Di chi è la mia vita ?

Mia.
Nessuno lo mette in dubbio, questo.
E la mia morte, allora, di chi è ?
 
L’ eutanasia è un tema d’ attualità ?
Non mi piace affrontare temi di attualità su questo blog, l’ attualità è sempre accompagnata dal clamore ed ho la sensazione sgradevole che nel chiasso qualcosa si perda sempre, il ragionamento resti un po’ soffocato dal rumore di fondo, quando le voci si alzano è facile perdere il filo, e per di più quando il dialogo diventa polemica si è poco disposti ad accettare le ragioni di chi non ci dà ragione.
Si rimane sulle proprie posizioni per principio. Non si va da nessuna parte.
Ma la vita e la morte non possono essere semplicemente temi di attualità. Sono temi universali ed eterni, temi per eccellenza, che diamine. L’ eutanasia poi è uno dei più temi più difficili e dilanianti per qualsiasi coscienza che lo voglia affrontare in buon fede e senza pregiudizi.
E allora mi rifiuto di tenerli fuori da questo luogo di inquietudini soltanto perché ogni tanto scoppia il caso di cronaca, perché ogni tanto danno alimento ad una polemica sui giornali o argomenti a qualche talk show della sera. Correrò il rischio.
 
In qualche misura è pure inevitabile che, quando un caso singolo viene trasformato in simbolo e bandiera e preso a modello di un problema universale, la sua specificità si perda, sopraffatta dal desiderio di trattare quella certa materia nel modo più generale possibile, alla ricerca di un soluzione valida sempre ed applicabile a tutti.
Negli ultimi casi di cronaca però mi è parso di vedere almeno un paio di aspetti importanti, che forse rendono relativamente più semplice e comprensibile il tema generale.
 
Il primo dei due aspetti è il tema del decisore.
Quando si parla di eutanasia in termini generali forse l’ aspetto più delicato che si deve affrontare è appunto quello di chi decide. Il caso più comunemente citato è quello della persona in coma profondo da anni, in stato di vita vegetativa, senza speranza di ritorno alla coscienza.
A chi compete la decisione di scegliere tra la vita e la morte, pollice su o pollice verso, mantenere la vita vegetativa o staccare la spina ? Chi può onestamente dire quale sarebbe la volontà del paziente se ne potesse esprimere una ? E chi ha titolo per farlo ? La famiglia ? Il medico ? il magistrato ?
 
Chi può arrogarsi questo potere senza essere preso dall’ angoscia, senza sentire che sta peccando di arroganza, di “hybris” ?
E se anche l’ individuo avesse lasciato un testamento biologico, come avere la certezza assoluta che, nell’ avverarsi della circostanza, egli confermerebbe una scelta presa nel passato a mente fredda e quando si trovava ancora in stato di buona salute, lontano mille miglia dall’ immaginare che potesse accadergli veramente ? Questo è il vero problema.
 
Questo aspetto nel caso Welby non c’era.  La decisione di mettere fine alla propria vita era del malato stesso, una decisione espressa in modo lucido e chiaro, univoco ed inequivocabile, confermata e ribadita in tante sedi, davanti a testimoni di ogni sorta, davanti all’ opinione pubblica intera, si potrebbe dire. Non è un aspetto da poco. Fa differenza.
 
by MaD
Il secondo punto, meno specifico ma altrettanto importante, è che c’è pure una differenza di sostanza e non soltanto di grado fra l’ interrompere una vita e lasciare che quella vita si esaurisca. Tra praticare un’ iniezione letale per uccidere e staccare la spina di una macchina (una MACCHINA !) che mantiene una vita non più in grado di mantenersi da sola.
La vita ci è stata donata, dice chi ha la fortuna di credere, non è di nostra proprietà, tanto meno abbiamo il diritto di terminarla a nostro piacimento. E sia. Ma sono davvero queste le circostanze che ci troviamo davanti ?
Immaginiamo di tornare indietro a non più di venti o trenta anni fa, quando il grado di sviluppo tecnologico dei “life supporting devices” non era così progredito. Ci sono pochi dubbi che queste persone sarebbero morte assai prima, semplicemente perché non esisteva una macchina in grado di mantenerle artificialmente in vita quando non erano più in grado di alimentarsi e talvolta neppure di respirare da sole..
Ma allora possiamo davvero dire che è Dio a mantenergli la vita, o non dobbiamo piuttosto umilmente riconoscere che la vita da Lui infusa si sarebbe da un pezzo estinta “naturalmente”, e che questa estinzione è stata semmai impedita artificialmente, “tecnologicamente” ?
Non dovremmo riconoscere che lo stato vero di questi infelici è piuttosto quello di ostaggi, ostaggi di una macchina che li tiene in vita, contro la loro volontà, contro il decorso naturale delle cose, “contro natura” ?
E non vale a questo proposito replicare che anche gli antibiotici sono contro natura perché qui il discrimine vero è fra una medicina che cura, il cui fine è il ristabilimento della salute o quanto meno il miglioramento delle condizioni di vita, ed un’ altra che può solo mirare al puro e semplice mantenimento della vita in assenza di ogni speranza, il puro e semplice ritardare una fine che si sa essere inevitabile, quando pure questo ritardare infligge sofferenze al paziente che IL PAZIENTE STESSO giudica inaccettabili. E chi altri dovrebbe giudicare, scusate ?
 
In questo caso per un laico, ovviamente, la valutazione è più semplice.
Un laico non può non riconoscere come diritto fondamentale dell’ individuo la libertà di fare della sua vita, unica ed irripetibile, contingente a questo mondo, ciò che meglio crede, senza imposizioni.
Il diritto alla ricerca della felicità, recita la costituzione americana..
Nessuno può coerentemente riconoscere questo diritto a vivere come meglio si crede, per poi negare allo stesso individuo il diritto a mettere fine alla sua vita, se lui ritiene, non semplicemente in un momento di sconforto transitorio, ma consapevolmente e lucidamente, a freddo, vorrei dire, che questa sua vita non abbia più la qualità minima che la rende degna di essere vissuta, se non c’è al fondo più alcuna speranza di recuperare la felicità.
 
Una valutazione, bisogna sottolineare, che solo al singolo individuo compete, ed in cui nessuno ha diritto di interferire.
 
Questo penso e questo credo. Fortemente.
 
E adesso, massacratemi pure…

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14 commenti su “Di chi è la mia vita ?

  1. RedPasion ha detto:

    ma non può lasciarsi al singolo la scelta. a volte il singolo non può scegliere, eppure la situazione è sicuramente di non ritorno…
    in uno stato di diritto, poi, occorre codificare un istituto così importante. e codificando ogni singolo passaggio si corre il rischio che tutto diventi solo procedura e si perda l’aspetto umano della vicenda.

    a parte ciò, qualora per mera ipotesi la possibilità di scelta venga affidata al singolo lucido e consapevole… il dubbio che la sua volontà sia comunque alterata da uno stato di grande sofferenza fisica o morale rimarrà sempre.

    io sono totalmente contro l’eutanasia.
    ma mentre lo scrivo mi sento egoista, perchè ho incontrato tante persone sofferenti nella mia vita. e a volte la sofferenza è davvero insopportabile.

  2. melogrande ha detto:

    “il dubbio che la sua volontà sia comunque alterata da uno stato di grande sofferenza fisica o morale rimarrà sempre”.

    Ammettiamolo pure.
    Ammettiamo che quella persona soffra così tanto da dire: “preferisco morire”.
    Chi ha il diritto di dirgli “Eh no, caro mio, tu pensi così perchè provi dolore, ma io che ne so più di te ti dico che devi continuare a soffrire. Richiesta respinta”
    Non è un atto di arroganza questo ?

    E poi una piccola precisazione, su questi temi è molto facile essere fraintesi.
    Per eutanasia intendo un intervento attivo per interrompere la vita, un’ iniezione letale o qualcosa di simile. Staccare una macchina che impedisce alla morte di sopraggiungere naturalmente non è la stessa cosa, a mio avviso.
    Io di questo parlavo.

  3. RedPasion ha detto:

    chiedo venia se dal mio discorso appare che Ti ho frainteso.
    non credo sia stato così.

    in ogni caso, se mai dovrà essere codificata la fattispecie… penso che quello sarà il sostantivo da cui si partirà…

  4. ludmillaParker ha detto:

    NOn è questione di massacro!
    Il confine è delicato.
    personalmente vedendomi senza via d’uscita, sofferente mi autostaccherei la spina.
    Non è un discorso facile…se fosse per un mio parente lo farei lo stesso.
    Si la vita ci è stata donata non sapendolo ma se voglio metto fine ad essa per pura Pietas Latina. Lo facciamo con i nostri cani gatti e cavalli. Ed allora?

  5. utente anonimo ha detto:

    Ciao Melogrande. In sintonia con i sentimenti che hanno animato questo tuo post, nei giorni scorsi, sull’onda del “tema di attualita’” anche io ho riflettuto su quanto scrivi. Avevo rimosso, il dolore forse aveva rimosso, cio’ che mio padre, gia’ nei mesi precedenti quel 3 gennaio, aveva rifiutato: l’ingegnoso “casco” che lo aiutava a respirare. Non posso ora parlarne come vorrei, ma il dolore suo e’ diventato il mio, quello di mia madre, delle mie sorelle e fratelli, che ancora oggi ci domandiamo se…
    Trovero’ il modo, dentro me, di riparlarne. Ti trovero’ qui.
    Ciao, buona giornata.
    Loredana

  6. LaPoetessaRossa ha detto:

    Il timore per la sofferenza fisica e quanto si fa per eliminarla o contenerla hanno contribuito al progresso della medicina. Non solo questi aspetti, certo, ma sono forse per i comuni mortali i più immediati. Ecco che sapere di poter non soffire in qualche modo ci fare vivere meglio, sapere che se ci viene mal di testa prendiamo un analgesico e, in un tempo ragionevole, il dolore sparisce, questa, e altre piccole certezze, non ci fanno temere alcune malattie o anche possibili incidenti.
    Esistono categorie di casi previsti con la cura giusta, per questi casi non ci chiediamo se sia eticamente giusto o meno poter soffrire meno o poter guarire.

    Però siamo capaci di intedere e di volere. Di intendere che stiamo male. Di volere guarire. Di scegliere la cura migliore. Comunque una cura.

    La malattia grave arrivata al suo culmine non permette questa scelta. Il grave incidente non dà il tempo di pensare, si passa da un prima ad un dopo in una frazione di secondo.
    La sofferenza è indicibile e non immaginabile. E non parlo della sola sofferenza fisica che credo la medicina in qualche modo sappia misurare.

    Parlo della sofferenza della nostra coscienza, del nostro pensare. Di quello che forse, ma è impossibile saperlo, continua a funzionare al cento per cento e comprende la situazione.

    A volte ci irritiamo per un semplice mal di testa, diventiamo insopportabili, ci infastiscono gli altri, le loro voci, uno squillo del telefono. Cazzate insomma.

    Proviamo a pensare di amplificare questo fastidio in una situazione estrema e non poterlo dire. E sapere che nulla potrà risolvere la situazione se non la morte.

    La legge non può stabilire un limite, una casistica. La legge potrebbe però mettere nelle condizioni e fornire tutti gli strumenti possibili per potere farci decidere cosa fare nel momento in cui non dovessimo poterlo fare. Darci delle possibilità di scelta. In uno stato davvero laico sarebbe una conquista. Anzi, una rivoluzione. Insegnare a morire. Come scelta estrema in casi estremi.

    Perchè egoisticamente parlando, si pensa sempre al malato, ma a chi lo circonda, ben poco. Alla sofferenza delle famiglie, degli amici, dei cari, di chi ci vuole bene e vuole il nostro bene.

    E così semplice in fondo. Se chi vogliamo bene non sta bene non facciamo di tutto per aiutarlo a stare meglio?

    Pensiamo anche al dolore di chi vive queste situazioni.

  7. chiccama ha detto:

    non ho dubbio alcuno, la scelta per quanto possa essere consapevole va sempre lasciata a chi è nella situazione di scegliere…

    io sto vivendo un momento molto particolare e non avrei problemi a staccare la spina …. il dolore si ha il diritto di giudicarlo soltanto se lo si prova…

    riempirsi la bocca di parole a difesa di una vita che non esiste, ma che è soltanto “opera” dell’uomo a volte mi da persino fastidio… si invoca Dio che la vita ci ha dato e solo lui può toglierla e poi si confonde la macchina con Dio…. ma la macchina è opera dell’uomo… e se io stacco l’opera dell’uomo, morirò per opera di Dio o della normale vita che ha inizio e fine…

    Melogrande, un abbraccio, sono appena rientrata sul web …almeno per una decina di giorni!!
    chicca

  8. utente anonimo ha detto:

    Difficile parlare di eutanasia. Difficile perché vorremmo poter dimenticare la sofferenza. Vorremmo soprattutto allontanare la morte. Vita! Vita! Vita!
    Vorremmo parlare solo e sempre della vita.

    Provo quindi ad iniziare questa riflessione partendo proprio dalla vita.
    La vita, per alcuni dono divino e per altri, ed io fra questi, frutto del caso, magari originata da un gioco. Dono, o frutto del caso che sia tutti noi vogliamo che questa vita sia degna e non solo lo sia in una prospettiva etica, spirituale ma che lo sia anche nella sua dimensione fisica, biologica.
    Ed allora che fare quando ci si ritrova a vivere in condizioni fisiche che ci rendono la vita intollerabile. Che fare quando la vita diventa un peso per il quale scopriamo di non avere la forza? Che fare?

    Forse in questi casi, e con qualche necessario distinguo, dovremmo permettere che chi non ha più la forza, l’energia, la voglia di vivere possa scegliere la morte. Dovremmo compiere un atto non solo di compassione, di pietas ma anche un ultimo atto d’amore. Atto d’amore per quanto questo possa sembrare blasfemo. Ma l’amore proprio in ragione della sua forza può essere cosa blasfema, cosa che sconvolge.
    Atto di pietas e d’amore proprio perché atto che esprime il rispetto che si deve ad ogni persona in quanto persona. Atto che restituisce dignità a chi fiaccato da una sofferenza senza speranza chiede aiuto.

    Eutanasia. Forse è parola che spaventa ma è cosa sulla quale tutti dovremmo ragionare con serenità, con pacatezza, con spirito di compassione, di comunanza.

    Proviamo a pensare a chi si trova a vivere una vita di totale dipendenza dagli altri, da macchine, ma sia pienamente cosciente, lucido e consapevole della propria e dell’altrui sofferenza. Magari una sofferenza lunga. Ora, se questa persona chiedesse di essere lasciata morire, magari aiutata affinché la sofferenza non sia ancora più intensa, come pensare di poter negare l’aiuto che chiede, come poter rispondere: la vita è un dono e come tale va accettata sempre.
    In questo caso credo si dovrebbe consentire a questa persona di morire, e per quanto possibile di morire con dignità senza inutili ulteriori sofferenze.

    Ma chi può decidere? Solo colui che soffre, colui che chiede.
    Ma chi può dire come? Il giudice, il medico.
    Ma chi staccherà la macchina? In primis il medico, poi i famigliari, o ancora la persona indicata dall’ammalato.
    Azione dolorosa ma credo dovuta a chi soffre e confida in noi, nel nostro pietoso amore.

    Riconosco che più delicato è il caso in cui la persona si trova in una condizione di coma irreversibile. In questa situazione, per quanto mossi da compassione ma proprio perché inconsapevoli della altrui volontà, forse non abbiamo il diritto di scegliere.
    In questo caso, e solo in questo caso, credo debbano essere i giudici ed i medici, valutando tutte le specificità del caso, a decidere se e quando interrompere le cure.

    Se davvero riuscissimo a capire che la dignità della persona non deve mai venire meno, nella vita e nella morte, allora forse finalmente potremmo avere una legge giusta e rispettosa del valore della persona. E forse affronteremmo con la dovuta attenzione anche la questione del testamento biologico.

    Sembra abbia trascurato le istanze di coloro che credono? Assolutamente no.
    E questo in quanto ritengo che coloro che credono se sorretti da una fede forte, salda avranno la forza per accettare la sofferenza. Certo vivranno momenti di sconforto, di debolezza ma non penso chiederanno di morire. Se invece, se pur credenti, cederanno alla debolezza, allo sconforto forse verranno meno al patto, ma Dio giudicherà meglio di tutti noi di questa scelta. E forse ci sarà il perdono.

    Negare il diritto all’eutanasia è un po’ come proibire il suicidio per legge. Il che è un’assurdità.
    Se sono sano, se sono ammalato ma non dipendo dagli altri posso decidere di porre fine alla mia vita mentre se vivo una condizione di dipendenza fisica non posso più decidere della mia vita. Devo lottare, mendicare, supplicare che chi è sano, chi non sa la sofferenza decida che si posso morire.

    Proviamo ad immaginarci immobili per anni in un letto, legati ad una macchina, totalmente dipendenti dagli altri, lucidi e consapevoli di ciò che ci attende. Chiediamoci allora cosa vorremmo. E se saremo tra quelli che sceglierebbero la vita chiediamoci allora se abbiamo il diritto di imporre la nostra scelta a chi magari perché più fragile o solo perché troppo fiaccato dalla malattia vorrebbe invece morire.

    hesse

  9. melogrande ha detto:

    Il tema è molto delicato e devo sinceramente ringraziare tutte voi per essere intervenute con grande sensibilità, immedesimandosi in chi questa situazione subisce. E’ l’ unico modo per arrivare a qalche punto fermo.

    C’ entra la pietas latina e c’ entra l’ amore nei confronti di chi non è più in grado neppure di staccarsi la spina da solo.
    C’ entra il rispetto nei confronti della volontà di chi soffre, che è l’ unico che può avere il diritto di scegliere.
    Credo che Loredana questo abbia provato.

    C’è infine il dovere, che a me pare elementare, di non imporre le proprie convinzioni etiche a chi non le condivide.

    ps.
    La passione di chicca e la lucidità di hesse mi mancavano molto, se posso dirlo…

  10. chiccama ha detto:

    @9

    a me mancava molto il con-dividere…. pensieri ed emozioni…

  11. utente anonimo ha detto:

    grazie

    hesse

  12. utente anonimo ha detto:

    A volte mi sembra che su questo tema dell’eutanasia si parta sempre dal punto di vista di chi resta e non da parte di quello di chi va. Mi spiego meglio: come scrivi giustamente il caso Welby è un caso particolare perché la sua decisione è stata presa in modo del tutto cosciente e da lui medesimo. Ma negli altri casi, quelli di cui si è parlato in questi giorni, la decisione viene presa da terzi, neanche- se ho capito bene- dai familiari, quanto da un giudice tutelare. Cosa che mi sembra quanto mai giusta, dal momento che ho l’impressione che nel caso in cui a decidere fossero chiamati i parenti di chi deve andare ( non so dove,a dire il vero) le cose sarebbero estremamente complesse, sia per le possibili discordanze tra familiari ( il caso americano della donna la cui sopravvivenza era discussa tra marito e genitori ne è un esempio), sia perché a volte penso che la fine delle sofferenze per un nostro familiare sia in realtà la fine delle nostre sofferenze, nel vederlo ridotto in uno stato per noi insostenibile, lontano da quelo in cui eravamo abituati a vederlo. Ma io non ho esperienze del genere, per fortuna, e come sempre credo che sia purtroppo necessario trovarsi in situazione per poter capire cosa significhi una cosa del genere e quali siano le scelte e le riflessioni che vengono fuori. Certo se fossi il padre della ragazza di cui si discute oggi credo che avrei fatto la stessa cosa, perchè certo quella che sua figlia ha fatto non è la vita che lei avrebbe voluto. Ma anche su questo è difficile dare il proprio parere.
    D’altra parte, però, credo che la legge debba dare la possibilità di una decisione, meditata, basata anche su strumenti come il testamento biologico. E’ logico dire che non si può sapere fino in fondo se questa sarebbe stata davvero la decisione del malato, ma dobbiamo pensare che la sua scelta è stata fatta nel momento in cui aveva piena coscienza di se stesso. Metteremmo forse in dubbio- fatte le debite proporzioni- un normale testamento su queste stesse basi?

  13. utente anonimo ha detto:

    Mi scuso per l’anonimato di sopra, ma mi è sfuggita la mano. Saluti.

  14. melogrande ha detto:

    Sono d’ accordo con te, un testamento biologico è comunque un’ indicazione chiara della volontà del malato, ed è in generale poco saggio affidarsi esclusivamente al parere dei familiari, che sono comunque emotivamente coinvolti.

    Il vero problema è che finora neppure in presenza di una volontà lucida e cosciente come quella di Welby è stato consentito ad una persona di decidere della propria vita.

    Se una persona decide ad un certo punto di emigrare in Nuova Zelanda oppure di ritirarsi in un eremo o mettersi ad allevare koala, nessuno glielo può impedire, perchè in fondo “la vita è la sua”, no ?.

    Se però decide di morire perchè soffre troppo, allora non è più sua.

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