni decisione deve contenere un pensiero ma anche il suo contrario e maturare rispettando il dissenso, questo per poter essere il più vicina possibile ad un senso di giustizia che rispetti principi morali ed etici.
    In definitiva noi ebrei quando ci rivolgiamo a quello che a me piace chiamare l’Invisibile ci mettiamo in relazione con una dimensione che ci ricorda la nostra finitezza di umani e ci mette di fronte al Sacro, alla sostanza spirituale in tutte le cose viventi, inafferrabile dal pensiero razionale e che forse solo i poeti riescono a cogliere con le parole, con la musica, con l’arte.
    Insomma non è una contraddizione per noi ebrei alla fine essere credenti e riconoscere che le brutte o buone faccende terrene dipendono da noi umani, e spero che ciò sia almeno un po’ comprensibile in queste mie scarse parole…
    Si dice che se ci sono due ebrei nascono almeno tre pensieri diversi. Non è un problema di schizofrenia, ma è che per tradizione siamo educati a ricordarci che il nostro pensiero è sempre relativo, insomma alla fine noi ebrei siamo relativisti credenti. Sembra una contraddizione… ma come ripeto solo se includiamo nel nostro pensiero le contraddizioni e continuando a discutere usiamo a pieno ciò che come umani ci è stato donato… E anche qui il discorso potrebbe continuare, ma a questo punto sarebbe giusto se fosse a più voci, quindi mi fermo qui ((: 
     
    *Talmud: tradizione orale dello studio e della interpretazione della Torah che è stata resa testo scritto dopo la seconda distruzione del Tempio di Gerusalemme, alla fine del 500 a.C.

  11. feritinvisibili ha detto:

    …  la frase di Dostoevski alla quale mi riferisco è quella che hai riportato nei tuoi post, l’ultimo quello dal titolo "Uno specchio morale?"

  12. melogrande ha detto:

    Che dire, Hanna, mi rendo conto che il tema è talmente complesso e vasto che è ridicolo pensare di affrontarlo qui, ce ne sarebbe da parlarno per ore ed ore.

    Credo che il rapporto personale col divino sia comune a tutte le religioni del libro ad eccezione del cristianesimo cattolico, che non permette il cosiddetto "libero esame". Fu questa una delle principali ragioni della Riforma protestante.

    D’ altro canto il cristianesimo è quello più problematico nei confronti dell’ idea di Dio. La tradizione scolastica ha cercato di recuperare il pensiero greco conciliando fede e ragione, il papa attuale ne fa oggetto di encicliche, e questo porta a scontrarsi con il male del mondo e la teodicea (Dio non vede, o non può far nulla, o altrimenti perchè non impedisce il male gratuito ?).

    L’ Islam, ma credo anche l’ Ebraismo, condannerebbe come bestemmia la sola idea che si possa sindacare il comportamento di Dio , se anche compisse una malvagità, non spetterebbe all’ uomo  chieder conto a Dio di ciò che fa, all’ uomo spetta di accettare senza voler capire, e senza perdere la fede.
    Così almeno interpreto le vicende di Giobbe.

    Però la tradizione intellettuale dell’ Occidente proprio da questo nasce, dalla pretesa greca di voler a tutti i costi capire, dal rifiuto di accettare come verità il mito, qualsiasi mito.

    Questo rende difficile la convivenza con qualsiasi verità rivelata, qualsiasi autorità trascendente, qualsiasi Libro.

    Mi auguro capiti l’ occasione di parlarne…

  13. feritinvisibili ha detto:

    Sì, sono d’accordo è quasi ridicolo parlarne scrivendo in questi piccoli spazi, rubando il tempo alle mille cose quotidiane.
    Parlarne a voce sarebbe un piacere e una bella sfida per me, che non sono mai riuscita a spiegare in modo comprensibile ad un non ebreo la percezione del Divino nell’ebraismo, è una questione di educazione religiosa di base? Intendo quella ricevuta da bambini… Sai, già dire che Dio ha un "comportamento" o "compie" qualcosa è quasi una bestemmia per noi…
     Parlarne a voce dicevamo,quando, come? Io vivo a Milano, se hai tempo, voglia e sei da queste parti la mia email è sul mio blog, credo che nei prossimi mesi sarò abbastanza stanziale qui, salvo imprevisti ((:

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