Occidente, Occidente 2

Riprendo un discorso iniziato un po’ di tempo fa.
I Greci non avevano una vera e propria religione.
Avevano piuttosto un corpus di miti, ognuno dei quali declinato in infinite varianti, che servivano un po’ da modelli. Modelli di pensiero, modelli di comportamento, modelli di sentire.
Gli dei della antichità classica sono immortali ed hanno gli ultrapoteri. A parte questo, non sono affatto onnipotenti, non più di quanto lo siano i supereroi Marvel. Anzi.
Ogni dio soffre e si lamenta degli sgarbi e dei torti che gli altri dei a suo dire gli arrecano, in una contesa perenne a volte persino meschina ed un po’ ridicola.
Nessuno degli dei classici ha creato il mondo, anzi esistono miti che al contrario raccontano la nascita degli dei in un mondo che già esisteva, a generazioni successive.
E. soprattutto, gli dei classici sono ben lontani dall’ essere esempi di perfezione morale.
Al contrario, nessuna devianza o difetto del carattere umano manca del suo corrispettivo, estrapolato ed ingigantito, nelle divinità olimpiche.
Questi dei sono arroganti, iracondi, non esitano a mentire, imbrogliare, tradire. Sono lussuriosi e libidinosi fino all’ estremo, sia i maschi che le femmine, soprattutto i primi non arretrano di fronte allo stupro quando si tratta di realizzare un desiderio, ancorché passeggero.
 
Sono divinità da temere più che da adorare, ma al tempo stesso e soprattutto sono immagine realistica e fedele dell’ umanità, del vero carattere dell’ uomo, con le sue incazzature e paturnie, con le sue libidini ed antipatie, con i suoi irragionevoli sbalzi d’ umore.
Sono dei UMANI, perdio.
Una commedia umana portata nel mondo dei supereroi Marvel, per così dire.
Li si onorava con le feste.
Li si blandiva coi sacrifici.
Gli si dedicavano templi.
Ma è difficile sostenere che li si “adorasse” nel significato che diamo noi a questa parola. La religione come la intendiamo noi non esisteva. Il dio poteva sì entrare dentro l’ individuo, un fenomeno chiamato propriamente “entusiasmo”, ma questa invasione del dio, questa possessione come la chiameremmo noi, rendeva l’ uomo folle ed irresponsabile, capace di ogni eccesso, in qualche misura affetto da temporanea infermità mentale, incapace di intendere e volere.
Basti ricordare le Baccanti, preda dell’ entusiasmo dionisiaco, capaci di fare a pezzi chiunque si presentasse sul loro cammino, non esclusi i loro stessi figli come ci racconta Euripide.
Insomma, la “religione” dei Greci attiene più alla psicologia – o alla psicopatologia – che alla teologia.
Una specie di inconscio collettivo in cui, qualunque fossero le circostanze della vita, il greco antico riusciva ad attingere, trovando riflessa come in uno specchio la propria vicenda umana.
Se anche gli dei sono così, vuol dire che dopotutto la tua sventura è un fatto universale, questo sembra essere il messaggio.
 
Che “fede”si può avere in divinità del genere ?
Una fede molto limitata, è chiaro.
Si impara ad onorare i visitatori e tutti gli stranieri, sotto le cui fattezze potrebbe nascondersi un dio, che è sempre consigliabile non fare arrabbiare.
Ma non c’è nessuna promessa di vita eterna.
Chi muore, muore, una volta e per sempre.
Le anime dell’ Ade, lo vediamo bene nell’ Odissea, non sono le anime dell’ oltretomba dantesco. Tutt’ altro.
Sono piuttosto simili a zombie, sono precisamente ombre prive di coscienza, con le quali Odisseo riesce a parlare soltanto dopo che esse hanno bevuto il sangue sacrificale, e solamente per breve tempo prima di sprofondare nuovamente nell’ oblio.
Non c’è futuro nell’ Aldilà, non c’è salvezza, né dannazione, ma soltanto il nulla eterno di una vita sospesa, senza coscienza e senza redenzione.
È in questo mondo che bisogna giocare tutte le proprie carte, cercando di vivere intensamente, di godere dei doni della vita, cercando la bellezza e la pienezza dell’ esistenza, cercando la virtù e l’ eccellenza.
 
Già, l’ eccellenza.
Perché a questa contingenza disperata si sfugge in un modo soltanto: realizzando imprese eroiche, militari, sportive, artistiche o letterarie, eccellendo comunque, in modo da conquistarsi l’ ammirazione degli altri ed il loro ricordo.
Solo così si sopravvive, nel ricordo dei posteri e nella loro ammirazione.
Un’ immortalità di riflesso, che non sposta di una virgola la condizione esistenziale dell’ individuo.
La morte è inevitabile, necessaria e senza rimedio. Punto e basta.
Ma questa morte non è dopotutto “cattiva”, non è una punizione.
È un dato di fatto, alla base della catena stessa dell’ essere. È piuttosto un dato del problema.
Esistiamo in funzione della distruzione di molte vite precedenti, e la nostra stessa distruzione è necessaria alla perpetuazione del ciclo.
 
Com’ è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini.
Le foglie il vento le riversa per terra, e altre la selva
Fiorendo ne genera, quando torna la primavera.
Così le stirpi degli uomini, una cresce e l’ altra declina.
 
Omero, Iliade, Libro VI, vv 146-149
 
Alla base di tutto c’è la Necessità, quella legge suprema alla quale anche gli dei devono obbedire. La Necessità è la realtà suprema, la Natura matrigna ed indifferente alla sorte di uomini e dei.
Questo sistema di valori, che condanna l’uomo al suo destino mortale e contingente, costituisce al tempo stesso un fattore potentissimo di motivazione verso l’ immanenza. Obbliga ad apprezzare la vita.
Abbiamo quest’ unica chance, una sola fiche da giocare sul tavolo verde della fortuna, soggetto per di più al capriccio del Fato. Ma nonostante tutto, questa chance va giocata, fino in fondo, al meglio delle nostre capacità.
Perché nonostante tutto è possibile vincere la mano, è possibile costruire qualcosa che non sarà travolto dalla marea, è possibile raggiungere l’ eccellenza, diventare un modello ed un punto di riferimento per gli altri, lasciare un segno che rimarrà nella memoria, che non sarà dimenticato.
 
Solo in quest’ ottica ha senso e ruolo l’ etica, nell’ ottica di educare alla costruzione di un’ eccellenza destinata a sopravviverci e renderci immortali nel ricordo.
 
In questo sforzo di eccellenza, alcuni greci si spinsero oltre i confini del mito, alla ricerca della Verità, addirittura, di una verità assoluta in grado di imporsi con la sua luce purissima.
Erano i primi filosofi.
 
La tradizione giudaico cristiana non potrebbe essere più diversa.
All’ inizio di tutto pone un unico Dio, creatore e signore del cielo e della terra, creatore e signore anche dell’ uomo. Al quale uomo, tuttavia, Dio ha concesso uno statuto speciale e particolarissimo: quello di essere stato fatto ad immagine e somiglianza del Creatore, e di essere dotato di un’ anima immortale.
L’ Uomo è nulla, un fragile frammento al cospetto di Dio, ma al tempo stesso Dio gli conferisce uno status speciale, un’ autorità altrettanto assoluta sul resto del Creato.
Adamo dà un nome a tutte le cose, animate ed inanimate e con questo atto, con il potere della parola, con il nominare, diventa il signore di tutto il creato.
La natura è opera di Dio, e da Lui viene posta al servizio dell’ Uomo. Che su di essa può esercitare il suo potere.
L’ uomo è mortale e tale resta, ma non è questa la sua natura originaria.
Egli infatti fu creato immortale e collocato nel giardino dell’ Eden, da cui fu cacciato per la sua colpa nei confronti del Dio creatore.
 
La morte ed il dolore sono dunque punizioni, non dati di fatto, ed il nostro transito terrestre ha il significato di un’ espiazione, il cui scopo finale è quello di redimerci e renderci degni della vita eterna.
La vita è un castigo, e la nostra condotta morale il solo lasciapassare di cui disponiamo per conquistarci il favore di Dio.
Le nostre vicende terrestri lasciano il tempo che trovano, il nostro ruolo nel mondo è quello di conquistare la vita eterna nell’ aldilà.
Non si potrebbe immaginare una frattura più netta.
Il punto focale si sposta da questa vita alla prossima, quella dopo la morte, l’ interesse per la natura è un interesse più di dominio che di conoscenza, ed i valori classici di Verità e Bellezza vengono spodestati dal valore sommo del Bene, la Bellezza soprattutto guardata con sospetto come valore ambiguo e pericoloso.
La sottomissione a Dio è importante, ben più che l’ eccellenza nella virtù umana, a meno che questa eccellenza non venga profusa a servizio e maggior gloria di Dio stesso
 
Questa frattura non si è mai sanata.

In tutta la storia dell’ Occidente si vede questa oscillazione periodica fra i valori classici di attenzione per la natura e la realtà, del desiderio di pienezza e di autorealizzazione, ed il valore della sottomissione, della rinuncia e della fede nell’ aldilà.

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6 commenti su “Occidente, Occidente 2

  1. chiccama ha detto:

    mi piace molto questo tuo scorrere ad Occidente attraversando questo “discorso” con grande attenzione…
    confesso che non Dei nell’armadio a cui fare riferimento, neppure nella mia infanzia, per cui quanto vado dicendo è frutto di una esperienza dal di fuori…
    mi sono sempre piaciuti gli dei greci, irosi e scherzosi, così simili ai mortali da sembrare specchi di noi, o nostri doppi…

    e sì l’idea come tu dici della vita come castigo, dell’espiazione che avrà ricompensa solo in una vita al dilà non è mai stata nelle mie corde…
    mi ha sempre dato l’impressione che la sottomissione a Dio diventa forzata, diventa solo pura necessità in vista di un bene migliore…
    ma questa vita …il quotidiano non ha uguale dignità e uguale bisogno di essere “migliore”?
    per me sì, è il giorno per giorno che mi riempie il cuore

    sei davvero bravo nel narrare…
    chicca

  2. utente anonimo ha detto:

    Tradizione cristiana e pensiero greco. Frattura insanabile e come già dicevo destinata a restare tale nella sua profondità ontologica. Insanabile in quanto ontologicamente inconciliabile la concezione dell’Essere, del Logos. Inconciliabile la visione del mondo. Inconciliabile la concezione dell’uomo. Inconciliabile il senso del mondo: Creazione per la tradizione cristiana; Necessità per il pensiero greco.
    Già dicevo frattura certo ma anche contaminazione. Frattura e contaminazione che hanno reso possibile la nascita ci ciò che chiamiamo il pensiero occidentale.
    Contaminazione e frattura all’interno della quale si sono sviluppate la filosofia moderna, la letteratura, l’arte, la teologia.
    Dei e Dio.
    Negli dei i Greci trasfigurano sé stessi, vedono il profilo glorioso dell’uomo, ciò che si realizza fin dai primordi assolutizzando in essi caratteristiche umane, eroiche. Alla fine è l’uomo con le sue qualità e i suoi difetti, con la sua sete di esistere, con le sue avventure e sventure, la tenacia, il potere, un ideale di sereno equilibrio.
    I Greci fanno emergere dall’affanno divinità che possano rappresentare il loro carattere, che non tanto li condizionino quanto li facciano esistere e li potenzino. Gli dei come eroi maggiori, come eroi duraturi. L’ etica greca si radica su questo valore esaltando certo l’agonismo di individui e città, ma anche appassionandosi al culto della bellezza, della verità, della giustizia.. Così si correggono i comportamenti, si cerca la perfezione, una perfezione eroica.
    Dio, e soprattutto il Dio cristiano, è il trascendente che irrompe nell’immanente, l’alterità assoluta che dona senso a scopo agli eventi, alla storia umana racchiusa tra un inizio (la creazione) ed una fine (il giudizio).
    Il pensiero greco ci dice che il destino dell’uomo è su questa terra e finisce con la morte. Morte che non ha altro significato se non quello che naturalmente le è proprio. Ritorno all’eterno necessario divenire. In questa prospettiva è qui che si giocano il senso ed il destino dell’uomo. Destino e senso che sono mondani.
    Il pensiero cristiano ci dice invece che il destino dell’uomo è un destino che trascende la realtà mondana. La vita diventa preparazione al futuro di luce e di sapienza che Dio ha pensato per l’uomo. Futuro che rimane nascosto nell’insondabile disegno divino ma è futuro certo in quanto voluto da Dio. La morte che nella dimensione mondana per il cristianesimo è punizione nella dimensione trascendente è soglia necessaria per partecipare dell’immortalità, della sapienza, della luce di Dio. Allora anche in questa tradizione di pensiero il destino dell’uomo si gioca in questa vita. Destino futuro certo ma è qui e ora che si pongono le condizioni per partecipare appieno della natura di Dio.
    Al di fuori del pensiero cristiano il futuro rimane profondamente oscuro nella sua ragione ultima.
    Frattura come si vede ma c’è stata anche contaminazione. Il cristianesimo si sviluppa nella tradizione culturale greca, si appropria del greco, assimila il pensiero di Platone e per molto tempo parlerà con le parole di Platone.
    Ma il cristianesimo è un messaggio di salvezza, di speranza. Il Logos, emesso dal Padre ed unico mediatore, trascende il mondo ma ne è, al contempo ragione e fondamento. Con Cristo il Logos si fa Uomo. L’incarnazione di Cristo compie e manifesta la Verità. Il Logos si fa Uomo. Come non rimanere affascinati da tutto questo?
    Ancora in n un’ottica di fede la speranza cristiana è in grado di vincere il perdurare della violenza, del dolore, della sofferenza.
    Il Cristianesimo offre al mondo greco prima e romano poi un nuovo concetto di uomo e di vita umana.

    L’Occidente oscilla ed oscillerà tra gli ideali, i valori del pensiero classico e quello
    giudaico-cristiano. E questo in quanto queste due tradizioni racchiudono in sé i principi fondanti dell’Occidente. Questo occidente che affonda le radici nella grecità ed ha accolto in sé i valori, le coordinate concettuali del pensiero cristiano. Grecità e cristianesimo rimangono i paradigmi fondanti lo spirito dell’Occidente.

    hesse

  3. melogrande ha detto:

    Il grande fattore di successo del cristianesimo sta nella prospettiva di vita eterna, nel trionfo sopra la morte. Un avvento del Regno di Dio che chiaramente Gesù nei vangeli lascia intendere come una prospettiva imminente, a brevissimo termine, nel giro di una generazione.
    Il discorso qui si farebbe lungo, ma la sua essenza è che l’ introduzione della dottrina del peccato originale ad opera di Sant’ Agostino ha trasformato la vita terrena, almeno secondo la prospettiva cristiana prevalente, da un “fine” ad un “mezzo” per ottenere la redenzione, il fine essendo appunto nell’ aldilà. Una concezione della vita terrena che mi pare alquanto estranea alle parole ed all’ esempio di Cristo così come traspare dai vangeli, ma anche questo discorso porterebbe lontano.
    Quello che è certo è che si introduce un senso di finalità nel destino individuale e poi, inevitabilmente, nel destino collettivo, che prima non c’ era, la percezione nuova che la storia, la nostra individuale e quella dell’ intera società, “vada da qualche parte”, o addirittura si possa (si debba !) “mandarla da qualche parte.
    Questa concezione, che hesse ha colto molto bene, è davvero una radice profonda del nostro essere occidentali.

  4. utente anonimo ha detto:

    Radice profonda e radicata. Radice che è uno dei paradigmi dell’anima “occidentale”.
    Radice ineludibile anche per chi come me da tempo ha fatto crescrere ben altro albero.

    hesse

  5. fagnimat ha detto:

    Alberi diversi…ma sotto la terra ci sono comunque radici profonde…altrimenti l’albero non si regge! Un sorriso Rosanna

  6. utente anonimo ha detto:

    ancora una volta eloquente l’immagine che hai scelto

    hesse

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