La coda del pavone e del far tardi in ufficio

Noi, finchè i giorni d’ ombra son maturi,
noi dobbiamo piangere e cantare
del dovere il sopruso consapevole, il Diavolo nell’ orologio.
W.H. Auden, Canzone
Si tira tardi in ufficio. Spesso. Come abitudine. Perchè ?
Domanda difficilissima.
Ma un motivo ci deve pur essere, un motivo c’è sempre.
Perché la giraffa ha il collo lungo ? Per mangiare le foglie sui rami più alti.
Non è proprio così, ma rende l’ idea.
Quello che è successo davvero è che, ai tempi un cui le giraffe avevano il collo corto, nacque fra le tante una giraffa un po’ difettata, con una malformazione genetica, un errore di copiatura del DNA, quello che si vuole, insomma col collo un po’ più lungo. Il caso e la necessità. Soprattutto il caso.
Quel cucciolo di giraffa nato per caso col collo più lunghetto, una volta diventato adulto trovò che la vita era alquanto bella.
Perché proprio in virtù di quel difetto, per il quale magari da piccolo era stato preso in giro dai compagni, arrivava effettivamente alle foglie più alte.
Per cui, se pure il suo branco passava dove erano già stati altri animali, gli altri magari digiunavano, ma lui no, lui qualcosa mangiava sempre, arrivava dove nessuno era arrivato prima ed un po’ di foglie fresche le rimediava sempre.
Mangiando mangiando si fa grande e grosso, le gambe muscolose, il torace ampio, un bel portamento. E poi, come si dice, altezza mezza bellezza, no ?
Insomma il nostro adolescente faceva strage di cuori, e prese abitudini da “sciupafemmine”. Le amava e le abbandonava. Ben presto la savana si riempi di piccoli giraffini col collo lunghetto, e la vita per le giraffe con il collo normale cominciò a farsi dura, molto dura.
Il caso e la necessità, ma stavolta più necessità che caso.
Dopo un po’ di tempo, fiocco rosa, nasce un cucciolo dal collo ancora un po’ più lungo, in grado di arrivar ancora un po’ più in alto, e la storia ricomincia.
 
Ora, tutto questo potrebbe sorprendere chi è abituato a pensare che una malformazione genetica sia una gran brutta cosa, che è meglio non avere. Ed in realtà è così, è così quasi sempre. Persino nel caso del cucciolo di giraffa dal collo lungo non è che siano solo rose e fiori. Un collo lungo vuol dire la testa più in alto, e siccome il cervello è un grande utilizzatore di sangue, il collo lungo implica che il cuore debba pompare di più se il sangue deve raggiungere un cervello messo più in alto, altrimenti il giraffino sarà bello sì, ma anche un po’ tonto per la cattiva ossigenazione dei neuroni.
E guardando una giraffa di adesso, si può immaginare che razza di mutazione abbia dovuto affrontare il cuore per accompagnare un così esorbitante allungamento del collo. E poi, come farà la giraffa a dormire ?
Insomma è vero che le mutazioni genetiche è meglio non averle, ma ciò non toglie che ogni tanto si può pure pescare il biglietto vincente della lotteria. Ed azzeccare una mutazione che è un vero salto evolutivo. Per caso, naturalmente. E che il collo lungo della giraffa sia una mossa brillante ed indovinata sul piano evolutivo lo si capisce facilmente.
 
E la coda del pavone ?
Facendo il ragionamento di prima ci si accorge che il pavoncino deforme con la coda un po’ più lunga oltre a dover affrontare gli sghignazzi dei compagni, trova che la sua vita non è affatto facile. Perché quella coda lo impiccia assai, si impiglia dappertutto, e per di più pesa come un accidente quando gli tocca portarsela dietro in volo, col risultato di stancarsi prima degli altri.
Ma allora, perché diavolo il pavone ha la coda lunga ? Perché la necessità crudele non ha fatto estinguere tutti i pavoncelli mutanti dalla coda lunga ?
Aspetta un momento.
 
Perché il nostro pavoncello si è accorto che si, va bene, questa coda è un impiccio e per tanti versi sarebbe meglio non averla. Però è bella.
Oddio, il pavoncello uno specchio non ce l’ ha, però si rende conto che quando lui stiracchia quella coda con aria noncurante, le pavoncelle lo guardano in un certo modo. E se le invita a fare un giro insieme, non dicono mai di no.
Adesso non ridono più così tanto, i suoi compagni normocodati. Saranno anche più svelti di lui, e più resistenti in volo, ma le pavoncelle corrono dietro a lui. Tiè. E cosi la prateria si popola ugualmente di pavoncelli con la coda lunga, più lunga, sempre più lunga.
 
Ed il pavone si ritrova alla fine così com’è oggi, con la coda così lunga che a volare praticamente non ci pensa nemmeno più. Ma è una coda bellissima.
Ora, magari un biologo troverebbe molte inesattezze, però mi pare abbastanza chiaro che, mentre la competizione esterna, rivolta verso altre specie, porta in genere a migliorare l’ adattamento, la competizione sessuale all’ interno della stessa specie può facilmente prendere una strada sbagliata, autolesionistica. Diciamola tutta: stupida.
La coda del pavone è il risultato più stupido della selezione sessuale all’ interno di una specie. Quali altri esempi possiamo portare ? Cerchiamo. E facciamoci magari aiutare da un etologo, uno studioso del comportamento degli animali nel loro habitat. Volendo esagerare, prendiamo addirittura colui che l’ etologia ha inventato e fondato, e per questo ha pure vinto il premio Nobel.
Konrad Lorenz. “Gli Otto Peccati Capitali della Nostra Civiltà”, pag. 44:
Il mio maestro Oskar Heinroth diceva, nel suo solito modo drastico: “Dopo lo sbatter d’ ali del fagiano argo (Io non m’ intendo di fagiano argo, scusate, e ci ho messo il pavone) il ritmo di lavoro dell’umanità moderna costituisce il più stupido prodotto della selezione intraspecifica.”
 
Ora, mi rendo conto di non avere ancora risposto alla domanda iniziale. Perché facciamo tardi in ufficio ?
Con questo discorso etologico-sociologico voglio per caso insinuare che la colpa è delle donne? Che far tardi in ufficio garantisce il successo del moderno dongiovanni ? Che sono le donne a provocare questa sindrome concupendo i secchioni tiratardi ? No. Con un po’ di disappunto mi trovo a rispondere di no. Eh, magari… Ma non è questo il caso, assolutamente….peccato.
E allora ?
Allora bisogna dire che l’ uomo è assai complicato, e che nel suo caso la selezione non è solamente biologica, ma anche culturale. E che la selezione culturale funziona in modo analogo a quella biologica, facendo estinguere certi comportamenti e premiandone certi altri. E fra i comportamenti premiati ci sta appunto il far tardi in ufficio.
Lorenz, nel libro che ho citato, azzarda pure una spiegazione. C’è sotto una specie di angoscia, dice, che ci costringe ad essere così furiosamente competitivi. La paura che gli altri ci sopravanzino. Ma ci crede poco pure lui.
Io sinceramente non ce la vedo questa angoscia. Vedo persone fare tardi in ufficio serenamente, non con la paura negli occhi, ma accettando di buon grado il principio che questa “è la cosa giusta da fare”.
Una credenza richiede adesione, raramente viene sottoposta a critica. Noi, nel nostro piccolo, ci proviamo.
Per che cosa lavoriamo noi ? Qual è la molla che ci spinge e ci motiva a lavorare ?
I soldi ? Lo stipendio ? Nient’ altro ?
Io non ci credo. Non è vero. Lo dico con convinzione.
Non discuto che esistano persone che lavorano in condizioni così infelici e demotivanti da farlo esclusivamente per portare a casa lo stipendio. Però queste persone di solito non fanno tardi in ufficio. Al contrario, non vedono l’ ora di filarsela. Perché la loro vita vera li attende fuori dall’ ufficio o dalla fabbrica. Hanno altre attività, altri interessi. Sono magari attori di teatro, o suonano in un gruppo rock, o sono presidenti del circolo di bridge. Magari semplicemente si trovano al bar a discutere di calcio. O fanno modellismo ferroviario. Oppure scrivono, persino, o sono bloggers. Qualsiasi cosa. Quello che è certo è che non desiderano rimanere sul luogo di lavoro un minuto più del necessario. La vita è altrove, per loro come per Kundera.
A noi invece interessano quelli che fanno tardi in ufficio, abitudine che al contrario limita in modo importante la loro capacità di avete una “second life”, naturalmente.
Non lo fanno per i soldi, questo è chiaro. Spesso, se sono stati capaci di raggiungere un grado sufficiente di carriera, vengono premiati con l’ accesso ad uno status in cui gli straordinari non sono nemmeno più retribuiti. E però continuano a farli.
C’è anche, temo, un certo numero di persone per le quali andare a casa è una frustrazione, il ritorno fra le mura domestiche un peso. Pagherebbero loro, pur di rimanere sul luogo di lavoro. Ma mi piace pensare che non siano poi tanti.
 
Per che cosa lavoriamo, allora ?
Mi pare chiaro. Per il riconoscimento.
Perché gli altri, i nostri simili, il riflesso del nostro io, quelli che ci circondano e ci definiscono, gli altri insomma, ci ascoltino e ci rispettino, ci considerino uno “bravo” .
Perché il lavoro ci fa sentire apprezzati, punto di riferimento, cooptati nel club esclusivo di quelli in gamba, di quelli che contano, di quelli ascoltati.
Ma per entrare nel club, in qualsiasi club, bisogna dimostrare di condividerne i principi, di essere addirittura la quintessenza di quei principi.
E quali sono i principi delle aziende in cui lavoriamo in questo Occidente del XXI secolo ?
Non c’è tanto da pensarci su.
L’ efficienza. La produttività. Il raggiungimento degli obiettivi col minimo uso di risorse. Fare di più con meno. Produrre valore. Lavorare sodo. Lavorare a lungo. Fino a tardi.
Appunto.
 
  
“All’ animale è assolutamente estranea la folle smania di lavoro dell’ uomo moderno cui manca perfino il tempo di farsi una cultura”
K. Lorenz – L’ anello di Re Salomone
 

 

 

 

 

 

 

 

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2 commenti su “La coda del pavone e del far tardi in ufficio

  1. utente anonimo ha detto:

    “Le abilità più straordinarie della mente umana sono come la coda del pavone: strumenti di corteggiamento, evoluti per attrarre e intrattenere i partner sessuali; per la prima volta, possiamo comprendere qualcosa di più della ricchezza dell’arte, della moralità, del linguaggio e della creatività umana” Geoffrey F. Miller.

    Evoluzione biologica ed evoluzione di tipo sessuale dunque ma con l’uomo le cose si fanno più complesse, il mistero più fitto. Ed allora forse dobbiamo parlare anche di evoluzione culturale.
    O più semplicemente (anche se non tanto semplicemente visto che questa è questione che ha da sempre caratterizzato il pensiero filosofico) l’uomo percepisce la propria identità, il proprio valore solo in rapporto con l’altro. Ontologicamente siamo ma umanamente acquistiamo senso solo nel momento in cui ci rapportiamo con l’altro, quando l’altro-da-noi ci riconosce come altro-da-sé portatore di significato, di valore. Ma cos’é poi che ci fa portatori di significato, di valore se non la possibilità di essere riconosciuti ed apprezzati dall’altro che con noi entra in contatto. Ed allora ecco che torniamo alla coda del pavone: ingombrante certo ma bella, ingombrante ma fonte di ammirazione, ingombrante ma elemento distintivo. Ornamento che ci distingue e ci fa unici.
    Quanto sopra se applicato alla vita nella sua dimensione quotidiana trova una della sue manifestazioni anche nel far tardi in ufficio. Assunto il lavoro come uno dei valori della nostra società (giusto o sbagliato è altra questione) allora certo il riconoscimento degli altri diventa importante. Riconoscimento che richiede impegno, passione, dedizione, serietà. E forse anche il far tardi in ufficio è impegno, dedizione, serietà.
    Certo non dimentico tutti coloro che si trattengono a lungo in ufficio perché la sola idea di tornare a casa li spaventa. Non credo siano così pochi come dice Melogrande ma non di questo parla il post.
    Né dimentico la vanità. Quasi a voler ornarci di una bella coda, in tutto simile a quella del pavone solo per il gusto di essere guardati, ammirati, invidiati. Coda che diventa puro ornamento e non elemento che ci caratterizza come soggetti di valore.
    E comunque perché non avere il coraggio di riconoscerci tutti un po’ pavoncelli. Almeno qualche volta.

    Demian

  2. Dilia61 ha detto:

    io non arrivo mai in ritardo… proprio per quel senso del dovere spropositato che mi ha inculcato mia mamma….
    condivido con te sulle motivazioni che ci spingono ad andare a lavorare che una volta avevano un riscontro forte… oggi nessuno ti dice bravo o ti rispetta… anche i colleghi sono sempre pronti a darti addosso al minimo errore e tu diventi quell’errore… non importa quante cose buone tu faccia

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