Un frutto del deserto

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Oggi sono in trasferta, gentilmente ospitato a casa di amici.

 

Storied@ibrido è un blog "parallelo" ad ibrid@menti, curato da modalogia, nato per raccontare storie di "creature della blogosfera".

L’ uomo vive di abitudini, anche in mezzo al deserto riesce ad assestarsi in una specie di sbilenca routine.
In cantiere il lavoro inizia presto, alle sette del mattino, gli operai arrivano con i bus direttamente alle aree in costruzione, migliaia tutte le mattine, gli impiegati invece arrivano tre o quattro per macchina, timbrano il cartellino, accendono i computers.
Un cantiere che si rispetti prevede la macchinetta espresso portata dall’ Italia ed il caffè di buona marca, nonché spaghetti a mensa, manco a dirlo.
Il tempo scorre in fretta, c’è sempre molto da fare ed i ritardi da recuperare sono condizione esistenziale e permanente. La giornata vola via e la sera si trova sempre qualcuno ben disposto a scambiare quattro chiacchiere o accettare una sfida a biliardo.
Però il venerdì, giorno di riposo, è un’ altra storia, ed un venerdì di piena estate è una faccenda molto particolare.
La mattina si può andare al mare, non è lontano, ma solo a patto di svegliarsi presto e presentarsi in spiaggia di buon’ ora. Già alle dieci del mattino il furore del sole rende l’ aria talmente calda da levare il respiro, e la sabbia chiarissima riflette vampate che intorpidiscono la mente. Si cerca refrigerio in acqua, per quanto si può, ma non funziona poi tanto. Anzitutto l’ acqua è calda in modo incongruo ed imbarazzante, e poi qui la spiaggia degrada in modo così impercettibilmente lento che occorre camminare a lungo prima di arrivare ad una profondità che consenta di fare qualche bracciata senza toccare la sabbia del fondo.
E poi è un bagno vagamente preoccupato e guardingo.
No, non si tratta di squali, l’ acqua è talmente bassa che un pescecane rischierebbe di incagliarsi ben prima di arrivare a tiro dei miei polpacci in fuga, però ho sentito troppe storie sui serpenti di mare, piccoli e velenosi, ne parlano negli Emirati, in Bahrein, in Arabia Saudita, qualcosa di vero dovrà pur esserci.
Il relativo refrigerio del rapido bagno evapora insieme all’ acqua sulla pelle ancor prima di raggiungere la sdraio, e questo è segnale inequivocabile che è tempo di tornare al chiuso. Le dieci e mezza, appunto.
La routine del venerdì prevede adesso di trascorrere la prossima ora nel centro fitness di ques’ unico albergo disponibile.
In ambiente condizionato, con vista sulla spiaggia sempre più deserta passo mezz’ ora a correre sbuffando sul tapis roulant, poi giro senza troppa convinzione fra le macchine, sarà meglio quella per i dorsali o quella coi pesi per le braccia, un po’ sto a disagio, non ho mai avuto ambizioni da balestrato.
Vabbè, finiamo in bellezza con una ricca sauna. Come al solito ci sono solo io e ne approfitto per alzare il termostato, novanta, novantacinque gradi, più calda è meglio è, come mi hanno insegnato tanti anni fa i colleghi finlandesi con cui mi ero trovato a lavorare. Loro a dire il vero esageravano proprio, mezz’ ora a centoventi gradi ed uscivano con certe occhiate che parevano Nosferatu. E rimpiangevano pure la casa lontana, dove era possibile uscire dalla sauna di corsa e rotolarsi nudi nella neve. Gente fatta così, i finnici.
Ritemprato, allenato, ben lavato e tonificato fino al midollo ritorno alla mia baracca del campo a mezzogiorno in punto. Sosta in mensa, il venerdì il cuoco arabo ce la mette tutta per farsi apprezzare, ma c’è poca gente, in molti hanno affrontato un viaggio di tre ore in direzione di qualche shopping mall.
 
E adesso ?
La baracca è piccola, ma fuori ci sono 48 gradi e non è finita, la temperatura salirà ancora fino alle due le tre del pomeriggio, dunque rassegnazione che fino al tardo pomeriggio io da qui non mi muovo.
Leggo, scrivo, come da un po’ di tempo mi capita talvolta di fare, ascolto musica dal cellulare che ho trasformato in improvvisato lettore MP3 ficcandogli dentro la scheda di memoria più grossa che sono riuscito a trovare.
Accendo il computer, leggo le ultime notizie, guardo la posta. Poi comincio a gironzolare per la rete. Dappertutto si parla dei blog, è il fenomeno del momento, gente che mette on line il proprio diario a quanto dicono, che gusto ci sarà a farlo e soprattutto a chi mai potrà interessare leggere il diario di perfetti sconosciuti, ma si sa che la gente è strana.
Anzi, già che ci sono voglio proprio andare a vedere.
I primi link confermano i miei peggiori sospetti.
Giovedì sera ero a cena dalla nonna quando ricevo questo sms dal mio ex. Stamattina interrogato in latino, che figura di merda. Come volevasi dimostrare, va bene che ho tempo da perdere ma buttarlo via così mi sembra troppo.
 
Ancora uno e poi smetto, ed incappo in una frase “Sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano già occupati”. Una citazione di Brecht, caustica, corrosiva, e vera. 
Link dopo link il livello si alza, i simili si corrispondono, c’è anche gente che sa scrivere qui attorno, gente che pensa e scrive cose non banali. Che racconta magari i fatti suoi, ma con ironia e profondità, facendoti sorridere ed annuire, piccole disavventure dal sapore universale, frammenti di vite che si protendono alla ricerca di riferimenti. Un mondo bello ed interessante, che cerca di galleggiare nella liquidità moderna aggrappandosi un po’ dove capita.
Gente che mi somiglia.
Simil cum similibus.
 
E se ci provassi anch’ io ?
Ma che ti salta in mente ?
Beh, perché no ? Qualcosa da parte ce l’ ho già, scritto qui e là, posso metterlo in rete pure subito, a seguire le istruzioni pare sia faccenda da cinque minuti creare un blog.
Già ma poi chi mi viene a leggere, e perché poi dovrebbero ?
Se non provi non lo saprai mai.
Ibridiamoci.
 
Sono le quattro del pomeriggio, guardo fuori.
L’ aria è così calda che danza attorno alle baracche, che appaiono deformate come gli orologi di Dalì.
Torno al computer.
Per prima cosa devo scegliere un nick.
Mi piacerebbe dare l’ idea di una cosa che ne contiene tante altre, come un melograno pieno pieno di chicchi belli rossi, è pure una bella immagine il melograno, e poi è fortemente simbolica, mi vengono in mente quadri rinascimentali e cortili di palazzi nobiliari, il melograno porta pure bene.
Mannaggia, utente già registrato.
E adesso ? La finestra di Splinder attende paziente.
È una finta, da adesso in poi lo dirà a me, “sii paziente”.
Certo, non sono un adolescente, sono un melo adulto, non so se poi maturo, ma grande si, non lo posso negare.
Non suona male, Melogrande.

 

Qui mi limito ad aggiungere solo qualche "nota a margine"
L’ origine del post  risale per la verità ad un invito, molto garbato,  di Loredana che mi tirava dentro in una di quelle periodiche catene che percorrono come una ola la superficie della blogosfera. Di solito a queste cose non bado, ma l’ idea di raccontare come è iniziato tutto mi solleticava già da un po’, e probabilmente un post così sfacciatamente autocommemorativo me lo sarei regalato comunque, prima o poi.
Avendo fatto trenta, non resta che fare trentuno rispondendo in breve alle altre domande del gioco di Lori.
Il primo post  che ho scritto – non è ancora on line…
Il post di cui sono particolarmente fiero – La casa alla fine del bosco, visto che generalmente non sono molto bravo con la fantasia.
Un post di cui mi vergogno – non ce n’è, se ce ne fossero li avrei già tolti… però ci sono post che oggi scriverei in modo diverso, avendo acquisito un pochino di dimestichezza con questo curioso mezzo espressivo ed avendo imparato qualche “regola del gioco”. Ad esempio ho postato tempo fa una specie di racconto intitolato “Bad Luck”, a me pareva buono ma ho capito in seguito che aveva l’ insormontabile peccato originale della lunghezza, insostenibile sullo schermo, penso che ben pochi siano arrivati alla fine. Oggi mi sa che lo farei a puntate.
Il blog da cui ho preso la citazione di Brecht è questo (un grazie davvero di cuore, Ale).
 
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4 commenti su “Un frutto del deserto

  1. LaPoetessaRossa ha detto:

    oh oh… vogliamo il primo post che hai scritto… 🙂

    …ah! il mio preferito è QUESTO VENTO AGITA ANCHE ME…! 😉

    …segue 64 MILIONI DI COLORI.

    Sarà il fascino del deserto!

  2. utente anonimo ha detto:

    Ho letto il post su storiedaibrido

    No non suona affatto male: Melogrande.
    Comunque lo si voglia leggere o si voglia giochicchiare con il nome che hai scelto si arriva sempre a pensare ad un luogo (un blog può essere un luogo? Ma si. Forse si) che regalerà sorprese.
    E’ un nome che incuriosisce, stuzzica.
    Ed allora io che non ho un blog, io che sono di gusti difficili in fatto di scrittura e ancor di più di lettura e che girovagando in cerca di cose “serie” ho scoperto questo blog ho accettato il gioco.
    Così da allora passo a trovarti. Mi fermo, leggo, sorrido.
    Capita pure che leggendo cose nuove mi chieda “Chissà se ci ha pensato, chissà se lo sa, chissà se là ci trovo qualcosa?”
    Un blog che mi regala stupore, nuovi occhi, nuove parole, nuovi pensieri, nuove idee.
    Un blog sul quale talvolta lascio i miei pensieri sperando siano anch’essi portatori di po’ di stupore e di quel nuovo che i tuoi post regalano a me.
    hesse

  3. utente anonimo ha detto:

    Letto il post cui rimandi.

    Nel tuo blog trovo parole e pensieri che mi piacciono molto.

    Scrittura bella, limpida, asciutta ma non minima. Scrittura ha un suo ritmo. Un ritmo che la rende scrittura fluida.
    Una scrittura che mi piace forse anche per quanto è diversa dalla mia che è più piena e anche se credo fluida torna però su se stessa.

    Difficile pensare ad un testo che preferisco agli altri.
    Mi piacciono i testi che potremmo definire saggi. Mi emozionano i testi che definisci “autopoesie”.
    E ti ringrazio per i post che mi portano ricordi ed emozioni antiche.

    Demian

  4. LaPoetessaRossa ha detto:

    Immagine promossa.

    Vedi che basta lasciarsi andare?

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