Il muro di Berlino, in soggettiva

 
I tedeschi vendono i frammenti del Muro nei negozi di souvenir.
Io ce li ho già.
Mauer
Eccoli qui, sono tre pezzettini, intendiamoci, piccoli come noci, ma sono stati prelevati da me medesimo con una piccozza presa in prestito da un giovane berlinese (dell’ ovest) in un’ epica notte del lontano 1989.
Erano i tempi in cui la mia società cercava di fare affari con l’ URSS, di progetti ce n’ erano tanti, di soldi nemmeno l’ ombra, ma questo l’ avremmo capito solo qualche tempo dopo.
Avevamo a che fare con clienti lituani, oppure russi proprio, ma di Leningrado, ex San Pietroburgo e adesso daccapo Pietroburgo ma senza san, se ho ben capito.
 
Ora, come si sa, il regime sovietico era abbastanza fissato coi controlli, per cui i voli provenienti dall’ Occidente potevano solo arrivare a Mosca, dove le maglie del setaccio erano particolarmente fitte, e solo da li si poteva, ammesso che l’ Aeroflot fosse dell’ umore giusto per onorare le prenotazioni fatte dall’ Italia, raggiungere le altre destinazioni con un volo interno sovietico.
Il che nella fattispecie comportava poi almeno tre ore di burocrazia per uscire da un terminal ed entrare nell’ altro, e finalmente l’ imbarco su un Tupolev malconcio, sporco, sovraffollato ed anche un po’ maleodorante. Sul quale Tupolev mi trovai a sedere di fianco al portello dell’ uscita di sicurezza, la cui precaria tenuta era stata opportunamente rafforzata con abbondanti sovrapposizioni di nastro adesivo da pacchi.
Un bell’ inizio, non c’è che dire, ma il meglio venne subito dopo il decollo quando un sottile ma percettibilissimo sibilo mi confermò ciò che che già avevo capito, e cioè che il nastro adesivo non era una precauzione in più, il maledetto portello non chiudeva bene e la tenuta d’ aria della cabina era affidata proprio allo stramaledetto nastro adesivo da pacchi che faceva sì quello che poteva, ma quello che non poteva non lo faceva e l’ aria un po’ usciva lo stesso.
 
Volai preoccupato, per così dire, aggrappato al bracciolo del sedile e con la cintura di sicurezza ben serrata nella speranza di non venire risucchiato fuori come il cattivo nei film di 007 nell’ ipotesi non remotissima che il portello cedesse di schianto una volta per tutte. Mai più.
 
La volta successiva decidemmo di tentare una furbata.
C’ eravamo accorti che i voli provenienti dal perfido Occidente a Leningrado non ci arrivavano, ma quelli dei paesi del Patto di Varsavia invece si.
E quindi andando a Berlino Ovest con una compagnia occidentale ed attraversando il Muro ci si poteva poi imbarcare su un volo diretto per Leningrado. Sempre un Tupolev sarebbe stato, d’ accordo, ma la segreta speranza era che sui voli internazionali i russi mettessero aerei un po’ più nuovi, non fosse altro che per non far figure con gli alleati. Ci si attacca a tutto.
 
…………………………….
 
Ecco cosa ci faccio io a Berlino in questa sera di novembre del 1989. A Berlino Ovest, più precisamente, dove pernotteremo in attesa di passare dall’ altra parte domattina. E già qui la sensazione è piuttosto strana perché l’ albergo è un palazzone alto e da qui si vede dall’ altra parte del muro ed il contrasto non potrebbe essere più netto.
Pare quasi che i berlinesi dell’ Ovest abbiano fatto apposta a mettere quante più luci, vetrine, sfavillii e scintillii possibili. Anzi, decido che si, l’ hanno fatto proprio apposta per sottolineare impietosamente il buio dall’ altra parte, l’ oscurità triste mal rischiarata da pochi lampioni dalla luce giallastra.
 
Dopo cena il nostro capo delegazione propone di fare un giro dall’ altra parte. Io lo guardo come se fosse matto, ma capirò in seguito che le sue ragioni le ha, la parte storica di Berlino è nella zona russa, ad Est. Dopo breve discussione, però si decide di lasciar perdere, l’ idea di passare i controlli di frontiera tre volte fra stasera e domattina ci lascia estenuati al solo pensiero. Domani si vedrà.
Decidiamo però di fare ugualmente un giro a piedi, dalla parte del Muro.
 
Più andiamo da quella parte, e più si vede movimento, gente per strada, agitata persino. C’è tensione, c’è elettricità, ma non solo, c’è anche un senso di commozione vera nella gente che vediamo, come ai tedeschi non capita spesso di manifestare.
Naturalmente i giornali li abbiamo letti nei giorni scorsi, sappiamo che nel tentativo di salvare il salvabile la DDR lancia una riforma ogni giorno, tra cui la liberalizzazione dei viaggi all’ Ovest, si, però…
Però sapere le cose è un conto, vedere quello che sta succedendo qui un altro.
Ed allora affrettiamo il passo, seguiamo la folla, ci troviamo senza accorgerci sul Luogo dell’ Evento. A ridosso del Muro. Fra non molto, ex-Muro.
È lì ad un passo, e già questa è una novità sconcertante, si dovrebbe stare ben lontani, esiste una fascia di rispetto, una terra di nessuno da entrambe le parti del Muro, la gente invece adesso lo tocca con le mani, migliaia di mani addosso al Muro, lo vorrebbero spostare, tirare giù, come le quinte di un teatro. Ed invece sono pannelli di calcestruzzo, non sono facili da portar via e neppure da spostare, interverranno le gru fra qualche giorno, ma la gente ancora non lo sa.
Stasera ci sono solo mani, tante mani tutte insieme addosso al Muro, e parecchi attrezzi casalinghi, martelli, zappe, piccozze, cacciaviti, qualsiasi cosa.
In qualche punto hanno cominciato a scavare in corrispondenza delle linee di giunzione fra un pannello e l’ altro, l’ è più facile da scardinare, già si vede qualche varco, grande abbastanza da guardare di là, grande abbastanza da farci passare una mano.
 
Foto di Frederick Ramm –
 
Le guardie dall’ altra parte fanno le guardie e, per l’ appunto, guardano. In condizioni normali dovrebbero mitragliare la folla vociante che mette le mani addosso al Muro, dovrebbero sparare, uccidere, lanciare i cani, far suonare le sirene, accendere tutti i riflettori, fare accorrere i mezzi blindati, chiamere il Cremino, questo dovrebbero fare in circostanze normali.
Ma qui le circostanze non sono affatto normali, questo lo hanno capito benissimo.
Quello che non hanno capito è come ci si comporta in circostanze non normali, perché questo non sta scritto sui manuali d’ addestramento e non lo sanno neppure i superiori, che nemmeno sanno se ancora sono i superiori, e per quanto ancora.
Ed allora si limitano a guardare, queste guardie.
 
L’ indomani, nemmeno vorranno vedere i nostri passaporti, al check point.
 
………………………………
 
Oggi, a Berlino, sembrano aver cancellato quasi il ricordo.
Il Muro non c’è più, ovviamente, resta una riga per terra vicino alla Porta di Magdeburgo a segnarne il tracciato, e restano un paio di tratti lasciati in piedi come memoria, memoria privata, però, non attrazione turistica. Quei tratti di Muro è difficile trovarli, sono poco pubblicizzati e per nulla segnalati, ed anche i berlinesi, di solito aperti e pieni di premure per i forestieri, sembrano parlarne malvolentieri, come di una ferita troppo intima per poterne esibire disinvoltamente la cicatrice.
 
 
 
Annunci

4 commenti su “Il muro di Berlino, in soggettiva

  1. utente anonimo ha detto:

    Ti invidio perché eri là quella notte.
    Ora so che avrei voluto essere a Berlino quel giorno di novembre. Novembre 1989. Forse allora non avevo capito davvero cosa sarebbe venuto dopo. Non avevo capito quale gioia intima colma di commozione fosse per i berlinesi, per i tedeschi. Non ne avevo ben capito la portata della caduta del Muro per l’Europa. Oggi a distanza di diciotto anni tutto è stato detto, scritto.

    Mi è capitato persino di leggere che molti dei giovani nati in quella magica notte, o appena qualche anno più tardi, quasi nemmeno sanno cosa sia stato e dove fosse il Muro, nemmeno quando si dice il “Muro di Berlino”. Certo è bene andare oltre ma la memoria di quel muro non dovrebbe essere persa. Conservarne memoria perché non torni mai la tentazione di erigerne di nuovi. Purtroppo però c’è ne già uno nuovo. Un nuovo muro che dopo qualche timido allarme e segno di disapprovazione sembra essere stato dimenticato. Di qua gli israeliani, di là i palestinesi. Dimenticato!. Per vergogna o per impotenza? O forse perché giusto?

    Ma torniamo al Muro di Berlino. Il crollo è stato certo determinato da grandi idee ma anche da tanti fatti minori, quotidiani che, proprio perché tali, rimangono sullo sfondo e forse tanti di noi nemmeno li conoscono. Io faccio parte del gruppo delle persone che li ignorano.
    Voglio quindi provare a ricordarne uno. Un fatto che ho appreso leggendo il romanzo “L’illusione del bene” di Cristina Comencini. Evento che ignoravo ma di cui ho verificato la veridicità trovandone conferma.

    Trascrivo dal libro: “Non si dicono mai abbastanza le cose semplici, le ragioni pratiche dei fatti. La caduta del Muro dipende da tanti fattori: economici, politici, umani …Ma cosa succede praticamente nel 1989? L’Ungheria autorizza per la prima volta il libero passaggio verso l’ Austria. Milioni di tedeschi dell’Est raggiungono l’Austria dall’Ungheria e poi la Germania Ovest., in due parole aggirano il Muro che gli impedisce la vista dell’altra parte della loro città. Attraversando l’Ungheria, passando per l’Austria, riescono a ricongiungersi con l’altra metà di se stessi. Il Muro, ormai inutile, crollerà in pochi mesi….”.

    Sorprendente!

    hesse

  2. RedPasion ha detto:

    a parte l’invidia…
    bello il racconto.
    scritto con la tua solita attenzione per la realtà e per le emozioni.

  3. capehorn ha detto:

    Le strane immagini di quella notte, le rivedo nel film della memoria. Immagini filtrate dei TG e con mia moglie, commentavamo: “Non sarà più come ieri, il mondo ha preso un’altra piega” Stupefatti guardavamo che simbolo di divisione sgretolarsi, come si stava sgretolando una delle due parti del mondo. Ignari che di lì a qualche anno anche l’altra avrebbe subito la stessa sorte e degli effetti ne paghiamo ancora le conseguenze.
    Mi vien da chiedermi “Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”
    Una pagina di storia che ho vissuto, ma di cui non leggerò mai il finale.
    Se avrà un finale.

  4. feritinvisibili ha detto:

    Grazie per questo tuo racconto. La storia del crollo di quel muro è stato l’inizio della capitolazione dei regimi social-comunisti dell’europa dell’est, un “terremoto” politico-economico che ha dato origine tra l’altro anche alla guerra nella ex Yugoslavia… A Berlino la gioia della fine di un incubo e pochi anni dopo, un po’ più a sud hanno inventato le “pulizie etniche”… Un bellissimo libro (fuori edizione purtroppo) a proposito della correlazione tra i due eventi è quello di Paolo Rumiz “Maschere per un massacro”, forse lo si trova ancora in qualche biblioteca. Un saluto e buona giornata

che ne pensi ?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...