Il senso della vita (già che voliamo alto)

Cominciamo dal principio.
 
La parola “senso” viene dal latino “sensus”, che è il participio passato del verbo sentire.
Sentire è la facoltà che permette di percepire gli oggetti esterni, e siccome questa percezione avviene mediante certi organi del nostro corpo, chiamati appunto “organi di senso”, la parola “sensi” viene estesa ad indicare la capacità percettiva di questi organi.
I cosiddetti “sensi” diventano quindi anche, in modo figurato la vista, l’ udito, l’ odorato, il tatto ed il gusto che sono i punti di accesso del corpo, attraverso cui possiamo percepire, “sentire” gli oggetti esterni, e quindi darne un giudizio.
 
C’è insomma una curiosa ambiguità fra il senso nel significato di “apparato percettivo” ed il senso nel significato di “giudizio” vero e proprio, successivo alla semplice percezione.
Un uomo (o una donna) può essere dominato dai sensi, e quindi essere “sensuale”, per il fatto di assecondare i propri istinti ed appetiti, oppure al contrario può essere persona di “buon senso” che utilizza il proprio intelletto per discernere il vero dal falso.
Il senso è quindi una parola attinente all’ istinto, nel momento in cui la percezione avviene, ma anche attinente al giudizio che ne consegue. In questo caso noi parliamo di “senso della vita”, di “senso delle cose”, nel momento in cui rifiutiamo di riconoscere quello che percepiamo come un’ accozzaglia disordinata di percezioni sensoriali, ma gli riconosciamo un’ organizzazione interna ed una logica.
Il senso di un discorso è la rispondenza ad una struttura razionale e intellettiva.
 
Quando cerchiamo il senso della vita vorremmo appunto riconoscere la nostra esistenza non come una sequenza caotica e casuale di eventi più o meno gradevoli o dolorosi, ma come una traiettoria, una sequenza ordinata in cui sia possibile riconoscere un filo conduttore da una parte, e dall’ altra una serie di elementi che ci sembrano “di disturbo” a tale filo conduttore .
Il senso della vita è quindi un criterio che vorremmo avere a disposizione per distinguere in ogni occasione ciò che nella nostra vita è essenza da ciò che è puro accidente, ciò che fa parte del “disegno”, del destino, da ciò che avrebbe anche potuto anche non succedere, e che è destinato a non lasciare traccia di sé, e da ciò che addirittura si oppone al disegno e lo ostacola, e che va quindi rimosso o neutralizzato.
Una specie di bussola, insomma, che ci dice ad ogni passo che facciamo se quel passo va nella direzione giusta oppure in quella opposta, se ci si avvicina o ci si allontana dalla meta. Un centro di gravità permanente, direbbe Battiato, una pietra di paragone per giudicare ogni cosa, per stabilire se qualcosa aggiunge valore alla nostra vita o ne toglie.
 
La religione, naturalmente, è una delle risposte più forti alla richiesta di senso. In questo caso, naturalmente, il criterio di giudizio viene dall’ esterno, dato ed accettato per fede e non soggetto a critica. E’ un senso eteronomo, che fonda la sua validità su un’ autorità esterna data per assodata come un postulato matematico.
 
L’ ideologia è il più vicino surrogato della religione, ma anche in questo caso il senso viene fondato dall’ esterno, da un’ idea che ci viene data con un libro, più o meno come succede con le religioni. Di qualsiasi ideologia si tratti, è sempre una verità esterna, acquisita, che viene introiettata e presa a fondamento della propria esistenza. Un’ idea che si suppone così grande e bella, così importante che valga la pena orientare tutta la propria vita al suo perseguimento, assumendola appunto come metro di giudizio e come strumento di interpretazione di tutta la realtà.
Ecco allora che nella vita si assume abbia senso tutto ciò che favorisce lo sviluppo ed il successo di quella determinata idea, e sia privo di senso tutto ciò che se ne distacca e la ostacola.
Che si tratti del comunismo, del fascismo o di qualche setta religiosa, poco importa, il meccanismo funziona allo stesso modo.
A qualcuno basta persino una squadra di calcio.
 
Un altro termine importante in questo contesto è “significato”.
Che significa la nostra vita ? Qual’ è il suo significato ultimo ?
L’ origine della parola è trasparente, ma non per questo banale.
Significare, cioè “signum facere”, fare segni per comunicare, per trasmettere messaggi.
Segni che, ovviamente, possono essere verbali o non verbali.
Quindi nell’ atto di cercare alla nostra esistenza un significato è come se riconoscessimo che la nostra vita non può limitarsi ad essere ciò che appare.Al contrario, l’ apparenza della nostra vita è una sequenza di segnali che manifestano “qualcos’ altro”. Il modo in cui ci presentiamo agli altri non può essere semplice superficie ma deve rimandare ad un senso più profondo, deve comunicare all’ esterno ciò che abbiamo dentro, deve “signum facere”, deve significare.
 
A chi la nostra vita deve mandare segnali ?
Agli altri, naturalmente.
Si torna sempre allo stesso punto.
Non è possibile un’ etica, non è possibile dare un senso ed un significato alla nostra vita che prescinda dal rapporto con gli altri.
Nel momento in cui ci proponiamo di trovare un senso ed un significato autonomi, non dipendenti dalla rivelazione esterna, ci troviamo inevitabilmente a fare i conti con l’ altro.
Un’ etica autonoma è per forza un’ etica altruista. Per forza.Ce lo siamo già detti.
 
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16 commenti su “Il senso della vita (già che voliamo alto)

  1. alice64 ha detto:

    Quando si dice il caso… interessante la tua ricerca… 🙂

  2. utente anonimo ha detto:

    Se sapessimo che il significato della nostra vita e’ l’equivalente sei segnali che diamo agli altri, forse, almeno in certi casi, riusciremmo a convincerci, a provare, ad essere mgliori. Mi piace molto quell’idea della ricerca del filo conduttore e degli elementi di disturbo…Spesso percepisco lo srotolare del mio tempo quasi fosse un cavo su una corsia prestabilita, salvo accorgermi che nulla e’ prestabilito, se non gli “elementi di disturbo” che imprimono nuova (necessaria) forza e movimento al dipanarsi del Filo conduttore. Eseguo un copione che non so, apparentemente un canovaccio, salvo poi riassumere in un evento Chiave il senso. Senso, e significato. Il segnale che spesso, ancora prima che per gli altri, sembra fatto apposta per me.

    Ciao Melogrande…
    Loredana

  3. utente anonimo ha detto:

    Che senso ha la mia vita? Che senso ha la Vita? Quale è il fine, il senso ultimo?
    Domande dalle risposte difficili, mai definitive. Risposte che mai possono valere per tutti ma sempre e solo per chi pone le domande.

    Se la riflessione prende il via da una prospettiva razionale allora la nostra ragione ci induce ad affermare che la vita in quanto tale non ha senso, quindi ciascuno di noi deve dare un senso alla propria esistenza in modo autonomo.
    Il senso della vita è un problema a cui la ragione non può dare risposta.
    Se invece per senso della vita si pensa a qualche cosa che ci consoli del fatto che la vita è caratterrizzata dalla finitezza, allora al di fuori della religione praticamente nulla può offrire questa consolazione. Ma personalmente ritengo che senso e consolazione siano cose totalmente differenti.
    Credo si debba prendere atto,anche se può essere doloroso, sconcertante e forse in qualche caso drammatico, che la nostra vita inesorabilmente porta con se la sua finitezza. La nostra vita si svolge in un orizzonte temporale limitato, chiuso, circolare, finito. E tutta la nostra esistenza si gioca qui, in questo periodo finito. Questo ci dà una grandissima responsabilità, proprio perché non ci consente speranze o illusioni di una realtà trascendente.
    Certo le religioni permettono all’uomo la speranza di cui dicevo sopra. Nella prospettiva religiosa l’esperienza della finitezza viene guardata dal punto di vista trascendente della realtà suprema garantendo all’uomo il riscatto dalla sua finitezza, la gioia della sapienza.
    Per chi invece come me non crede l’esperienza della finitezza non domanda giustificazione, non domanda riscatto, ma consente all’uomo di esistere in altro. L’uomo è l’essere che esiste in altro, nell’alterità del mondo, nell’alterità della natura.
    Ma allora cosa rimane di questa nostra vita, di noi? Rimarrà tutto ciò che avremo lasciato nell’anima, nel cuore di coloro che abbiamo incontrato per un breve momento o abbiamo amato a lungo. Di questo però abbiamo parlato in un altro post qualche mese fa.

    Hillmann nel libro “La forza del carattere” ci insegna che produrre idee è la giustificazione del vivere.

    hesse

  4. utente anonimo ha detto:

    Ho dimenticato.
    Apprezzo sempre molto il mix di parole e immagini dei tuoi post.
    Danno emozioni, trasmettono il senso delle tue parole.

    hesse

  5. nuccina1 ha detto:

    molto interessante il tuo post.
    Non a caso hai messo all’inizio del post la statua del pensatore.
    Io credo che chiedersi il senso sia all’origine del pensiero stesso e della filosofia stessa.

    grazie di questa lettura che mi hai offerto, non leggevo piu letture cosi
    ramificate in altre cose da molto molto tempo.

  6. melogrande ha detto:

    Le parole arrivano da secoli di uso, e solitamente ci arrivano incrostate, sporche, quasi irriconoscibili.
    Cercarne l’ origine è un po’ come ripulire un quadro o un monumento, consente di rivelarle come erano all’ inizio, e spesso di scoprirne il volto originario.
    Il termine “significato” come “signum facere” è stata per me una di queste felici scoperte.

    Ed ancora più felice quando questi segni vengono raccolti e restituiti più ricchi, come capita in questi commenti, per i quali cui sono io a ringraziare voi.

    Alice, non so quale sia stato il cao che ti ha portato qui, spero ti venga voglia di tornare ogni tanto.

    Nuccina, grazie davvero della tua cortesia.
    SE hai tempo e voglia puoi trovare qualche altra “ramificazione” sotto il tag “riflessi” (riflessiONI mi sembrava un improprio, esagerato accrescitivo…). Sono fatte senza alcuna presunzione o pretesa, non ho una formazione filosofica adeguata, sono appunto riflessi di cose lette e messe insieme nel modo più semplice possibile prima di tutto per chiarirle a me stesso, e spesso come dicevo arricchite di rimbalzo da altri specchi, suggestioni e stimoli altrui, da hesse soprattutto ma non solo.

  7. melogrande ha detto:

    Ps.
    Se ci fosse bisogno, segnalo che le immagini sono tutte sculture del grande Rodin, forse l’ ultimo degli scultori “classici”.

  8. ibridamenti ha detto:

    ma questo è il manifesto dell’ibrid@zione.
    “Non è possibile un’ etica, non è possibile dare un senso ed un significato alla nostra vita che prescinda dal rapporto con gli altri.

    Melo, lasciatelo dire, sei un grande!
    🙂

  9. melogrande ha detto:

    @ Ibrid@menti
    Parliamone !
    Potrei cedere il motto dietro un modesto compenso…però niente assegni nè carte di credito, intesi, accetto solo liquidi…facciamo una Weissbier ?
    : )

    A parte lo scherzo, è una bella intuizione la tua ed un parallelo che regge: in fondo cos’ è pubblicare un blog se non un “signum facere”, un significarsi verso gli altri viaggiatori della rete ?
    Molto interessante davvero…

  10. LaPoetessaRossa ha detto:

    Melogrande… guarda che Ibrid@menti ha parlato di manifesto dell’ibrid@zione non dell’ibirr@zione!
    🙂

  11. melogrande ha detto:

    ah, già.

    mhhh, … avrei dovuto chiedere un seminario alla Ca’ Foscari ?

  12. utente anonimo ha detto:

    Torno a rileggere il tuo post e mi sovvengono i versi di una poesia che ho trovato molto bella ed intensa.

    Ne trascrivo qui alcuni versi.

    “La vita – è il solo modo
    per coprirsi di foglie,
    prendere fiato sulla sabbia,
    sollevarsi sulle ali;
    [….]
    Un’occasione eccezionale
    per ricordare un attimo
    di cui si è parlato
    a luce spenta;

    e almeno per una volta
    inciampare in una pietra,
    bagnarsi in qualche pioggia,
    perdere le chiavi tra l’erba,
    e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;
    [….]
    (w. szymborska)

    Solo pochi versi per stuzzicare chi avesse voglia di andareseli a leggere.

    Mentre trascrivevo questi versi ne ho ricordati altri di Luzi.
    Versi ancora più intensi ma non mancherà l’occasione di lasciarli in un tuo prossimo post.

    hesse

  13. chiccama ha detto:

    a parte il pezzo notevolissimo, che ho letto diverse volte, perchè di solito leggo troppo velocemente (altro problema di internet!!)

    quello che ho trovato davvero interessante è la tua risposta #9

    ***in fondo cos’ è pubblicare un blog se non un “signum facere”, un significarsi verso gli altri viaggiatori della rete ? **

    hai detto il tutto sui blog!!
    straordinaria , “significarsi”…..
    grazieee
    chicca

  14. melogrande ha detto:

    Grazie a te, chicca, per quanto il merito dell’ intuizione sia più di mad che mio !

  15. malacconcio ha detto:

    “Quando cerchiamo il senso della vita vorremmo appunto riconoscere la nostra esistenza non come una sequenza caotica e casuale di eventi più o meno gradevoli o dolorosi, ma come una traiettoria, una sequenza ordinata in cui sia possibile riconoscere un filo conduttore da una parte, e dall’ altra una serie di elementi che ci sembrano ‘di disturbo’ a tale filo conduttore . ”

    caro melogrande, scusami se torno sulla letteratura in relazione all’un po’ abusato “senso della vita”, ma questa è la perfetta definizione della ricerca di una Trama, ovvero discernere il filo rosso del senso che lega gli eventi personali, tra il marasma dei fatterelli della contingenza (tessere perciò questi fili nella trama, che possiamo chiamare Destino, parola che per quanto mi riguarda non esorbita dalla finzione letteraria).
    un saluto 🙂

  16. melogrande ha detto:

    La trama è ciò che dà senso al racconto, ciò che lo rende racconto di qualcosa piuttosto che di nulla.
    Non accettiamo un’ accozzaglia di episodi disomogenei, vogliamo che ci sia un filo, magari nascosto, che li collega, se non tutti almeno i principali. Vogliamo che il racconto abbia un senso. Lo stesso piacerebbe pensare della propria vita.
    Peccato che sia talvolta necessario arrivare all’ ultima pagina perchè dai molti sensi possibili ne precipiti uno ed uno solo.

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