La vita, la morte e un salmone

 
 
I pesci non hanno un gran cervello, questo si sa.
Fanno le cose perché le “devono” fare, nel senso che gliele impone l’ istinto, non come noi che possiamo fare o non fare e possediamo il senso del dovere, diciamo così. Hanno la coscienza pulita.
 
Ora, un salmone col suo poco cervello nasce nel suo fiumicello, facciamo che sia in Alaska, in acque basse e trasparenti, e nasce da famiglia numerosa, visto che ogni femmina di salmone depone parecchie migliaia di uova alla volta.
Nasce e cresce per un anno o due, il salmoncino, cresce sano e forte e giocherellone fino ad una dimensione da mezzo chilo, più o meno. Poi comincia a diventare irrequieto.
Per modo di dire, naturalmente, che il salmone ha poco cervello, l’ abbiamo già detto.
Ma quel poco cervello pare si metta a produrre iodio in quantità, o quel che è, insomma il salmone comincia a sentire un bisogno irrefrenabile di sale marino, e quando arriva la primavera ed il disgelo gonfia bene le acque del torrente si mette a discendere lungo la corrente fino ad arrivare al mare, anzi all’ Oceano, il Pacifico.
Ma non è che si limiti a gironzolare lì attorno, brucando le alghe nelle vicinanze della foce del fiume, no. Perché a mano a mano che cresce sente il bisogno di acque sempre più scure e profonde, dicono che diventi ipersensibile alla luce del sole, la verità è che nessuno ha ancora capito perché il salmone fa quel che fa, solo si sa che lo fa.
Si allontana di centinaia di chilometri, e non per una scorribanda di qualche giorno. Passa in aperto oceano cinque, sei, sette anni, crescendo ed irrobustendosi, diventando un bel salmone adulto da una decina di chili, diciamo.
A questo punto diventa di nuovo irrequieto.
Si mette ad annusare in giro, letteralmente. A consultare le stelle, forse. A riconoscere le correnti. Chissà. Non si sa bene quello che si mette a fare, però si sa che c’ entra l’ olfatto e c’ entra la luce.
A farla breve, ritorna sui suoi passi, per centinaia di chilometri, riconosce la baia, sente il sapore dell’ acqua natia, probabilmente, o qualcosa del genere.
Aspetta Agosto, quando sa che il fiume ha meno acqua e la corrente è meno forte, cioè, non è che lo “sa”, si capisce, ma il fatto è che aspetta Agosto, e poi si mette a risalire il fiume.
Ora, cerchiamo di immedesimarci per un attimo, non è che per un pesce adulto sia così facile passare dall’ acqua di mare all’ acqua dolce, la gran maggioranza dei pesci di mare non sopravvive in acqua dolce e viceversa, ma il salmone tiene duro e ce la fa.
Però gli tocca pagare un prezzo alto, altissimo, dal momento in cui entra nel fiume praticamente smette di mangiare, e questo non è ancora il peggio.
Risalire un torrente non è come scenderlo, naturalmente, c’è la corrente che tira contro, ci sono le rapide, bisogna destreggiarsi per trovare un percorso tortuoso dove la velocità dell’ acqua non sia eccessiva e permetta di nuotare controcorrente.
Proprio lì attorno si mettono gli orsi ad aspettare i salmoni. E pure i pescatori sportivi.
Ci sono anche le cascate, nei torrenti dell’ Alaska, e lì non c’è niente da fare, bisogna saltare.
Saltare una volta, due volte, tre volte, poi riprendere fiato un momento e riprovare ancora ed ancora, la terza la quarta volta, finchè non si riesce a non farsi ributtare giù dalla corrente e si può riprendere il viaggio.
Non tutti ce la fanno, naturalmente, molti sono morti in mare prima ancora di tentare il viaggio di ritorno, altri pescati da uomini e orsi, altri infine muoiono semplicemente di stanchezza, se la cascata è troppo alta non è che il salmone si giri all’ indietro e se ne torni in mare, questo non è previsto, lui continua a tentare ed a saltare fino alla morte. Lo deve fare.
Non tutti ce la fanno, ma ce la fanno comunque in parecchi, a raggiungere le acque basse e tranquille dove sono nati.
Ce la fanno in troppi.
E allora il salmone giunto a casa si trasforma come il dottor Jeckill o come un lupo mannaro in una notte di luna piena. Gli viene la gobba. Gli si deforma la mascella. I denti si allungano e si trasformano in zanne. Nel giro di pochi giorni diventa un mostro da combattimento. E comincia a combattere.
Le zanne sono molto affilate, feriscono, lacerano, squarciano. Ma i combattenti non se ne curano.
Un’ unica cosa che gli resta da fare nella vita, quella che li ha fatti tornare fin qui.
I vincitori si accoppiano, poi mettono in salvo le uova fecondate in canali che le femmine hanno scavato nella ghiaia, canali profondi anche un metro.
Poi si lasciano finalmente morire, tutti.
Cibo per i gabbiani.
 
Ora, lo so che è sbagliato umanizzare i comportamenti animali, lo so che il salmone fa quello che fa per istinto, lo fa perché “deve” farlo, ma non per senso del dovere, non è la stessa cosa di quando noi diciamo “devo farlo”, qui non c’è volizione, è destino e necessità, e del resto il salmone ha un cervello piccolissimo, non dimentichiamolo.
 
E quindi che motivo c’ era per raccontare questa storia ?
 
 
 
(cfr. David Attenborough – La vita sulla terra – Rizzoli, p. 128 – 130)
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8 commenti su “La vita, la morte e un salmone

  1. feritinvisibili ha detto:

    Conosco il motivo che ho trovato io nel leggerla, e i pensieri-immagini che il percorso che hai descritto mi ha suscitato, per me è stato ricco in senso simbolico, se la risposta sul motivo di scriverlo l’aspettavi da lettori, spero di avertene dato almeno un accenno esaustivo… e la tua?

  2. LaPoetessaRossa ha detto:

    Capita di tornare sui propri passi dopo anni e anni.
    Capita di tornare a casa per una qualche ragione che magari non si conosce ma per istinto si sente il dovere, il bisogno di ritornare
    E qui mi viene in mente Conversazione in Sicilia.
    (mi perdonerà Vittorini se paragono la sua opera al viaggio di un salmone?)
    Perché poi a casa non è che ci si vada per fare pace o trovare pace.
    Magari ci si ritorna per pareggiare conti, per dire cose taciute, per avere l’ultima parola, per vedere come è andata a finire.
    Che il salmone poi ci muoia è la natura che ha deciso così.
    E la natura ha sempre le sue ragioni.
    La natura.
    Forse quando si ritorna è perché in qualche modo abbiamo ascoltato la natura.
    La natura che ha i suoi tempi che non sono i tempi nostri, quelli imposti dall’essere connessi 24 ore su 24.
    Tornare. E poi ritornare dove abbiamo scelto. Con il cuore diverso.

  3. Diaktoros ha detto:

    Non sono tanto sicuro che il nostro comportamento sia tanto divero da quello dei salmoni. E’ vero, ragioniamo un po’ di più, ma in fondo obbediamo a stimoli che non riusciamo a controllare molto più dei salmoni.

  4. capehorn ha detto:

    Noi e i salmoni abbiamo uno stile di vita simile. Anche noi abbandoniamo il nostro specchio d’acqua e andiamo per il mondo.
    Che questo sia la scuola, il lavoro, una relazione poco importa.Abbandoniamo i luoghi natii, però poi per ragioni misteriosi o ben plausibili ritorniamo a ripercorrere quei luoghi a rivedere quelle facce e usmarne gli odori. Se non lo facciamo personalmente, la memoria ce ne da occasione.
    Altri meglio e più compiutamente, riusciranno a dare una risposta più profonda e sopportata da prove inoppugnabili, m mi sono sentito salmone pure io.
    I desideri apparentemente sepolti in quella parte antica del nostro cervello emergono incontrollabili e incontrollati e allora ti trovi a saltare su di una cascata, ripetendo più volte il salto, fino a riuscirvi.
    Buon ritorno a tutti.

  5. RedPasion ha detto:

    quanto tempo…
    e ancora…

  6. melogrande ha detto:

    Non mi era chiaro davvero il motivo per cui questa storia mi avesse toccato così tanto da farmi venire la voglia di raccontarla.

    Mi avete indicato il tema del ritorno, in questo caso un ritorno doloroso, un ritorno che costa caro, e che pure si pone necessario al salmone e forse pure all’ uomo. Ed il salmone è diventato metafora del migrante, forse.
    Ma da dove viene questa necessità ?
    Bisognerà pensarci ancora su.
    Grazie a tutti voi.

  7. feritinvisibili ha detto:

    Da dove viene questa necessità… forse da qualcosa che sta così nel profondo negli esseri viventi che il nostro pensiero razionale è in grado di cogliere solo in parte? Forse dalla morte, così come dal ritorno, possiamo imparare una cosa così difficile per noi occidentale, e cioè ad arrenderci? Intendo arrendersi di fronte ad una forza interna che non possiamo spiegare e che ci spinge a fare qualcosa, che a volte è più forte di noi… come quando amiamo qualcuno, ad esempio.. ? Ma questi continuano ad essere solo pensieri, ed io immagino quella forza che spinge il salmone e gli umani molto molto più grande dei pensieri…

    • Franca sala ha detto:

      Certamente ē una informazio e primordiale o primigenia , così devono fare , e gli umani senza rendersene conto con la ragione fanno altrettanto , fanno altrettanto le piante , fino all’ ultimo filo di erba , e fino all’ultimo minerale , e ancora agli atomi che si attraggono , perché? Tutto questo? Perché credo , anzi sento che tutto è già programmato , non c’ė libero arbitrio , ma programmato da chi? Da noi stessi ! Prima di venire in questa dimensione , solo che ora non lo sappiamo .

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