Dei Rebus e della felicità

Il nome “rebus” pare derivare da certi scritti satirici emessi annualmente dai chierici della Piccardia, all’ incirca al tempo del Carnevale, allo scopo di richiamare l’ attenzione su misfatti commessi nei dintorni. Questi pamphlets erano intitolati “De Rebus quae geruntur” (“delle cose che accadono”).

In queste satire si adoperavano immagini per suggerire parole, frasi, o cose.
Rappresentazioni fatte appunto “non verbis sed rebus”, non con le parole ma con le cose.
 
Un rebus è un problema, né più né meno,e come tutti i veri problemi non ha un procedimento unico per trovarne la soluzione. Non si presta all’ analisi col computer, il rebus, come la vita stessa. Non sostiene alcun algoritmo. È piuttosto un allenamento al pensiero laterale, un continuo stimolo al ragionamento per analogie, al ragionare in termini di “E’ come se…”
Quel pensiero laterale che sfugge (ancora) all’ analisi sistematica.
Forse è proprio per questo che la risoluzione di un rebus produce un moto di gioia interiore che potrebbe quasi essere preso a paradigma ed esempio perfetta felicità.
 
Che cos’è infatti la felicità ?
La parola “felice” dal latino felix viene fatta risalire ad una radice indoeuropea dhe(i) tramite il greco phyo che in origine voleva dire “allattare”. Da questa radice vengono anche le parole “femmina”, feto, figlio e “fecondo”. Il senso della felicità quindi risalirebbe da un lato alla creatività, alla capacità di generare, dall’ altra al nutrimento, alla capacità di saziare, di soddisfare.
 
La felicità è la soddisfazione di un desiderio, dice Aristotele. E se lo dice lui…
Fermi tutti, però.
La soddisfazione dei desideri è cosa un po’ diversa dall’ abbandonarsi alle proprie pulsioni. Perché qui, proprio qui, viene fuori un problema piuttosto serio.


 

 Vediamo.

Con T (il miele) il cacciatore  ONI cercherà con successo di far uscire gli orsi dalla tana.

Pertanto:

Con T orsi ONI stanerà = Contorsionista nera

Ci siamo !

Ho risolto il mio rebus.

Sono felice.

Però non resto felice.
Eppure la soluzione resta, lì, scritta a penna.
La felicità invece no, quella dopo un po’ scompare.
Ma allora la felicità non stava nella soluzione.
La felicità stava nel trovare la soluzione.
La felicità ha illuminato il momento del passaggio, quell’ attimo che separa un “prima” in cui mi stavo dannando per cercare la soluzione, da un “dopo” in cui la soluzione l’ ho trovata e mi sento dunque, proprio in virtù della soluzione trovata, più ricco e soddisfatto di prima.
È questo il punto, puramente e semplicemente: la felicità non è il punto di arrivo, ma la transizione fra uno stato e l’ altro.
Se ho un terribile mal di denti e questo male all’ improvviso scompare, io provo uno stato di intensa e goduriosa felicità, pur se la mia condizione non è diversa da quella normale di tutti i giorni in cui non ho mal di denti. Eppure adesso che il mal di denti è passato mi sembro tanto più felice.
È la transizione che genera la felicità, non lo stato stazionario a cui si perviene.
Proprio qui sta il problema.
La transizione, come dice la parola stessa, è transitoria.
Dura il tempo necessario poi si dissolve nella condizione di arrivo, quella che di per se non genera felicità.
Quella in cui il rebus è dato per risolto.
Quella in cui non sono più felice di quanto fossi prima di aprire la Settimana Enigmistica
E’ un guaio.
Nota:
Il rebus che ho utilizzato per questo post si trova a pag 40 del n. 3999 della mitica rivista, speriamo che non se l’ abbiano a male…
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8 commenti su “Dei Rebus e della felicità

  1. chiccama ha detto:

    quello che tu dici qui:
    **La transizione, come dice la parola stessa, è transitoria.
    Dura il tempo necessario poi si dissolve nella condizione di arrivo, quella che di per se non genera felicità.
    Quella in cui il rebus è dato per risolto.**

    è assolutamente vero e può essere applicato a tante situazioni
    se penso alla progettazione di un lavoro, almeno per me, è felicità assoluata, vedere prendere forma quello che ho pensato e poi sì il progetto realizzato è un momento felice, ma nulla in confronto al pecorso

    io ci trovo molte somiglianze anche nei momenti dell’attesa…
    per me l’attesa è un tempo incredibile, dove la mente e il cuore producono di tutto e poi quando c’è la conclusione … tutto finisce, anche se è una conclusione felice….

    forse dentro a tutto questo potrebbe persino trovare spazio “il sabato del villaggio”…
    grande Leopardi!!

    hai sempre dei post che mi costringono a pensare!!!:))) per fortuna!!!

  2. RedPasion ha detto:

    felicità nel lungo periodo è
    avere un sogno
    un progetto di vita
    e coltivarlo…

  3. melogrande ha detto:

    @chicca
    la felicità come stato di transizione ti richiama l’ attesa ?
    E’ un’ intuizione interessante, molto interessante. Diciamo che se i miei post ti fanno pensare, accade lo stesso a me coi tuoi commenti.

    L’ attesa è una condizione di passaggio, questo è innegabile, vissuta in funzione di qualcos’ altro, così come lo sono gli sforzi per risolvere il rebus sono uno stato transitorio da percorrere in attesa (!) che la soluzione arrivi, o che ci si rassegni al fatto che la soluzione non arriva.
    Le due cose sono legate, ma non sono la stessa cosa.
    L’ attesa mi appare come una specie di prerequisito della felicità; perché possa la esistere occorre la transizione da uno stato inferiore ad uno stato superiore, di qualunque tipo.

    Questa transizione è preceduta da una fase in cui si tenta di raggiungere lo stato desiderato, e si attende la riuscita.
    L’ attesa è la salita, la felicità è l’ istante in cui si raggiunge la vetta ( e prima di cominciare a sentir freddo…
    L’ attesa di una persona cara è essenziale perché si percepisca bene il legame con quella persona, la felicità è il momento esatto in cui la si vede comparire.
    Prima viene l’ attesa, poi la felicitè, se viene ( ma non è detto).
    Ed anche il “non è detto” in fondo fa parte del meccanismo, perché se fosse detto che la soluzione del rebus arriva sempre, allora la gioia della soluzione sarebbe assai meno intensa.
    Il rischio di fallire, l’ incertezza, l’ ansia fanno parte anche loro del percorso verso la felicità, così che più difficile è l’ impresa, più incerto l’ esito e più intensa la felicità che accompagna il successo.
    Siamo complicati …

    @red
    costruire qualcosa di importante, dedicare la vita ad uno scopo aiuta a non sentire l’ angoscia, non discuto. Ma non basta. Qualunque sia l’ obiettivo, una volta raggiunto non ti basta. L’ essere umano (almeno quello vivo) non si riempie mai.

  4. utente anonimo ha detto:

    Dal rebus alla felicità.
    Mi piace questo tuo post. E mi piace proprio perché mai avevo pensato parlando di un rebus di poter arrivare a parlare della felicità.

    Devo confessare che non sono capace di risolvere i rebus. Forse non ho pazienza. Non mi concentro. Insomma il mio cervello di fronte ad un rebus non si attiva. Forse è pigrizia.

    Ma veniamo alla felicità.

    “La felicità ha illuminato il momento del passaggio, quell’ attimo che separa un “prima” ..da un “dopo” . È questo il punto, puramente e semplicemente: la felicità non è il punto di arrivo, ma la transizione fra uno stato e l’ altro.”

    Quanto hai scritto mi ha fatto ricordare la poesia di Montale che qui trascrivo:

    “Felicità raggiunta, si cammina
    per te su fil di lama.

    Agli occhi sei barlume che vacilla,
    al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
    e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

    Se giungi sulle anime invase
    di tristezza e le schiarì, il tuo mattino
    è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.

    Ma nulla paga il pianto del bambino
    a cui fugge il pallone tra le case.”

    La felicità non è un tempo ma sempre e solo un istante o una serie di istanti, un punto di contatto con qualche cosa che avvertiamo come straordinario. Straordinario per noi, per la nostra anima, per il nostro cuore, per la nostra testa.

    Seguendo Galimberti potremmo dire che la felicità deriva da “quello straccio di relazione in più”.

    hesse

  5. capehorn ha detto:

    Carissimo, a tuo dire la felicità esiste, nella misura in cui noi riusciamo ad attraversare tutti gli aspetti della vita. Dai più semplici ai più complessi. Quindi solo nel “movimento”, nell’avanzare quotidiano, possiamo assaporare il momento. Per essere felici, noi umani dobbiamo crescere. E per crescere, gioco forza, si fa obbligo di affrontare la vita. Il “panta rei” trova uno dei suoi pilastri giustificativi. Tutto scorre e nello scorrere si modifica e per andare da A a C, la felicità è B. Sempre che si voglia percorrere quel viaggio. Epperò mi sorge un dubbio. Vuoi vedere che l’opposto lemma, sia simile per costituzione?
    La “Mitica” ne sara lusingata, sapendo che un suo sforzo è servito per costruire abilmente una stanza in cui i giochi diventano occasione di pensiero e meditazione. Anche questo è felicità.
    CapeH

  6. chiccama ha detto:

    Caro Francesco,
    dici:
    Le due cose sono legate, ma non sono la stessa cosa.

    sì concordo…. certamente!!

    anche se devo confessarti che a volte è stato proprio quel momento transitorio la “felicità” (come attesa della persona amata) perchè il momento esatto in cui l’ho visto comparire è stato …non felicità ma profonda delusione!!
    a volte accade anche questo, perchè come tu ben dici siamo molto complicati!!!!

  7. melogrande ha detto:

    Cape, credo che valga anche al contrario, la disperazione sta nella perdita di qualcosa, dopo che la perdita si è consolidata il dolore in qualche modo si attutisce.

    Il bambino a cui fugge il pallone fra le case non continuerà a piangere per tutta la vita.

  8. utente anonimo ha detto:

    “Il bambino a cui fugge il pallone fra le case non continuerà a piangere per tutta la vita.”

    piangerà per un pò
    poi ci saranno altri istanti, altri momenti di felicità
    ma sempre e solo istanti, transizione, passaggio

    “Felicità raggiunta, si cammina
    per te su fil di lama.

    Agli occhi sei barlume che vacilla,
    al piede, teso ghiaccio che s’incrina; ..”

    hesse

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