Una finzione che dice la verità

“Quest’ idea della letteratura come finzione è tutta fuorviante. (…) Io credo che le cose letterarie riuscite sono invece quelle che dicono la verità.
Per verità non so bene cosa intendo, forse qualcosa che un altro o un lettore riconosce: c’è questa idea del riconoscimento e quindi non è più questione se la cosa è accaduta o no.
Anche la cosa più fantasiosa che esista, però, deve avere dentro una specie di verità che si riconosce e allora la letteratura dienta anche una specie di grande esperienza del mondo, anche se le cose sono le più infime, è come se fosse lo strumento per mettere in parola il mondo. (…)
Questa è la virtù per cui un libro sopravvive e continua a parlare alle persone, è difficile da definire, però è indubbiamente una virtù dei libri e secondo me è legata a questo fenomeno del riconoscimento: cioè trovare con parole già dette, scritte, cose che uno provava senza sapere di provarle, e che quindi erano un po’ impercettibili, erano in quell’ area poco chiara dell’ animo in cui uno sente delle cose che non ha ancora nominato. Nominarle le fa esistere come oggetto fuori di te e è la questione del dire la verità, che purtroppo detta così, con la parola verità sembra dire un accaduto, mentre invece c’è una verità chiamiamola non storica o contingente ma una verità un po’ più lunga, propria dell’ essere esseri umani. Se un autore un po’ insegue questo, allora ha qualche probabilità di sopravvivere.
 
Ermanno Cavazzoni, Intervista – Pulp N. 74.
 
Le trovo bellissime, queste parole di Cavazzoni sul nocciolo profondo di cosa sia in realtà la letteratura. Una finzione che dice la verità.
Dice la verità non nel senso di raccontare fatti realmente avvenuti, non è questo il punto, non è questo quello che conta.
La letteratura può raccontare (e normalmente proprio questo fa) storie inventate, senza alcun riferimento ad avvenimenti reali, e spesso arriva a raccontare fatti che non solo non sono veri, ma nemmeno verosimili, come il viaggio di Astolfo sulla Luna.
Eppure, nel fare questo, la vera letteratura dice ugualmente la verità, nel senso che disvela cose che tutti noi sapevamo ma senza riuscire ad esprimerle in parole. Il vero scrittore lo fa e di colpo, attraverso le sue parole, la verità implicita diventa verità esplicita, la verità inconscia diventa verità conscia, la verità soggettiva diventa verità oggettiva, messa nero su bianco, esterna, altro-da-me e proprio per questo più pienamente conoscibile.
A queste condizioni, la letteratura può aspirare all’ universalità ed all’eternità.
Posso trovare verità sepolte in romanzi scritti secoli fa, in testi di scrittori cinesi o indiani, così lontani da me che l’ area di esperienza condivisa dovrebbe essere pressoché nulla, ed invece no.
Uno strumento per mettere in parola il mondo.
 
Che la letteratura vera fosse questo io credo di averlo sempre saputo.
Cavazzoni però l’ ha detto, e l’ ha detto come meglio non si sarebbe potuto. Appunto.
Ecco, lo volevo ringraziare per averlo fatto, tutto qui.
 
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8 commenti su “Una finzione che dice la verità

  1. RedPasion ha detto:

    i libri più belli sono quelli che scrivono del mio cuore senza averlo mai conosciuto…

    sono quelli che mi hanno rubato le parole…
    che avrei voluto scrivere io…

  2. chiccama ha detto:

    credo proprio di poter anche io concordare

    i libri che ho sono mio comodino sono quelli che mi hanno disvelato ciò che non conoscevo di me e degli altri

    il ” fenomeno del riconoscimento” è assolutamente importante
    se penso ai tragici greci che amo moltissimo, evidentemente è per questo!!

    ciaoo
    francesco

  3. utente anonimo ha detto:

    E’ un periodo che leggo moltissimo, un libro dietro l’altro come non mi capitava da anni e mi sembra di non poter fare a meno della letteratura, della finzione che dice la verità. A me sembra che la letteratura rappresenti la capacità dell’uomo di dire attraverso le parole anche quello che può sembrare indicibile, vale a dire non solo i sentimenti, ma soprattutto l’immaginazione, la straordinaria capacità umana di immaginare mondi e persone e volti e situazioni che non sono state ma potrebbero essere. Una capacità che tutti abbiamo, chi più chi meno, anche per circostanze esterne che possono limitarla, ma che solo chi scrive sa applicare, anche per gli altri. Saluti, alessandra.

  4. utente anonimo ha detto:

    La letteratura, quella vera, da qualunque parti la si guardi, qualunque cosa racconti, riguarda sempre comunque la vita, o ricordando Carver “la questione di come stare al mondo”.

    hesse

  5. melogrande ha detto:

    Immaginazione capace di rendere veri mondi che non esistono, ma anche di descrivere ciò che è già vero e familiare in una maniera in cui non l’ avevamo mai visto. Mi viene alla mente un pezzo di bravura di Calvino (non credo che riuscirei a recuperarlo) in cui descrive in modo immaginifico una camicia da uomo stirata e piegata. Una camicia.
    Ecco, l’ idea che uno scrittore mettendo in parola il mondo ci faccia vedere sotto una luce nuova ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi, forse vuole semplicemente dire che questa finzione “esterna” serve a scoprire un po’ di verità “interna”, di verità su se stessi.

  6. utente anonimo ha detto:

    Eco afferma che l’educazione al Fato ed alla morte è una delle funzioni principali della letteratura e forse è vero.

    hesse

  7. melogrande ha detto:

    Italo Calvino – La camicia da uomo

    “Alcuni credono la camicia stirata d’origine vulcanica, per via dell’anfiteatro tondeggiante che s’innalza al termine della distesa piatta: si tratterebbe d’un antico cratere spento, e le pendici triangolari che s’estendono in direzione della pianura sarebbero il risultato del raffreddamento improvviso d’una colata di lava. Ma la consistenza dei materiali e la morfologia dell’insieme appaiono così diverse da quelle d’ogni altro paesaggio vulcanico da rendere inattendibile la congettura. Altri, senza pronunciarsi sull’origine, insistono ritenere l’anfiteatro un lago disseccato. Questo presuppone che la camicia fosse un tempo ricca d’acque, le quali provocando inondazioni e successivamente ritraendosi avrebbero formato la vasta pianura alluvionale. La spaccatura longitudinale che divide a metà la pianura segnerebbe il corso d’un antico fiume o uadi che forse in un’era più tarda si scavò un letto sotterraneo (di cui sarebbe traccia il sovrapporsi d’uno strato tettonico all’altro in corrispondenza della discontinuità o faglia). Peraltro, l’attuale assenza di piogge nella zona e l’impossibilità di determinare con certezza una mappa idrografica, consigliano la maggiore prudenza nel valutare anche questa teoria. Va pure fatto cenno all’immancabile ipotesi del meteorite gigantesco che cade sulla camicia dal cielo e causa con il suo impatto lo sprofondamento della zona circolare e l’innalzamento della zona che la cingono. Tutti eventi possibili, che nessuno può permettersi d’escludere a priori, ma che vanno suffragati da prove, o almeno da indizi. Ora, non trovandosi traccia di polvere né di schegge nelle vicinanze, non si vede dove possano essere finiti i materiali della frantumazione del macigno. Dunque, tanto vale rinunciare all’idea. Per il momento, non ci resta che constatare che la camicia è così com’è, lasciando in sospeso la questione della sua genesi. Giace su un piano orizzontale, in un perimetro perfettamente rettangolare o quasi, piatta e liscia per gran parte della sua superficie, ma non rigida (qua e là accennando una lieve ondulazione, come per uno scorrere di vento), di spessore esiguo, si direbbe, non però uniforme. Insomma, descrivere la camicia è difficile: la sua forma non ha alcun rapporto con l’uomo e questo restringe il campo delle metafore possibili. La camicia non è antropomorfa. Ma se volessimo ricorrere a similitudini animali, non credo che riusciremmo a trarne miglior partito. Le pendici che si staccano dal cerchio in rilievo e avanzano in due punte ad angolo ottuso divergendo tra loro d’un angolo anch’esso ottuso, e che s’adagiano sulla superficie pianeggiante senza confondersi con essa, non sono paragonabili né ad ali, né a pinne, né ad elitre, né a squame. La camicia non assomiglia a niente, sfugge alle figure del linguaggio. Forse per questo si presenta come un paesaggio disabitato, senza vita. E ancora: trattandosi di camicia a righe, non si può non soffermarsi su queste striature cromatiche rettilinee, parallele, in senso longitudinale; ed è la caratteristica che più allontana la camicia dalla natura, dico la natura come scenario della vita dell’uomo (per quanto anche su questo tema non siano mancate le congetture fantasiose di chi vedeva nelle righe canali o binari o solchi o altre tracce dell’industria umana). Il particolare più inspiegabile è questo: all’interno del bassopiano circolare (e solo li), le strisce parallele sono orizzontali anziché verticali: sulle pendici sono oblique, con un’inclinazione diversa da quella delle superfici spioventi, il che ne accentua la discontinuità da tutto il resto. Potremmo definire l’anfiteatro come un bassissimo tronco di cilindro inscritto entro un tronco di cono di forma irregolare (forse a base ellittica). Del tronco di cono è visibile solo l ‘esterno; del tronco di cilindro, solo l’interno, tranne che in un punto: quello in cui il tronco di cono s’apre nel mezzo per l’asportazione d’una sezione angolare, lasciando vedere nel suo interno l’esterno del tronco di cilindro. E’ questa la zona più delicata di tutto l’insieme: vi si scopre che almeno in un punto il tronco di cilindro non è semplice ma comporta il sovrapporsi di due strati o lamelle . Ed è di li che prende origine il taglio centrale che percorre longitudinalmente il rettangolo facendo sovrapporre gli strati sottili dei due margini. Ed è in quel punto che, miracolo delle inesauribili risorse degli elementi, sboccia un piccolo fiore di madreperla, tondo e occhiuto. Come una primavera extrabiologica li avesse risvegliati, altri fiorellini di madreperla biancheggiano, tutti uguali, a intervalli regolari lungo la riva, ossia la striscia che costeggia il taglio. Tra l’uno e l’altro la riva sembra lievemente sollevarsi, come per un’onda invisibile che prema dall’interno, anche se l’assenza di spessore esclude che si tratti di un respiro che vada tendendo e distendendo la superficie leggera.”

  8. utente anonimo ha detto:

    Penso Eco si riferisse al fatto che un romanzo o un racconto presentano una storia, con un inizio ed una fine ed uno svolgimento che sono dati ed ineluttabili.
    Ci può dispiacere che il protagonista muoia, o che non riesca a sposare la sua bella, ma non possiamo fare nulla per cambiare la storia.
    Dobbiamo accettarla così com’è, come si accetta la morte, ed il fato.

    Melogrande

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