Esagerazioni al parco acquatico

 
Ogni parco acquatico che si rispetti ha gli scivoli, naturalmente.
Questo ne ha tre, senza contare quello per i bambini.
Il più alto si chiama “kamikaze”.
Nientemeno.
 
In realtà, il compito di uno scivolo è quello di sostituire il tuffo dal trampolino, o dalla piattaforma che sia. Piuttosto che tuffarti da otto, dieci, quindici metri ti lasci scivolare in una specie di pista da bob che ti accompagna fino all’ acqua.
Vai veloce, naturalmente, ma con moderazione, provi emozione, ma non quanta ne proveresti a tuffarti direttamente da una piattaforma, ammesso di riuscire davvero a tuffarsi da così in alto.
È un’ emozione a metà, insomma, non la si può definire propriamente una prova di fegato, e forse per compensare questo fatto gli scivoli li battezzano con i nomi più aggressivi e bellicosi ?
Il più alto e veloce, per l’ appunto, l’ hanno chiamato kamikaze, e la cosa mi genera un certo fastidio, un prurito, come il senso di una mancanza di rispetto.
Rispetto ? Ma di che sto parlando ?
Un kamikaze ? un portatore di morte, un terrorista, un assassino ?
Che rispetto merita ?
 
È un pensiero ambiguo, questo, e forse per questo non riesco a metterlo da parte.
Il pensiero ambiguo è quello che il kamikaze abbia in fondo qualcosa che a noi ormai manca del tutto, qualcosa in cui credere in modo così forte ed assoluto da essere disposti a sacrificare la propria vita..il fatto di possederla un’ idea più grande di se, per quanto sbagliata, un’ idea di odio e distruzione, un’ idea prepotente ed intollerante, noi ne sappiamo qualcosa, non c’è da tornare indietro fino alle crociate, il Novecento è stato un secolo di idee così, di ideologie che hanno preso il posto delle religioni nel prendere il controllo delle menti, ed il risultato è stato il più grande bagno di sangue che l’ umanità ricordi.
 
Non è facile ragionare con uno convinto di fare la volontà di Dio, ma neppure con uno convinto di essere l’ agente della Storia con la S maiuscola.
Di conseguenza siamo ormai vaccinati, diffidiamo di ogni idea troppo forte, di ogni principio troppo universale. Uno scetticismo che richiede un prezzo da pagare, un prezzo alto, ed è il rischio del nichilismo, del “no future”, della generazione X.
Fa male questa sorta di deserto interiore, fa male questa liquidità di punti di riferimento, questo navigare a vista, questo ripiegarsi su se stessi.
E da qui proviene la strana irrazionale miscela di disagio ed inconfessabile rispetto con cui si osserva chi conserva convinzioni più grandi di sé, idee che lo portano a ritenere la propria vita spendibile per un fine, ancorché un fine di odio e distruzione.
 
Un kamikaze odia, odia talmente tanto da considerare meritevole il sacrificio della propria vita in cambio della morte di molti nemici. Una follia, da ogni punto di vista.
La razionalità lucida della morale kantiana porta alla conclusione che la persona umana non debba mai essere una mezzo per ottenere qualcosa, ma un fine. Un kamikaze fa proprio l’ opposto, usa la propria persona come un mezzo, per di più un mezzo per uccidere altri, e usa questi altri a loro volta come mezzi per diffondere un’ idea.
Proprio nulla di kantiano.
 
Ma c’è di più, nell’ ambiguità della figura del kamikaze, capace di confondere e di tormentare chi ci riflette sopra. Ed è un aspetto di cui i terroristi si rendono perfettamente conto, e che usano come parte essenziale della propria strategia.
Noi amiamo la morte quanto voi amate la vita, dicono, senza nascondere un senso di disprezzo.
Dovrebbe essere un principio del tutto logico e razionale, quello di amare la vita più della morte, no ?
Ma allora perché quel tono di scherno ?
Il terrorista ci sta definendo come dei vigliacchi, questo è chiaro, ma a noi dovrebbe importare assai poco e non c’ è motivo per cui le sue parole ci turbino. O no ?
Il vero problema non è il fatto di amare la vita, ci mancherebbe altro.
Il vero problema è avere rimosso la morte, rifiutarsi di vederla. Rifiutarsi di accettarla.
 
Si, lo so, è vero, i telegiornali sono pieni di immagini violente, di scene di guerra, calamità naturali, morti. Però questo non fa che confermare la tesi. Infatti il morto ammazzato, il morto in un incidente, il morto in guerra non viene mai veramente mostrato, in tutta la sua cruda verità, come invece si fa nei film, protetti dalla convenzione con lo spettatore che “si fa per finta”. Si parla di morte senza mai mostrarla.
La morte naturale è un evento naturale che si fa fatica a guardare in faccia, che abbiamo rimosso.
Ma il rimosso ritorna sempre, e la morte ritorna come piaga sociale, come malattia inaccettabile.
 
Compriamo le bistecche al supermercato, confezionate in igieniche vaschette con la pellicola trasparente. Sappiamo benissimo da dove vengono le bistecche, sappiamo che hanno richiesto l’ uccisione e lo smembramento di un animale che era stato fatto nascere e crescere al solo scopo di essere poi ucciso e smembrato.
Ma questa realtà è rimossa ed espulsa dalla coscienza. Siamo ambigui.
Quesi nessuno più sarebbe in grado di uccidere con le sue mani, di sgozzare un maiale o un vitello, pur essendo consapevoli che non c’è altro modo per ottenere le bistecche e qualcuno deve pur farlo, questo lavoro mortifero.
Una morte delegata, tenuta nascosta, ignorata, non vista.
Chi vorrebbe visitare un mattatoio in esercizio ?
Lo sguardo si distoglie.
 
Così capita anche con la morte per vecchiaia e per malattia, nascosta con pudore. È la morte, non più il sesso il vero tabù della società occidentale.
Questo il terrorista sa, e questo ci sbatte in faccia deridendoci.
Questo è ciò che imbarazza.
 

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4 commenti su “Esagerazioni al parco acquatico

  1. RedPasion ha detto:

    penso che per il terrorista kamikaze… ci sia un elemento in più… l’ideologia che gli consente di cancellare completamente l’idea della morte…

    nella maggioranza degli esseri umani – fortunatamente – questo non accade…

    che poi la morte sia diventato un tabù… così come la malattia… beh… è davvero un problema della nostra società…

  2. melogrande ha detto:

    Religione o non religione –
    Purchè ci si inginocchi per il via.
    Patria o non patria –
    Purchè si scatti alla partenza.
    Anche la giustizia va bene all’ inizio.
    Poi corre tutto solo.
    L’ odio. L’ odio.
    Una smorfia di estasi amorosa
    gli deforma il viso.

    W. Szymborska – L’ odio

  3. chiccama ha detto:

    scrissi queste righe di ritorno da Bagdad e forse qui hanno collocazione giusta:

    trasparenze pieghettate
    fragili, sottili, fluttuanti,
    di voci urlanti
    racchiuse in scatole ermetiche,
    private della luce
    da sbarre d’acciaio
    ovattate, lontane, dimenticate,
    gridano, rispondono risonanze lontane,
    sovrastate dal rullo di tamburi metallici
    ritmati nel liquido denso,
    appiccicoso dell’oro nero,
    si avvicinano frenetici,
    azzerando beffardi
    l’eco doloroso di una umanità
    travolta, disprezzata, annullata.

    morte, conosci strade nascoste
    fenditure inaccessibili
    ti insinui in spazi angusti
    arrivi nei giorni di sole
    appari tra le gocce di pioggia
    fantasma grondante lacrime di sangue.

    accarezzi la giovinezza di un sorriso
    per carpirgli il calore della vita.

    vaghi indecisa, aleggi come soffio di vento
    su visi primaverili
    su capelli splendenti
    su occhi vuoti ormai spenti.

    avvolta in un bianco drappo di lino immacolato
    ti aggiri tra macabre rovine
    come luce accecante
    come nulla ricolmo
    di atavici odi.

    I tuoi passi
    leggeri, furtivi, consolatori,
    a volte attesi con desiderio
    ora sono violenti, pesanti, dirompenti
    si avvertono da lontano
    dalle colline verdi
    che stentano a fiorire,
    portano scompiglio al canto
    degli uccelli appollaiati sugli alberi di melo
    che fuggono sorpresi, stupiti,
    non più ti riconoscono.

    sei diventata altro
    dalla fine giusta o dolorosa, serena o rabbiosa
    sei castigo, sei oltraggio, sei vendetta
    sei morte, soltanto morte.

    bagdad 2007
    chicca

  4. utente anonimo ha detto:

    Di fronte all’atto del kamikaze proviamo dapprima rabbia per il gesto in sè, rabbia per quanto quel gesto ci apapre privo di fondatezza. E poi sgomento per le ragioni che spingono il kamikaze a donare la propria vita.
    Forse se quel sacrificare la prorpia vita fosse sorretto da un ideale “politico”, “sociale” nel senso moderno del termine condanneremmo comunque il gesto ma ne capiremmo le ragioni.
    L’idea che sorregge il kamikaze è così lontana, così estranea dal nostro sentire che davvero siamo incapaci anche solo di scorgerne una ragione. Se poi come dici tu alla base di quel gesto c’è solo un grande odio allora che dire? Non siamo capaci di trovare le parole per spiegare.
    Non voglio negare che ci siano ideali per i quali valga la pena sacrificare la prorpia vita ma è prorpio l’amore per la morte che ci rende incapaci di capire, muti.
    E questo forse proprio perchè nella nostra società la morte è diventata un tabù, qualcosa da nascondere, da dimenticare.
    Scrive Galimberti “la motre ci fa toccare con mano che siamo al mondo, non tanto per i nostri progetti, ma solo come funzionari della specie, che inesorabilmetne ci congeda dlla vita quando più non rientriamo nella sua economia.” Se così è allora forse prprio la nostra incapcità di dare alla morte un senso diverso ci rende incapci di capire chi, anche se per ragioni che non riusciamo a condividere, sceglie di amare la morte e di sacrificare la propria vita.

    hesse

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