Il tempo fa un altro giro

Un altro anno ha chiuso il suo ciclo e sono tanti, i cicli, così tanti che ormai per non pensarci troppo gioco a sommare le cifre e sommando mi viene fuori un otto, questa volta.
Otto assomiglia al segno dell’ infinito ¥, solo che è come un infinito rimesso in piedi così: 8, ed è quasi buffo che vengano in mente infiniti, dritti o sdraiati o sghimbesci che siano, in un’ occasione che ricorda invece della finitezza.
 
È una finitezza che vedo e sento più fuori che dentro a dire il vero, perché dentro invece solo vita sento, vita piena e forte che scorre nelle vene e m’ ingorga, tanto da non riuscire a trattenerla. Mi sento pieno più che mai, pieno di emozioni e saperi e passioni e fantasie, pieno di tenerezza e ragionamenti, pieno di vita per dire tutto in una parola sola, tanta e tanta di quella vita da riempirne una bancarella intera, e potrei venderne al mercato e offrirne in sconto e regalarne persino, senza la paura di rimanere senza.
 
Vita che è persino troppa, probabilmente, a voler vedere le cose oggettivamente, e questo essere troppa rende disadattato, diverso, iperattivo, pecora nera che non riesce a trovare riposo. Troppa vita per un contenitore angusto, occorrerebbe quasi farne uscire un po’, drenarne una parte, altrimenti finisce che trabocca e si disperde e non produce frutto, sprecata ed inutile.
Cumuli di sensazioni, immagini, incantamenti, cose viste e vissute che non vanno giù, quasi come un lavandino ingorgato, vita troppo cresciuta e troppo in fretta come frutta ancora appesa che spezza i rami per il carico. Vita da potare, ridurre, semplificare, forse, ma come si fa ?
 
Pezzi e relitti, scene di città e spiagge e bar e stazioni, case navi aeroporti e ristoranti buoni, cose viste per strada, mostre nei musei, cose vissute si mischiano e sovrappongono ad occhiate e sorrisi e ciò che poteva essere e non sarà e comunque è tardi ormai e ciò che invece potrebbe ancora chissà.
 
Tempo che non ritorna, il ricordo è solo l’ immagine riprodotta della cosa ma non è la cosa, quella è rimasta indietro, vissuta o sfiorata o rimpianta, e ormai chi la prende più.
 
Un’ immagine o fantasia di questa vita aiuterebbe, un riflesso di fronte, un punto d’ appoggio per sollevare il mondo, o più ragionevolmente per avviare un’ improvvisazione, come quei musicisti che salgono sul palco e cominciano a suonare assieme e scoprono d’ intendersi e di potersi scambiare intuizioni ed intrecciare motivi e sostenersi l’ un l’ altro nel creare una cosa nuova che prima non c’era.
Un po’ di follia servirebbe, non grave, intendiamoci, quella follia leggera e colorata di chi non si rassegna, appena una lieve ebbrezza, come quella indotta da un vinello bianco e fresco.
Primavera contro l’ autunno, un raggio di sole improvviso che abbaglia.
Disgelo, ghiaccio che torna acqua, il mobile dall’ immobile, il liquido dal solido.
Acqua che rivive e prende forma, anzi cerca una forma da prendere e da riempire, perché lei, l’ acqua, la forma non ce l’ ha e deve appoggiarsi, adattarsi e farsi contenere per non disperdersi.
Non esiste, l’ acqua, prima di avere qualcosa da riempire.
Solo il ghiaccio può stare da solo.
Per l’ acqua serve la forma, dunque, serve il riferimento ed il punto d’ appoggio, e lei stessa serve da specchio, uno specchio vero e sincero.
 ColdelaCroix
Ma proprio questo è il problema, probabilmente senza soluzione.
Uno specchio-specchio riflette oggettivamente, mostra come sono e come appaio esteriormente agli occhi degli altri. Oggettivamente. Ma specchiarsi negli occhi di qualcuno è tutto un altro discorso, una cosa diversa ed infinitamente più ambigua, tutt’ altro che oggettiva.
 
Dietro gli occhi c’è una coscienza, e dietro la coscienza un’ intelligenza, un libero arbitrio, una volontà che elabora interpreta analizza filtra, s’ intromette e restituisce un’ immagine che non so più decifrare, chi può dire se quello sono io oppure un’ immagine, un fantasma o credenza che nemmeno esiste nella realtà ?
 
Credere o non credere, fidarsi o non fidarsi, non è dilemma da poco. Distinguere il reale dal non reale, la sincerità dalle bugie dovrebbe essere cosa facile dopo tanti giri di tempo, no ? No.
 
Si passa la vita ad ascoltare parole, alcune vere e parevano false, altre il contrario, a volte l’ intuizione era giusta, a volte invece sbagliata, ma questo s’è capito dopo molto tempo e molta vita, o non s’è capito affatto e ancora ci si domanda oggi come allora cosa davvero ci fosse dentro quelle parole.
Che poi verità e bugia nemmeno esauriscono il perverso ventaglio delle possibilità, perché la vita è più complessa di qualsiasi interpretazione.
Esistono parole vere pronunciate con sincerità e parole vere dette per ingannare, esistono persino parole false dette con sincerità perché le si crede vere nel momento di dirle, cosicché l’ inganno alla fine risulterà doppio, di chi pronuncia e di chi ascolta, se si è fidato. Ed esistono infine parole false pronunciate per ingannare, perché anche questo contiene  l’ essere umano, non dimentichiamolo.
 
Certo piacerebbe talvolta avere un metodo, uno strumento, un sistema in grado di leggere nelle parole e districarne il vero dal falso, il vero oggettivo e quello soggettivo, la verità e la credenza, in modo da isolare e conservare come tesori preziosi le cose vere dette con sincerità, tenerle come una cosa preziosa, come un appoggio sicuro, come un terreno da costruzione e una pietra d’ angolo.
Ma questo metodo non c’è e non esiste e non è mai stato scoperto dagli uomini e mai lo sarà, io credo, perché se questo strumento alla fine venisse inventato, se questo metodo venisse scoperto e gli uomini potessero leggere e distinguere il vero e il falso, la sincerità e la bugia nelle parole altrui, allora per il solo effetto di questa stessa invenzione o scoperta gli uomini cesserebbero di essere ciò che sono stati e di colpo diventerebbero altro e dovrebbero forse persino cercarsi un altro nome.
 
E intanto che continuo a cercare, il tempo ha fatto un altro giro ed io mi ritrovo per certi versi vecchio e disincantato, per altri ingenuo e indifeso come il bambino d’ un tempo lontano.
 
 
 
 
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7 commenti su “Il tempo fa un altro giro

  1. utente anonimo ha detto:

    “Otto assomiglia al segno dell’infinito.”

    Idea affascinate.

    Tempo fa interessandomi al concetto di infinto ho letto quanto trascrivo: “Il termine Infinito ha assunto nella storia del pensiero occidentale due significati tra loro opposti: quello di Infinito matematico-spaziale e quello di Infinito reale. Entrambi indicano qualcosa che non ha limite o determinazione ma, in uno, questa mancanza di limite è avvertita come un’essenziale incompiutezza e imperfezione, mentre nell’altro caso si dice di ciò che per la sua pienezza di essere e per la sua perfezione, non manca di nulla e comprende tutto in sé senza che nessuna cosa cada al di fuori di esso” (Dizionario dei Termini filosofici, Le Monnier, 1991).

    Come tale l’ Infinito è sempre suscettibile di un “più” e di un “meno”, di un accrescimento o di una diminuzione illimitata.

    Tu scrivi: “È una finitezza che vedo e sento più fuori che dentro a dire il vero, perché dentro invece solo vita sento, vita piena e forte che scorre nelle vene e m’ ingorga, tanto da non riuscire a trattenerla. Mi sento pieno più che mai, pieno di emozioni e saperi e passioni e fantasie, pieno di tenerezza e ragionamenti, pieno di vita per dire tutto in una parola sola, tanta e tanta di quella vita da riempirne una bancarella intera, e potrei venderne al mercato e offrirne in sconto e regalarne persino, senza la paura di rimanere senza.”

    Ebbrezza di infinito come dicevano i Romantici.

    Ebbrezza cui tendere.
    Ebbrezza da preservare, da vivere.

    hesse

  2. utente anonimo ha detto:

    HAi bisogno di una sanguisuga, allora! Tanto in giro ce ne sono tante, sai?

    L’infinito: ho comprato anni fa un anello, mai tolto, semplice semplice. Un otto rovesciato, l’infinito. Mi piace questa sua continuita in se stesso, ciclo che torna, ma e’ un altro giro, anche se sullo stesso percorso, e’ altro perche’ “altro” e’ il tempo che e’ passato, scorso, per-corso.

    Le parole: gia’ ho scritto della loro incomunicabilita’, se solo vogliono essere incomunicanti. Sono ingannevoli, volubili, ruffiane, valse o vere. Sono tutto cio’ che vuoi che siano. La Parola: ricordi un furto? “Tempo di Parole. Cariche e inespresse. Ce le ho li’, ma non sono ancora dette”…
    http://lascatolina.blogspot.com/2007/10/le-parole.html

    Ciao…
    Loredana

  3. utente anonimo ha detto:

    ho scritto “valse” al luogo di “false”. Ma anche Valse non mi dispiace…;-)
    Loredana

  4. ibridamenti ha detto:

    OT
    sei on-line anche su ibridamenti 🙂

  5. melogrande ha detto:

    Certo che ricordo, Lori !

  6. utente anonimo ha detto:

    “E intanto che continuo a cercare, il tempo ha fatto un altro giro ed io mi ritrovo per certi versi vecchio e disincantato, per altri ingenuo e indifeso come il bambino d’ un tempo lontano.”

    E’ così che funziona per tutti. Ed è così che deve essere.

    hesse

  7. LaPoetessaRossa ha detto:

    Siamo le signore del tempo:
    meridiane clessidre lancette,
    ci spostiamo e segniamo al contempo
    del trascorrere le misure imperfette.

    Ci vestiamo di sole e di sabbia
    di costosi diamanti e di gomma,
    ci illudiamo di rinchiudere in gabbia
    ogni istante per farne la somma.

    Come angoli, ombre e granelli,
    siamo le forme del tempo tiranno
    gli orologi sono i nostri fratelli,
    e se non funzioniamo è solo un inganno!

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