Qui si fa l’ Italia

Va bene.
Non è facile parlare di Garibaldi e della spedizione dei Mille, non è facile visto che questo mito di fondazione della nazione, questo culmine del Risorgimento ci è stato tramandato nelle aule scolastiche, talmente incrostato di retorica da avere tolto ogni fascino e spessore umano alla vicenda, per trasformarla in una sorta di stucchevole caricatura di mito.
Più un eroe da fumetto che un essere umano, così mi ricordo Garibaldi dagli studi scolastici.
Eppure i documenti storici non mancano, incluse le stesse memorie di Garibaldi, violentemente polemiche, e ci si può fare un’ idea abbastanza precisa di come andarono veramente le cose.
 
Bisognerebbe raccontarla tutta dal principio, la storia della Spedizione dei Mille, si saprebbe dell’ imbarazzo, per non dire del vero e proprio fastidio che la faccenda provocò nelle corti di mezza Europa, si capirebbe che Garibaldi non era di certo innamorato dei Savoia, che Cavour cercava di tirarlo per la manica allo scopo di emarginare Mazzini, si capirebbe pure che Garibaldi non faceva che scegliere il minore dei mali pur di realizzare il sogno di un’ Italia unita, finalmente liberata sì dai Borboni, ma soprattutto dalla Chiesa e del suo potere temporale. Non si può raccontare così tanto in un post.
 
Mi accontento allora di dire che quando Garibaldi sbarcò in Sicilia con i suoi Mille o poco più, per lo più giovani della buona società, medici, ingegneri, avvocati, bergamaschi e liguri in maggior parte, i Borboni avevano sull’ isola non meno di 40.000 soldati. E non si trattava di truppe da buttar via, intendiamoci, tutt’ altro, i Borboni erano spagnoli, e gli spagnoli non erano certo digiuni di arte militare.
Quelli che erano da buttar via erano piuttosto i comandanti, per lo più ultrasettantenni cresciuti a corte, avvezzi ad intrighi di potere e manovre diplomatiche, ma pressoché digiuni di armi e battaglie vere. Garibaldi se li mangiava in un boccone, generali così.
E difatti Garibaldi si prese il Regno quasi senza colpo ferire.
Quasi.
Con un’ eccezione.
 
Avuta notizia dello sbarco, i Borboni inviarono contro i Mille non meno di 4.500 soldati, i quali piuttosto che intercettarlo mentre avanzava pensarono di attenderlo a Calatafimi.
Era il 15 maggio del 1860.
Ebbene, la famosa battaglia di Calatafimi, quella che segnò l’ inizio della fine per il Regno delle Due Sicilie, quella che inaugurò la trionfale marcia verso l’ Unità d’ Italia, fu battaglia per modo di dire, si concluse con un bilancio da azione di guerriglia: 25 morti tra i garibaldini, 35 fra i borbonici. Tanto per farsi un’ idea, nella battaglia di Waterloo non moltissimi anni prima avevano perso la vita cinquantamila soldati. Cinquantamila.
Talmente inconsistenti furono i combattimenti che Garibaldi non riusciva a credere che i borbonici davvero si stessero già ritirando, ed esitò parecchio prima di ordinare l’ inseguimento, nel timore si trattasse di una trappola..
Non molto diversa fu la vicenda della presa di Palermo. Al momento dell’ armistizio i Borboni evacuarono dalla città 20.000 soldati che non avevano praticamente sparato un solo colpo.
 
Una sola volta Garibaldi si trovò di fronte un avversario degno di lui, e fu a Milazzo.
Ad affrontare i garibaldini, quella volta fu inviato il generale Bosco, non ancora quarantenne, noto e temuto a corte per il pessimo carattere, ma competente, di grande coraggio e per questo adorato dai suoi soldati che lo consideravano “uno dei loro”, più o meno come Garibaldi presso i suoi.
 
Milazzo si trova all’ inizio di una penisola lunga e stretta, particolarmente facile da difendere contro un attacco da terra, e per di più Bosco sapeva come schierare le ruppe a regola d’ arte. Molti anni dopo, scrivendo le memorie della spedizione, Garibaldi ammetterà di avere compiuto degli errori nel valutare la situazione tattica di Milazzo, e di aver ordinato cariche che non avevano nessuna possibilità di successo..
 
Fu una carneficina. La battaglia durò dall’ alba al tramonto del 20 luglio, più volte i garibaldini furono vicini a cedere, lo stesso Garibaldi si impegnò di persona in combattimento, come del resto Bosco, e si ritrovò persino dentro un canale, a difendersi con la sciabola dall’ assalto di due borbonici.
Alla fine Garibaldi la spuntò, ma la vittoria fu pagata cara.
Come spesso accade in questi casi, le cifre dello scontro sono controverse, ma secondo la maggior parte degli storici Garibaldi vi impegnò 4.500 uomini, i borbonici disponevano di truppe un po’ inferiori ma di un vantaggio di posizione.
Alla fine della giornata i garibaldini avevano lasciato sul terreno un migliaio di morti, i borbonici solo una sessantina.
 
Dal mare, a bordo di imbarcazioni, diversi spettatori avevano seguito le fasi della lunga battaglia. Fra questi c’ era un osservatore speciale, appena giunto in Sicilia proprio per incontrare Garibaldi: era Alexandre Dumas, che racconterà di queste cose in lunghe corrispondenze sui giornali francesi.
 
Ma di quanto avvenne quel giorno posseggo una testimonianza diretta.
Si tratta della lettera scritta ad un amico di Palermo da un garibaldino che aveva combattuto ed era rimasto ferito nella battaglia. La lettera è datata 2 agosto 1860, dunque un paio di settimane dopo la battaglia, ed è indirizzata a Pietro Spadaro, “presso il noleggio vetture” di Palermo.
 
Molti anni dopo mio nonno avrebbe rilevato la villa di Spadaro e tutto ciò che conteneva.
 
lettera2
All’ Ornatissimo
Spadaro Pietro
Figlio di Lorenzo
all’ Officina di Noleggi in Palermo
 
Carissimo Pietro
 
Messina li 2 Agosto 60
 
Finalmente trovo un momento per consacrarlo a farti sapere di mie notizie che sono assai soddisfacenti, a meno delle tre ferite riportate a Milazzo che vanno solo ora sanandosi, due di queste furono assai leggere, cioè una al ginocchio destro e l’ altra alla spalla destra cagionata da palle di mitraglia, la terza è al contrario assai grave per colpo di baionetta direttomi al ventre e che grazie a Dio potei pararmelo colla scherma di baionetta, che invece di infilzarmi, la baionetta napoletana mi passò fra le gambe, e la canna del fucile trovandosi più alta della baionetta mi offese alquanto il testicolo sinistro, ma tuttavia facendo coraggio non abbandonai il fuoco sino all’ ultimo momento.
In quanto alla battaglia fu tremendissima, poiché vincere contro forze tre volte superiori oltre ai cannoni, cavalleria e posizioni formidabilissime a tutti si crede non più che i Garibaldini siano uomini, ma bensì cherubini, noi in tutto eravamo 2600, il nemico era in numero di 7000, cominciammo accamparsi alle ore 5 di mattina, aprimmo noi il fuoco alle ore 7 di mattina e durò solamente che alle 7 ½ di sera, dimodochè l’ indefesso ed accanito combattimento durò circa 13 ore continue, questo non è più combattimento ma bensì, in proporzione, decisiva battaglia per la Sicilia; di noi perirono fra morti e feriti 1200 uomini, questo te lo posso assicurare perché vidi co’ miei occhi il vero quadro degli ospedali e degli ammalati, le perdite furono non gravi ma gravissime, l’ attacco cominciò circa 4 miglia distante da Milazzo, dovemmo insomma non col fuoco ma colla baionetta snidare il nemico che ogni casa, ogni muro, ogni cespuglio ne faceva una fortezza onde difendersi ed offenderci, in tutta la giornata il nemico non cessò, te lo giuro, di far fuoco e di scagliare continua mitraglia che spazzava e strade e campi; i miracoli poi che io vidi sulla mia salvezza furono tanti che mi riuscirebbe persino impossibile cosa colla penna descriverteli, solo ferito, questo nulla cale; perché viva l’ Italia e la libertà !
I Regi infine dovettero sgombrare il castello ben munito di cannoni, munizioni, viveri, cavalli, muli ed armi, tutti se n’ andarono senz’ armi con alla testa l’ avvilito e sbandalzito Bosco in mezzo ai fischi dei nostri ed alla presenza del nostro Padre Garibaldi che troppo si volle mostrar generoso col perdonargli la testa, che il vile Bosco promise a Francesco quella di Garibaldi, ora quanto prima dovremo partire per le Calabrie onde ci aspetterà forse un’ altra battaglia non meno di Milazzo, non altro noi desideriamo di cuore; non ti do particolari di Messina che credo saprai prima d’ ora il nostro ricevimento, ecc.
Pregoti caldamente di volerti portare da quella bottega, smercio vini, che c’è in via Materazzari, quasi in Piazza Garaffello dal padrone sig. Salvatore e suo figlio Gaspare, loro farai i miei rispetti racconterai loro alquanto la mia storia e dilli che non li scrissi lettera1perché mi scordai il loro cognome ma che spero riceveranno lo stesso di cuore questi miei sensi di profondissima stima; mi raccomando porre i miei rispetti profondissimi alla cara tua mamma, papà ed al tuo vicinato.
Spero che non vorrai essere tanto pedante nel trascorrere la presente sia in senso che la pessima calligrafia ed ortografia tutto a cagione perché sono ancora ammalato e di vacillante mano e di non fermo spirito, e così la potrai capire alla meglio e credimi sempre l’ affezionato tuo amico e dell’ Italia.
 
Orcorte Alfredo Luigi
 
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7 commenti su “Qui si fa l’ Italia

  1. RedPasion ha detto:

    questa nota sulla Sicilia di parecchi anni fa, impreziosita da testimonianze dirette, non può che farmi piacere, a prescindere dalle vicende storiche, anche perchè se ne parla assai di rado…

  2. utente anonimo ha detto:

    Della battaglia di Milazzo, Garibaldi scrive: “Si durò così in una pugna ineguale ed accanita, sino dopo il meriggio. ….Bisognava però vincere, e tale era il fatale animatore di quella stupenda campagna. …Il trionfo di Melazzo fu comprato a caro prezzo; il numero dei morti e feriti nostri fu immensamente superiore di quello del nemico…. E qui giova ricordare le armi pessime di cui han dovuto servirsi sempre i nostri poveri volontari…. Il destino del borbone però era segnato, e perciò la capitolazione di Melazzo, dopo quella di Palermo.”

    Queste le parole di Garibaldi. Parole che trovano riscontro nella lettera allo Spadaro. In questa lettera si coglie quel “fatale animatore”.

    Mi piace anche ricordare il ritratto che Lev Mecnikov nelle sue “Memorie” fa del colonnello Corrao, “borghese siciliano di mezzo calibro: fanatico della religione capita a modo suo, fanatico della nazionalità italiana e delle idee della Giovane Italia.”

    Mecnikov riteneva che i Mille fossero «in gran parte giovani che credevano ciecamente al loro capo» e che «Garibaldi e il comune amore per l’indipendenza dell’Italia» costituissero il grande legame «che li univa e li rafforzava giorno dopo giorno».

    Questi erano i Mille ed il loro capo. Ma di questo ben poco si sa.

    Bel post. Ben raccontato.

    hesse

  3. HeronTriceps ha detto:

    Ma quando mai “questo mito di fondazione della nazione … ci è stato tramandato nelle aule scolastiche, talmente incrostato di retorica … una sorta di stucchevole caricatura di mito”??? Forse durante il Fascismo. Se c’è una cosa che gli italiani purtroppo non sanno fare è rendere onore alle vicende di casa propria. Aldilà di ogni valutazione storiografica sulle conseguenze dell’impresa eh.

  4. utente anonimo ha detto:

    Ciao, ho visto oggi il tuo blog… molto interessante, complimenti. 🙂
    Ti scrivo per l’appunto perchè anche io gestisco un blog (anzi, più di 1, ben 5!), e volevo proporti uno scambio link…
    Ok, fammi sapere (magari in uno dei miei, così leggo subito), e in ogni caso buona giornata!

    Fosco Del Nero
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  5. giuba47 ha detto:

    Davvero molto interessante… Giulia

  6. Borbonico ha detto:

    La battaglia di calatafimi fu vinta non militarmente, ma grazie alla corruzione del generale landi, vendutosi alla massoneria inglese per 10000 piastre turche.

  7. melogrande ha detto:

    Borbonico, quello che dici è del tutto verosimile, data la ridicola mancanza di resistenza sul campo di battaglia a Calatafimi da parte delle truppe borboniche.
    Non ho però trovato elementi di riscontro su questa storia. Ti confesso che mi piacerebbe saperne di più.

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