Sabbia nera

Per entrare nella zona dei campi petroliferi serve un permesso speciale, un “Pass”, il cui rilascio è normalmente soggetto ad una complessa serie di adempimenti burocratici nonché al grado di benevolenza del funzionario addetto al rilascio. Niente di nuovo sotto il sole, intendiamoci.
Come che sia, il pass ce l’ ho.
 
La strada corre dritta nel deserto come tracciata col righello, e del resto perché mai uno su dovrebbe inventare curve dove non c’ è nulla, non si percorre neppure una gran distanza, sono quaranta minuti da Kuwait City, non di più, d’ altra parte il Kuwait è grande come il Lazio , ci sono paesi dove devi percorrere centinaia di chilometri prima di arrivare ai campi petroliferi.
Ma fa ugualmente uno strano effetto giungere ad un posto di controllo in mezzo al niente, con tanto di reticolati, fili spinati, sbarre automatiche, autoblindo e poliziotti accigliati.
Sembra un confine di Stato, un posto di frontiera di quelli di una volta.
 
Tutto attorno appunto il nulla, distesa biancastra di sabbia, roccia e sassi, tagliata a metà da questa strada che prosegue dopo il posto di controllo rettilinea e monotona come prima del controllo. E su questa strada proseguiamo anche noi.
Dieci o quindici chilometri più avanti il panorama comincia a movimentarsi, compaiono i derrik dei pozzi petroliferi, le flowlines che raccolgono il prezioso liquido e come fossero vasi capillari lo convogliano verso i centri di raccolta. Compaiono impianti di trattamento, centrali elettriche.
Industrializzazione nel mezzo del nulla, cattedrali nel deserto, ma almeno qui ha un senso. Il petrolio che viene fuori dai pozzi ha tanto di quel gas da fare le bollicine, occorre stabilizzarlo separando il gas, anche solo per renderlo trasportabile.
 
I lavori sono appena iniziati, dobbiamo realizzare una grossa centrale di compressione ed un gasdotto. La prima cosa che si fa sono i movimenti di terra, il terreno sul quale si dovrà costruire deve essere livellato, non si fa un impianto in saliscendi.
Qui si tratta di lavori impegnativi, fra un punto e l’ altro del terreno prescelto le differenze di quota sono di sei o sette metri, e allora sbanca di qua, porta il terreno di là, taglia le colline e riempi le valli, gran lavoro di escavatori tutto attorno, migliaia e migliaia di metri cubi di terreno spostato.
“E poi c’ è il terreno contaminato da rimuovere” dice il capocantiere, un ragusano tagliato con la scure che deve averne viste tante. “E al posto di quello contaminato dobbiamo portare terreno buono”.
 
Terreno contaminato. Può succedere, in una zona percorsa da così tanti tubi, una perdita da qualche parte, ma in genere è roba da poco, mentre lui sembra preoccupato e non è tipo da preoccuparsi per niente.
“Nardo, che vuol dire terreno contaminato ?”
“Ora glielo faccio vedere”.
Il Pajero si arrampica a fatica su strade a malapena tracciate dal Caterpillar, “trazzere” la definisce lui, e mi strappa un sorriso l’ uso di questo termine dialettale che non sentivo da decenni, ma intanto il Pajero va, e per una volta usiamo un SUV per quello che il SUV dovrebbe fare, andare dove una macchina normale non può andare.
Arriviamo su un’ altura non ancora spianata, il lavoro sta andando avanti gli escavatori lavorano.
Il terreno non ancora attaccato però non è biancastro come quello attraversato per arrivare fin qui, no.
È nerastro. O per meglio dire, è punteggiato di nero, come se fosse spruzzato d’ inchiostro.
I puntini neri sono grumi di catrame, grossi come meloni.
“Da quella parte”
Guardo.
Da quella parte c’è una depressione del terreno, in teoria lì si dovrebbe aggiungere terra, invece stanno scavando ancora di più, scavando un terreno che non è più soltanto punteggiato di nero, è proprio tutto nero, uno strato compatto di catrame alto più di un metro che si allunga per decine di metri.
“Un lago di petrolio, abbiamo trovato”.
“E quella zona, perché è recintata ?”
“Lì ci abbiamo trovato una camionetta militare tutta sventrata, qua attorno pure tanti ordigni c’ erano, fortuna che quelli li ha fatti rimuovere il cliente.”
 
Mi torna tutto in mente.
La Guerra del Golfo, la prima, quella di Bush padre, l’ Operazione Desert Storm. Gli irakeni in ritirata che incendiavano i pozzi.
 
“A questo non sono riusciti a dare fuoco, però hanno fatto saltare la valvola di testa ed il petrolio si è messo ad uscire fino a quando i kuwaitiani non sono riusciti a riparare il danno. Un lago abbiamo trovato, lo vede lei stesso.”
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
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5 commenti su “Sabbia nera

  1. utente anonimo ha detto:

    Stesse impressioni, sensazioni parole fatte in auto durante il tragitto per arrivare presso una raffineria poco fuori Kuwait City.
    Se poi pensi che mi accompagnava un libanese ed in quel periodo in Libano era in corso l’ennesima guerra puoi ben capire quanti altri conflitti più o meno assurdi sono tornati alla mente.

    Demian

  2. RedPasion ha detto:

    leggerti è
    partecipare al viaggio

  3. chiccama ha detto:

    non sono piu’ potuta entrare in Kuwait dopo la guerra del Bush padrem perchè sul mio passaporto c’erano visti per l’Irak e ancora adesso ne resta memoria…

    ho visto però da lontano e avrei sempre desiderato vedere coi miei occhi …
    grazie per essere tu i miei occhi!!
    chicca

  4. melogrande ha detto:

    Adesso i rapporti fra Iraq e kuwait sembrano buoni, da qui passa gran parte delle merci che vanno in Iraq, non ho sentito risentimento, per fortuna la gente spesso è più saggia dei governanti.

  5. capehorn ha detto:

    Sei riuscito ad infilare il cuore nel tuo zaino.
    Viaggio con te, due passi indietro, sai com’è … i viveri. 🙂
    Che bel posto il deserto, dove tutto inizia e dove tutto finisce e dove tutto è diverso. Anche un lago.

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