Pezzi del cuore

 
 “Vedemmo spegnersi l’ ultima brace del giorno,
e nel tremante verde-azzurro del cielo
una luna consunta come una conchiglia lavata
dalle acque del tempo, nel loro sollevarsi e ricadere
tra le stelle infrangendosi in giorni ed anni.”
 
W.B. Yeats – La maledizione di Adamo
 
 
Ci sono tutti, i pezzi del cuore ? Non ne manca nemmeno uno ?
Chi non ha mai perso un pezzo di cuore temo non capirà.
Ma è improbabile.
 
Tutto comincia con sottili incrinature, come quelle che appaiono sull’ intonaco di casa dopo un po’ di tempo che ci si vive. “Sono crepe di assestamento”, ti dicono, “non c’è da preoccuparsi”. Sarà.
Non è così, ed oscuramente lo si intuisce, ma si fa finta di crederci, alle interpretazioni degli esperti in materia.
Sono crepe impercettibili, in realtà, ci vuole un occhio acuto per accorgersi, gli altri nemmeno le noterebbero. Ma ci sono. Il fatto è che quella superficie compatta e liscia del cuore di prima adesso si presenta con delle linee irregolari come certi vasi antichi smaltati. Non che ci sia spazio, fra un pezzo e l’ altro, non ci passerebbe un dito e nemmeno un capello, ma quelle linee prima non c’ erano. È sicuro.
 
Allora si continua a girarsi per guardare da quella parte, a volte persino facendo finta di non guardare, non ci si vuole fissare su una cosa che non esiste, ma è giusto per rassicurarsi che davvero non esiste, è solo una crepa di assestamento, come dicevano gli esperti, e se è così non dovrebbe propagarsi né allargarsi. È giusto controllare, no ?
E più si osserva e più appare chiaro che la crepa invece si sta propagando e si sta allargando.
Panico.
Che fare ?
 
Non è facile abituarsi all’ idea che il proprio cuore sta per perdere un pezzo, non è facile proprio per niente. Ma se una montagna frana, frana, e continuare a guardare da quella parte non gli impedisce di farlo. E le faglie si aprono, e le valanghe si staccano. Senza chiedere il permesso a nessuno. Ciò che deve accadere accade.
Non resta che raddoppiare gli sforzi e dimezzare le pretese, e mettersi al servizio di quel pezzo che minaccia di staccarsi, e si capisce subito che si commette un grosso errore perché il rispetto fa parte della formula dell’ adesivo, e se quello si riduce i pezzi non staranno certo più attaccati di prima, tutt’ altro. Ma sapere che si sta commettendo un errore non impedisce di farlo. E la crepa si allarga ancora un po’ con uno scricchiolio sinistro.
 
Allora ci si concentra su quello che ancora tiene, si cerca di consolidarlo, gettando nuovi ponti e cime e cavi d’ ancoraggio e ponti tibetani, per fare in modo che la parte ancora attaccata abbia forza sufficiente per trattenere tutto.
Non ce l’ ha, naturalmente.
E con un senso di vuoto allo stomaco, con la vertigine, con il sapore metallico della paura in bocca ci si trova ad osservare, come al rallentatore, questo pezzo di cuore che si stacca e rotola via.
 
Come si fa a sostituire un pezzo del proprio cuore ?
Qui la risposta è semplice. Non si sostituisce. Non si può sostituire. Non ci sono in commercio i pezzi di ricambio. Punto e basta. Occorre andare avanti senza, sapendo che ciò che è andato perso non verrà sostituito. Il pezzo che manca mancherà per sempre.
 
Adesso la ferita è fresca.
Superato l’ iniziale stordimento che è anche un buon anestetico, la carne ferita adesso urla per il dolore, un urlo primordiale ed animale, un urlo che viene dalla pancia, che viene dalle braccia e dalle gambe e dagli occhi e dai capelli e da ogni piccola parte del tutto che rifiuta la diminuzione e la perdita.
Ridatemi il mio pezzo di cuore oppure prendetevi il resto e facciamola finita.
Facciamola finita ? Ormai è la fine ? Non c’è più futuro ? Macchè. Tutte storie.
Non è vero, naturalmente. non finisce proprio nulla, il mondo manco si è accorto di questa immane perdita, l’ immenso individuale è un nonnulla universale, una contraddizione fra le tante della condizione umana.
Domani, col cuore mutilato occorrerà alzarsi come tutti i giorni, prepararsi, affrontare gli impegni, comportarsi da professionisti perché non si può immaginare un professionista sopraffatto dall’ emozione, con le lacrime agli occhi, il sapore salato in bocca ed il nodo alla gola, e poi agli uomini non è consentito piangere per nessun motivo, figuriamoci poi nell’ espletamento delle proprie funzioni professionali. Nemmeno a pensarci. Occorre aspettare di essere fuori, da soli, per poter non combattere più per il controllo, almeno per un po’.
 
Piano piano sulle ferite si forma la crosta, e poi la pelle si rimargina anche sulle ferite più brutte, anche sul moncherino di una mano amputata. Ma la mano di sicuro non ricresce, ed il cuore neppure.
Il dolore col tempo cambia natura, diventa come un rumore di fondo, un basso continuo che si avverte solo se ci si concentra, accompagna giorni grigi e bui, e non importa se c’è il sole, anzi importa ed è peggio perché è il sole del deserto, che batte spietato, desolato, impedisce la vita. Sole per gli altri, forse.
Si va avanti lo stesso, abituandosi al pezzo in meno. Non si guarda più da quella parte, come dopo l’ estrazione di un dente capita ad un certo punto che la lingua smetta di allungarsi verso il vuoto del dente estratto, ed impara a non farci caso, a non sentire più l’ effetto di quella cavità.
Però il dente non ricresce ed il buco rimane. La presenza di un’ assenza. Tutt’ al più ci si può mettere un dente finto, sapendo che è finto. Giusto per tappare il buco.
 
A volte capita persino di vederlo, quel pezzo di cuore staccato, per caso o per scelta, perché si vuole o perché non si vuole evitarlo, per curiosità, per desiderio o per non passare per vigliacchi.
L’ incontro di un attimo riaccende la mancanza, il pezzo è lì, riconoscibile ma non più nostro, forse di altri, forse di nessuno.
 
La malinconia ha il sapore della frutta secca e delle mele con la cannella.

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8 commenti su “Pezzi del cuore

  1. utente anonimo ha detto:

    Ci sono graffi, oggi piccoli segni. Segni quasi invisibili ma so che ci sono. Sono tutti lì. Sempre. Lì a ricordarmi i passi falsi.
    Ci sono cicatrici. Cicatrici che testimoniano ferite. Ferite che il tempo ha seccato, rimarginato. Ferite che ricordano salti troppo arditi.
    Ci sono squarci legati con ruvido spago. Squarci profondi, laceranti. Talvolta ancora sanguinano. Squarci dai quali spuntano artigli rimasti lì. Lì a ricordarmi quali strapiombi ho deliberatamente scelto.
    Ci cono vuoti. Spazi di abbandoni, distacchi.
    Ci sono porte chiuse da tanto tempo. Porte che hanno rivelato scelte sbagliate, dolorose. Porte che non voglio più aprire. Talvolta però basta un po’ di vento e quelle porte si spalancano. Allora bisogna tornare a chiuderle. Oggi ho però la forza necessaria per vincere il senso di vertigine che mi prende.
    Ci sono impronte dorate. Impronte che testimoniano gli incontri che rimarranno per sempre nel mio cuore. Impronte che hanno disegnato sentieri che nessuno altro potrà seguire. Sentieri sui quali ancora incontro le persone che ho amato. Ancora sento la loro voce. Ancora incontro il loro sorriso.
    Ci sono stanze segrete. Stanze che pochi conoscono. Stanze che sono la mia vita di oggi. Accesso per pochi.
    Tutto questo è il mio cuore. Un cuore ruvido, grinzoso, segnato. Un cuore che talvolta fa male. Ma è questo il cuore che voglio. Un cuore che conserva memoria di tutta intera la mia vita.
    Un cuore che con il tempo si è fatto più grande. Più grande per non dimenticare nulla.
    Non è un cuore cui come scrive Melogrande mancano dei pezzi bensì un cuore che quei pezzi li ha ricuciti, puliti, curati lasciando che le ulcere suppurassero. Pezzi che non partecipano più del battito ma sono lì a ricordarmi ciò che sono.
    Un cuore nuovo, liscio, morbido? No! Io sono anche ciò che c’è in questo cuore.

    hesse

  2. Dilia61 ha detto:

    e’ proprio cosi’, le crepe non se ne vanno, sanguinano, si cicatrizzano. Ma siamo consapevoli che ci sono, è un peso a cui ti abitui. Ci sono avvenimenti poi che fanno ridìsanguinare tutte le ferite, tutte insieme, e la cicatrizzazione a quel punto e’ talmente fragile, che cerchi si non provocare sussulti per contenere i danni. Ma è utopia

  3. melogrande ha detto:

    Ed e’ pur sempre meglio cosi’ piuttosto che arrivare fino in fondo col cuore ancora intatto,lucido, come nuovo.

    Mai usato.

  4. chiccama ha detto:

    è talmente “mio” quello che hai scritto che mi sento come se avessi un pugno nello stomaco!!!
    sei sorprendente, e riesci a raccontare anche me…

    sai i pezzi di cuore che ho perso sono tanti a volte piccoli, a volte troppo grossi, quello che resta fa fatica a funzionare, ma non si arrende, anzi lavora a ritmo serrato… e quelli che ho perso…. li ho comunque con me… in una scatola di latta, sai quelle di biscotti fatti in casa… e sono lì…sono struggenti melanconie che sìì hanno il sapore della frutta secca e delle mele con la cannella….
    un pezzo magnifico, e magnifica Janis Joplin …uno dei mie pezzi di cuore…
    un abbraccio
    chicca

  5. melogrande ha detto:

    Chicca, grazie di cuore (quello che ne resta, naturalmente….)

    : ))))

  6. utente anonimo ha detto:

    Pezzi del cuore.
    Mi chiedevo dove avessi letto queste parole e mi è tornato in mente questo tuo post. La prima volta che l’ho letto mi è parso un pò strano parlare di pezzi di cuore che si perdono. Commentando le tue parole avevo infatti scritto “Non è un cuore cui come scrive Melogrande mancano dei pezzi bensì un cuore che quei pezzi li ha ricuciti, puliti, curati lasciando che le ulcere suppurassero. Pezzi che non partecipano più del battito ma sono lì a ricordarmi ciò che sono.” Oggi ho la sensazione che un pezzo di questo cuore si stia perdendo e non è importante capire dove sta la colpa, se colpa c’è. Sembra che di nuovo sia arrivato il tempo di chiudere una porta. So che se così sarà perderò un pezzo importante del mio cuore. Forse il pezzo più bello. Ma ancora non mi arrendo. E dalle tue parole riprendo “La malinconia ha il sapore della frutta secca e delle mele con la cannella.”

    hesse

  7. utente anonimo ha detto:

    Non mi sembri persona che si arrende, hesse.
    Ti auguro di riuscire.

  8. melogrande ha detto:

    L’ anonimo precedente ero io.

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