Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore ?

 
Rubo il titolo ad un meraviglioso racconto del grande Raymond Carver, un racconto che a suo modo cerca di rispondere alla domanda. Non riuscirei del resto a trovare di mio un titolo più efficace per un post che non ha niente a che vedere con il racconto di Carver e nemmeno, forse, ha troppa attinenza con un tema col quale mi pare di avere pochissima familiarità. Comunque ci provo.
 
Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso ?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sul bus mi pesterà un piede ?
Accadrà come quando cambia il tempo ?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto ?
Darà tutta una svolta alla mia vita ?
La verità, vi prego, sull’ amore.
 
W.H. Auden – La verità, vi prego, sull’ amore
 
 
Esiste nel nostro immaginario collettivo questa cosa chiamata “amore”.
Dire che esiste è riduttivo, persino, visto che in effetti domina il nostro immaginario di esseri umani. Non oso nemmeno digitare la parola “amore” su Google, ho paura che mi esploda il computer.
Ma a questo strabordante ruolo nell’ immaginazione collettiva corrisponde poi una qualche realtà oggettiva, un’ esistenza reale ?
Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore ?
 
Restringiamo il campo.
Parliamo di amore come sentimento che intercorre fra due persone.
Restringiamo ancora.
Parliamo di amore fra due persone non consanguinee.
Niente amore fraterno, filiale, ecc. 
L’ amore classico fra due persone, quello che fa seguito al classico “colpo di fulmine”.
Che, per inciso, già detto così fa venire voglia di correre a mettersi al riparo, nascondersi in cantina. Il fulmine, intendo.
Come la definiamo allora questa cosa ?
 
Posso pensare che l’ amore sia quel sentimento che ci porta a considerare una particolare persona come “speciale”, diversa e superiore ad ogni altra, inclusi se stessi ?
 
 
“Cos’è dunque amare ?
Nella massa di esseri umani eleggerne uno e gettare gli altri nella Gehenna.
Già questo contraddice l’ idea di universalità in cui ci ritroviamo.
“Amare” è questo infame delitto: amare un individuo.
Nello stesso tempo, è come se condannassimo gli altri all’ inesistenza.”
 
Manlio Sgalambro (chi altri ?)
 
È cinico un bel po’, Sgalambro, che invece poi ha scritto con Battiato una delle più belle canzoni d’ amore moderne, “La Cura”.
Pare goderci un mondo a proporsi intenzionalmente in modo sgradevole, un tipo di civetteria del tutto particolare, ma non insolita.
Però se invece di scrollare le spalle proviamo a rispondergli, ci accorgiamo che non è poi tanto facile.
Un sentimento che ci porta a considerare una persona come superiore ad ogni altra, inclusi noi stessi non pare un sentimento molto ragionevole, nel mondo naturale, ed un individuo che sviluppi questa predisposizione non pare destinato ad avere un grande successo evolutivo.
Istinto di sopravvivenza, non è forse questo quello che serve ?
Assicurarsi il successo evolutivo mediante una discendenza abbondante sembra richiedere piuttosto dosi robuste di egoismo, questa pare una considerazione ben condivisa.
Eppure, di innamorarsi accade.
E se accade alla generalità di noi, la cosa non può essere un puro accidente evolutivo, un relitto   evoluzionistico atrofizzato, un errore casuale, uno scherzo o darwiniana stramberia.
Una funzione ce la deve pure avere questa cosa, e magari pure importante.
Sembra a prima vista una condizione alquanto affine all’ altruismo, un altruismo stravagante e d estremo, ma l’ altruismo non è poi così misterioso, si riesce a spiegare abbastanza bene.
E dunque ?
 
Ora, assicurasi la discendenza, scarsa o abbondante che sia, da soli proprio non si può, ed anche l’ individuo più asociale è costretto per questa incombenza a cercare la collaborazione di un’ altra persona. Alla quale dovrà prima o poi mostrarsi nudo, in tutti i sensi.
E allora, chissà che non abbia un senso evolutivo ben preciso questo temporaneo offuscamento della ragione di cui parla Sgalambro, che ci spinge a vedere una determinata persona in modo così diverso da tutte le altre, percepirla come più importante di chiunque altro, più ancora di sé stessi. A tal punto da essere ben disposti a sacrificare il proprio benessere, a dimenticare i propri interessi, a comportarsi in modo assolutamente stupido con l’ idea di assicurare un maggior benessere, o percepire una maggiore felicità in quella persona, o semplicemente strapparle un sorriso.
Un offuscamento temporaneo della ragione, dunque. Temporaneo.
 
Questa sindrome infatti non dura in eterno.
È una condizione transitoria di abbassamento delle difese, un’ apertura nemmeno troppo consapevole della propria intimità, un desiderio che questa intimità venga violata, e che a violarla sia proprio quella persona e non un’ altra.
 
Non c’è merito in tutto questo, né dalla parte di chi ama né tanto meno dalla parte di chi è amato.
Non si ama una persona per i suoi meriti, per quello che dà o per quello che fa. Si può voler bene per questo, essere riconoscenti, ma non amare.
Si ama una persona per quello che è, punto e basta.
I suoi eventuali meriti o demeriti sono irrilevanti nel momento in cui viene eletta ad oggetto d’ amore. Anzi.
 
 
“Amor che a nullo amato amar perdona…”
 
Dante – Divina Commedia, Canto V
 
Proviamo per un momento a guardare la faccenda dall’ altra parte, dalla parte del destinatario, dell’ amato o amata che sia.
Coma prende la cosa ?
Magari se ne frega, magari si disinteressa, si allontana.
Magari invece no.
Magari si avvicina, si incuriosisce, resta preso.
Ama a sua volta.
In quest’ ultimo caso non c’è scampo.
L’ Amore non perdona chi, amato, si metta a riamare a sua volta. Non gli dà scampo. Lo dice anche il Poeta.
L’ offuscamento della ragione diventa condiviso, si entra nel delirio. Nove settimane e mezza. Di più. Di meno. Non esiste nient’ altro.
Ogni distacco pare insopportabile, il senso di mancanza è soverchiante.
È la mancanza la cifra dell’ amore ? Certo, si pensa solo a quello.
I ricordi più belli di ogni esistenza individuale sono di solito legati a questa follia, a questa esperienza travolgente. La sensazione di abbandonarsi alle forze della natura, trasportati senza sforzo dalla marea, in equilibrio sull’ onda più alta come surfers dell’ infinito.
Vivere pienamente come non si credeva fosse possibile.
Le cose più insignificanti del mondo, un panino, una lunga attesa alla fermata del tram, un giro al supermercato, qualsiasi cosa sta per qualcos’ altro, e questo qualcos’ altro appare persino soprannaturale.
Non c’è scampo.
Amor che a nullo amato amar perdona.
Dura finchè dura. Settimane. Mesi. Persino un anno.
Ma non per sempre. Non per sempre.
 
 
“Pensate a questo: se Laura fosse stata la moglie di Petrarca, egli avrebbe scritto sonetti per tutta la vita ?”
 
Lord Byron – Don Giovanni.
 
 
E così il principe sposò la principessa, e vissero per sempre felici e contenti.
Come sarebbe a dire ?
La frettolosa ed imbarazzata conclusione di tutte le fiabe tradisce la consapevolezza che la domanda di Byron ha una sola possibile risposta.
 
Una reazione chimica crea un precipitato, questo prima o poi si deposita sul fondo della provetta.
La torbidità decanta, la tempesta si placa, la visibilità torna, nitida e netta. Che cosa vedremo ?
Dipende.
Il temporaneo offuscamento della ragione aveva un fine preciso: consentire ai due reagenti di mescolarsi ben bene, rimuovendo qualsiasi parete di separazione, qualsiasi mezzo interposto.
Fusione calda.
Una reazione chimica trasforma i reagenti in un prodotto nuovo e diverso. A + B = C. 
Non è più A, non è più B. è una sostanza nuova che prima non c’ era, con proprietà diverse da ciascuno dei reagenti.
È un “noi”. A + B = C. Io + te = noi.
“Noi” è un modo nuovo e diverso di pensare, un modo sorprendente che prima non c’ era.
Un modo di porsi di fronte al mondo ed un modo di porsi di fronte a se stessi.
Il futuro è condiviso, adesso, i progetti riguardano la coppia. Non si progetta più per sé.
 
Non è affatto detto che questo accada, sia chiaro, non è detto che i reagenti reagiscano, potrebbero ritrovarsi intatti, ancorché esausti, sul fondo della provetta.
In ogni caso, il risultato del dissolversi della tempesta, il risultato del placarsi degli animi è una visione di nuovo nitida e chiara.
Si vede bene.
E si vede l’ altro, di nuovo o per la prima volta, come esso è in realtà. Diverso da come lo si vedeva nel cuore della tempesta.
Non è diverso l’ oggetto della visione, è diverso lo sguardo, adesso realistico, disincantato. Cioè senza più l’ incanto. Senza l’ effetto dell’ incantesimo.
 
Ma come abbiamo potuto sbagliarci così ? Ma come abbiamo potuto prendere un simile abbaglio ?
Eravamo, per l’ appunto abbagliati. La luce era troppo violenta. Adesso non lo è più, tutto qui.
Succede da entrambe le parti, o più spesso da una parte sola. Questa è la fase più penosa.
Uno si allontana, l’ altro lo percepisce, insegue, cerca di riguadagnare il terreno perduto.
 Non capisce che cosa è cambiato, non capisce dove ha sbagliato. Non ha sbagliato. Eppure.
Cerca allora di fare di più, per recuperare ciò che gli pare essergli stato tolto ingiustamente.
Ma in queste cose la colpa non c’ entra ed il merito nemmeno, questo già lo sappiamo.
Ed il fare di più può solo peggiorare la situazione.
Dall’ indifferenza al fastidio il passo è molto breve.
Non è giusto. Certo che non lo è. Ma chi l’ ha mai detto che il mondo è giusto ?
 
Le cose non esplodono,
si affievoliscono, sbiadiscono,
come il sole sbiadisce dalla carne,
come si esaurisce rapida la schiuma nella sabbia,
perfino il lampo fulmineo dell’amore
non ha un esito tonante…
 
Derek Walcott – Epiloghi
 
Si, va bene.
Ma qualche volta le cose possono pure andare per il verso giusto, no ?
La reazione chimica magari avviene, il composto si forma, il precipitato precipita.
Le due individualità danno luogo ad un “noi”, la storia non finisce lì.
Può darsi di sì.
Ma la storia non finisce nemmeno dopo. Ma la storia non finisce mai. L’ identità comune non è data una volta per tutte. Ha bisogno di alimentarsi. Ha bisogno di un progetto, di un posto dove andare, di qualcosa da realizzare insieme. Non può fermarsi, non deve fermarsi.
Serve una fantasia comune, da portare avanti senza battere la fiacca, senza tirare i remi in barca, come compagni di strada, compagni di gara, compagni di fatica. Senza risparmiarsi, senza fare un po’ meno se l’ altro fa un po’ di più. Serve una fantasia comune.
 
È possibile che questo succeda. È più probabile che non succeda.
Ma questa è un’ altra storia.
 
“Sentivo il mio cuore battere. Sentivo il cuore di tutti.
Sentivo il rumore umano che facevamo là seduti, nessuno che si muoveva, nemmeno quando nella stanza calò il buio.”
 
Raymond Carver – Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore ?
 
  
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6 commenti su “Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore ?

  1. utente anonimo ha detto:

    Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?
    Conosco il racconto di Carver. Racconto che mi piace molto. E con Carver credo di poter dire che quando parliamo d’amore parliamo della nostra vita, del modo in cui riusciamo ad amare o magari proprio di come non possiamo amare. Non raccontiamo l’amore. Raccontiamo gesti, parole, carezze, intimità, sorrisi, paure, litigi, solitudini, sogni, progetti. Talvolta raccontiamo della fine di tutti i gesti, delle parole, dell’intimità, dei sogni, dei progetti.

    Non so bene di cosa parliamo quando parliamo d’amore ma l’amore “esiste”. Bello o brutto. Tranquillo o tormentato. Dolce o violento.

    Esiste e lo vogliamo a tal punto che lo stesso Carver in una poesia scrive:

    “And did you get what
    you wanted from this life, even so?
    I did.
    And what did you want?
    To call myself beloved, to feel myself
    beloved on the earth.”

    Amiamo! Tutti! Magari amiamo nel modo sbagliato ma amiamo.

    “Eros invincibile,
    Eros, che sulle tue prede ti abbatti,
    e sulle tenere guance
    della fanciulla la notte ti posi,
    tu che vaghi sul mare
    e sulle campagne:
    nessuno ti sfugge,
    né uomo né dio. E la mente impazzisce.”
    (da Antigone)

    L’amore è una delle passioni più potenti e sconvolgenti che ci è dato di vivere.

    All’inizio questo nostro amare è come una sorta di scossa, di spiazzamento. Spiazzamento che ci confonde e dobbiamo esserlo perché amore si dia. Dobbiamo perdere un po’ della fiducia che abbiamo in noi stessi. Ci innamoriamo e dipendiamo dall’opinione, dall’affetto di quella sola persona. E’ giusto? Non lo so ma è così che capita. E quando capita siamo felici. Innegabilmente felici. Il tempo del disincanto se disincanto deve esserci arriverà poi. Qualche volta però le cose vanno bene. Ed allora viviamo intensamente. Forse non sempre felicemente ma con passione si. Non credo serva essere cinici. Come si legge nell’Antigone: Amore “nessuno ti sfugge”.

    Amiamo allora di un amore che chiude gli amanti nel loro rapporto ed esclude coloro che sono destinati a rimanere estranei. Chi ama chiede a chi è amato di rinunciare a una parte di sé, di non dar spazio ad una parte della multilateralità della vita. Amore che è apertura all’amato ma al contempo esclusione di altri aspetti della vita.

    Nella persona amata cerchiamo contemporaneamente l’uguale e il differente, l’altro noi stesso e l’individuo diverso da noi, la fusione ed il rafforzamento della nostra personalità. Se l’altro non ci somigliasse, se non potessimo ritrovarci nell’altro e riconoscere nei suoi pensieri e sentimenti i nostri, l’amore non sorgerebbe. Ma ugualmente non potremmo amarlo se ci somigliasse troppo, se fosse mera eco di noi stessi.

    Dal Simposio: Aristofane “Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due.”

    Nell’amore siamo un io che eccede se stesso ed al contempo vive un senso di incompletezza. L’amore vuole darci pienezza di vita ma il dramma è che il nostro io non è una unità così completa, sicché aspetti di noi non possono ricevere luce, nutrimento, forza dalla persona che amiamo. Abbiamo bisogno dell’incontro con altre anime, di mondi lontani, della concretezza di altre persone, del lavoro, degli interessi esterni e così via. Ed è qui che l’amore può finire. L’incapacità della coppia di ritornare ad aprirsi al mondo, agli altri, il non saper diventare il centro cui amiamo tornare porta in sé il seme della fine di quell’amore che credevamo fosse destinato a durare per sempre. Amore che pensavamo eterno ed immutabile. Ma noi mutiamo e l’amore muta con noi.

    All’amore appartiene la magia spontanea dell’accadere, ma per durare l’amore deve rinnovare incessantemente gli stati di equilibrio, deve diventare espansione, crescita, arricchimento. L’amore deve essere alimentato, deve ricevere cure. L’amore richiede impegno costante, passione affinché da brivido iniziale, da scossa, da follia amorosa divenga stima, conforto, sostegno reciproco, percorso di vita, progetto.

    Da qui nasce il “noi”. Un noi che forse diverrà storia senza fine.

    Spesso finisce l’amore, ma come dice Melogrande a volte la reazione avviene ed allora le cose funzionano. Nasce una storia.

    hesse

  2. LaPoetessaRossa ha detto:

    Ci ho pensato ad un commento. Abbastanza a lungo da non trovare le parole. Per lo meno parole nuove, che dicano qualcosa, al di là della definzione, dell’interpretazione.

    Amare è vivere senza chiedersi perchè.

    E’ quando non si ama, è quando non si vive che ci facciamo domande. Non parlo dell’artista, che racconta l’amore in un romanzo, in una poesia, in un quadro, con la sua arte insomma.

    Però amare è anche follia, perchè tutto quello che facciamo non rientra in alcuna legge razionale e di buon senso.

    Sono un’artista vero? Sono la Rossa. Ho seguito il mio tag amore.

    Così mi permetto un’autocitazione, in puro stile rosso.

    LA FOLLE LEGGE DELL’AMORE
    Per una gentilezza, o forse mai. Per scrivere e affermare ovvietà, nel loro ovvio divenire. Prima che le parole diventino pensieri. E i pensieri deliri. Prima che l’immagine infranga i sogni e vinca la delusione. Volo pindarico memorabile. Volo d’angelo. Un corpo in disaccordo con il pensiero. La morbidezza di un’intuizione acuta che ci riappacifica con il mondo. Una replica, colori consumati e trasmissione disturbata, ma il messaggio è chiaro, evidente, quasi prevedibile. Soldatini impazziti in assenza di un comando strategico. Sono pezzi non riconducibili ad un senso logico, in apparenza. Ma la logica è artificio. E questo è un discorso da folli. Fingersi folli è una moda. Esserlo è una condanna. La follia reclama i suoi oneri: ghetto e inspiegabili silenzi, sguardi piegati di traverso alla ricerca di prospettive inusuali. Distorsione: ma serve un piano da cui deviare. E qui nasce il dramma. La codificazione della regola da cui poi è possibile deviare. Chi codifica? Senso comune? Economia di spazio e tempo? Risorse? Il folle non ha il dubbio del giusto e sbagliato, esemplifica in un gesto non comprensibile il suo essere. Va al di là del senso comune. Lo mistifica e lo confonde. E ama incondizionatamente. La folle legge dell’amore.

    Così mi sono sentita viva. Viva di brutto. Viva al limite e oltre il limite. Senza rimpianti. Senza rimorsi. Senza domande. “Senza domani”. (cfr. La Lentezza, di M. Kundera)

    “…solo con la certezza di un E’ STATO. Ed è stato bello.”

  3. utente anonimo ha detto:

    Quando il mio amore è arrivato, l’ha fatto in punta di piedi, con un sms tagliente e ironico. Non ha perduto il vizio. Solo che ora ironia e tagli me li riserva anche quando siamo a casa nostra 🙂

    Nico

  4. orsarossa ha detto:

    L’Amore mi ha fatto succedere a me stessa.

    *O

    (e…grazie per gli auguri:-)

  5. melogrande ha detto:

    Una sorte rara, Orsa.
    tienila stretta.
    : )

  6. utente anonimo ha detto:

    Leggendo questo brano di Corian ho ripensato a questo post ed alle cose che ho lasciato come commento alle tue riflessioni. Riflessioni in sintonia con il mio sentire.
    Ho così deciso di trascrivere il brano nel tuo blog.
    “Il senso più profondo dell’amore non si trova nel “genio della specie”, e nemmeno nell’annullamento dell’individuazione. Avrebbe queste intensità tempestose l’amore, questa gravità inumana, se fossimo soltanto strumenti e ci perdessimo personalmente? Come ammettere che ci coinvolgiamo in tali enormi sofferenze unicamente per diventare vittime?
    L’uomo e la donna non sono capaci di tanta rinuncia né di tanto inganno. In fondo amiamo per difenderci dal vuoto dell’esistenza, e come reazione ad esso. La dimensione erotica del nostro essere è una pienezza dolente, fatta proprio per riempire il vuoto che è dentro e anche fuori di noi. Senza l’invasione del vuoto essenziale che corrode la nudità dell’essere e distrugge l’illusione indispensabile all’esistenza, l’amore sarebbe soltanto un facile esercizio, un pretesto piacevole, e non sicuramente una reazione misteriosa a un’agitazione crepuscolare. Il niente che ci circonda soffre la presenza dell’Eros, che è anch’esso ingannevole e cerca di colpire l’esistenza. Di tutto ciò che viene offerto alla sensibilità, l’amore è il meno vuoto, al quale non si può rinunciare senza aprire le braccia al vuoto naturale, comune, eterno. Concentrando in sé un massimo di vita e di morte, l’amore costituisce un’irruzione di intensità nel vuoto.
    Avremmo potuto sopportare la sofferenza dell’amore se questo non fosse un’arma contro la decadenza cosmica, contro il marciume immanente?
    E saremmo stati in grado di scivolare verso la morte, attraverso incantamenti e sospiri, se non avessimo trovato in esso una forma di essere fino al non essere?” (tratto da Sull’amore – E. M. Corian).

    hesse

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