Che ho fatto di male ?

“Che ho fatto di male ?”
La guardo, sta infossata in un letto d’ ospedale brutto come tutti i letti d’ ospedale di questo mondo. Non è neppure vecchio e scrostato, questo letto, anzi è nuovo e relativamente ben tenuto, tecnologico. Solo che qui servirebbe di più la compassione.
È una domenica pomeriggio di fine estate, calda e pigra. Non ci sono rumori, solo il soffio dell’ aria condizionata. Il viso è pallido, un po’ giallastro, gli occhi spalancati un po’ acquosi, i capelli radi sono tirati indietro verso la nuca.
È messa piuttosto male, e forse lo capisce.
Tubicini di plastica trasparente girano attorno al collo, si aggrappano alle orecchie come occhiali capovolti, convergono nelle narici. L’ ossigeno. Seguo indietro il percorso, i due tubicini si riuniscono per poi arrampicarsi sulla parete e terminare in un cubo di plastica da mezzo litro pieno d’ acqua. Nell’ acqua gorgoglia l’ ossigeno, condotto fino a lì da un’ altro tubicino un po’ più grosso che fuoriesce da un rubinetto sulla parete vicino al letto.
Di fianco, una specie di appendiabiti di metallo sorregge la sacca della flebo, vedo scendere la soluzione, paziente ed imperturbabile, una goccia ogni cinque secondi. Il tubicino della flebo corre lungo il braccio destro, fissato con due giri di cerotti, per entrare poi in una specie di “T” di plastica bianca all’ altezza del polso, mentre dal lato opposto della T entra un’ altro tubicino trasparente.
Quest’ ultimo proviene da una specie di leggio sul quale è poggiata una gigantesca siringa. La siringa è collegata ad un pistone, che la aziona tramite un meccanismo micrometrico allo scopo di iniettare una medicina, non goccia a goccia questa volta, ma meno, molto meno, chissà quanto ci metterà ad iniettare una goccia. Il leggio è pieno di lucine verdi che si accendono e si spengono e display digitali coi numeri rossi destinati a rassicurare, suppongo, sul fatto che l’ apparecchio funziona e la medicina viene dosata come richiesto. Ad occhio nudo sarebbe impossibile accorgersi.
Dal lato lungo della T di plastica fuoriesce un terzo tubicino che termina in un lungo, grosso ago metallico conficcato nella vena dell’ avambraccio, fissato con un cerotto sporco di sangue, sangue che ha sporcato anche la manica della camicia da notte.
Un ennesimo tubicino sbuca fuori dal lenzuolo e si dirige verso la sacca appesa alla sponda del letto, piena a metà di liquido giallo intenso.
 
“Che ho fatto di male ? ” ripete.
Che si può rispondere ad una domanda così ?
Torno a guardarla.
Le braccia sono martoriate, ematomi grandi come uova. Il diabete.
La pelle non è più pelle, ha la consistenza della plastica raggrinzita, è dura, screpolata.
Incartapecorita, si dice, come se poi ci fosse rimasto qualcuno che davvero ha visto la cartapecora e sa com’è fatta. E’ giusto un altro luogo comune, una parola usata a casaccio, per fare prima, come tante altre.
Io non lo so com’ è la cartapecora, ma questa pelle la vedo, non è nemmeno più giallastra, è marrone scuro, ha il colore della terra, sembra un paesaggio visto dall’ alto, una terra su cui non piove da anni.
Gli occhi mi fissano.
 
Che hai fatto di male ?
Niente, hai fatto.
Hai rotto le scatole al prossimo né più né meno di qualsiasi altro essere umano, semmai un po’ meno della media, se vogliamo essere giusti.
Hai vissuto con energia positiva, sempre. Ti sei data da fare.
Hai un sacco di persone che ti vogliono bene, più di quante io mi potrei mai sognare.
No, non hai fatto proprio niente di male, da meritare una punizione.
 
Che idea terribile, questa.
L’ idea che ciò che ci capita abbia relazione diretta con il nostro comportamento, con la nostra morale.
Se siamo bravi la Provvidenza ci darà la felicità, se non lo siamo verremo castigati.
È dai tempi di Giobbe che sappiamo che non va così, proprio per niente, e che non si vive bene se si pensa che la sofferenza è sempre meritata, ma l’ equivoco continua, non ne usciamo mai.
Perché mi viene inflitta questa sofferenza se non ho peccato, questo sta chiedendo.
 
Perché hai ottantasette anni, il diabete, le complicazioni polmonari ed il cuore malandato. Perché le decine di pillole che trangugi ogni giorno aggiustano una cosa e ne sfasciano un’ altra. Ecco perché.
Siamo macchine biologiche progettate a tempo, nate per svolgere un compito, crescere e moltiplicarsi, assicurare che le generazioni più giovani arrivino alla maturità ed all’ autosufficienza.
Poi non serviamo più.
La macchina continua ad andare finchè può, ma la sua capacità di autoripararsi cessa. Non serve più. Tutti gli esseri viventi sono fatti così. Nascere, crescere, moltiplicarsi. Poi, fare posto. Sgomberare.
L’ anima è accidente storico-evolutivo, conseguenza di un cervello cresciuto troppo.
Però l’ anima non invecchia, ed è un grosso guaio.
Ci lascia arrivare consapevoli alla fine. Guardare nel buio che ci attende fuori. È il regalo di Adamo, questo. L’ albero della conoscenza.
 
“Sono proprio stufa”
Lo vedo. Non ha più tanta voglia di combattere.
E nemmeno si aspetta una risposta da me. Non più.
Stringo la sua mano nella mia. La pelle è ruvida e dura. Le carezzo la fronte.
 
 In memoria di una bella persona
M.  11/6/1920-8/10/2007
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9 commenti su “Che ho fatto di male ?

  1. utente anonimo ha detto:

    Senza nulla togliere alla compassione, alla tristezza che ci prende, alle parole che non troviamo,
    credo sia vero ciò che dice Veronesi: per la mia esperienza personale la morte viene affrontata con maggior serenità da chi non crede, da chi non si aspetta alcun premio rispetto a chi crede.

    Credo dipenda dal fatto che chi crede ed ha condotto una vita “normale” difficilmente riesce ad ammettere con se stesso di avere peccato. Ed allora la domanda “cosa ho fatto di male?”. “Perché mi viene inflitta questa sofferenza se non ho peccato?”
    Dovremmo rispondere che solo Dio può giudicare del peccato quindi la domanda, anche se umanamente capibile, non può essere posta.

    E’ poi triste constatare che coloro che credono non riescano a scindere la decadenza fisica, che è cosa normale, dalla domanda “cosa ho fatto di male per meritare questo”?.
    A chi è dato conoscere il disegno divino? Chi può sapere come Dio giudica del bene e del male, della nostra vita, del peccato?.
    Se sei credente come puoi pensare di avere condotto una vita che andrà esente da castigo, magari anche piccolo? Difficilissimo imitare la vita di Cristo. Già solo avvicinarsi è cosa da “grandi”.
    Magari poi il perdono prevarrà sul castigo ma come pensare di avere fatto solo il bene, o meglio di non avere fatto il male, di non avere peccato?

    Chi non crede affronta la vita e la morte in modo più onesto.

    Parole difficili le mie. Parole che devono rimanere pensieri. Parole che possono essere solo pensate.

    hesse

  2. Dilia61 ha detto:

    ho letto, ho rivissuto, e senza parole ti abbraccio

  3. utente anonimo ha detto:

    Millimetrica descrizione di un vissuto, il tuo, che assomiglia a quello che ho vissuto due anni fa, quando persi la mia nonnina amata.
    Oggi sarebbe stato il suo compleanno…
    Ciao Francesco. Ero con te, come credo tutti coloro che hanno letto, a stringere la mano a quella “Bella persona”.
    Loredana

  4. utente anonimo ha detto:

    Ti lascio un ricordo personale con la speranza ti dia forza.
    Ne porto nel cuore di dolorosi ma ne scelgo uno che per quanto doloroso mi regala sempre un sorriso.
    Un ricordo della mia bisnonna.
    Quando mi chiedeva: Ma perché Dio mi lascia ancora qui? I miei figli non ci sono più. Mio marito è morto da così tanto tempo. Che faccio qui? Perché non mi chiama in paradiso?
    Sorridendole (per nascondere la pena che provavo per la sua vita lunga, piena ma della quale ora lei avvertiva l’inutilità) le rispondevo che forse non era ancora arrivato il tempo per il paradiso. Le domandavo ma poi sei sicura di andare in paradiso? Forse Dio si sta dimenticando di te perché ancora non sei stata buona a sufficienza.
    Da donna forte quale è sempre stata con faccia seria mi rispondeva che quando sarebbe stata là avrebbe fatto i conti anche con Dio.
    Cara nonna non è così che funziona. Ricordo che mi dicevi che certo eri stata dura in vita ma avevi dovuto esserlo. Allora la vita era dura. E se poi di soldi ne giravano pochi lo era ancora di più.
    Nonna non è così che funziona.
    Donna energica, forte, indomita, indomabile ma anche autoritaria, “comunista” come lo si era negli anni 30 e 40.
    Nonna che ha subito la violenza delle squadre fasciste.
    Donna che però sentiva la stanchezza della vita. Quella stanchezza di chi sente di avere vissuto troppo, di chi è consapevole che la vita è solo quella alle spalle.
    Non sono credente ma spero per lei che abbia chiuso tutti i discorsi rimasti sospesi (non era una donna facile).
    Io la ricordo bella, giovane e soprattutto indomabile, giustamente ribelle anche se so quanto questo le sia costato.

    Obermann

  5. utente anonimo ha detto:

    Mi è tornata in mente mamma. Le 4 flebo che ogni giorno le riempivano le vene…passavo le ore a guardare quelle goccioline che, lente lente, scendevano, e aspettavo che finissero per sostituire il flacone. Lei, intanto, dormiva, noncurante di quel liquido estraneo che diventava parte di lei. E io mi chiedevo se la fede aiuta o complica tutto. Ho cercato di trovare un senso alle difficoltà che la vita ci impone, ma non l’ ho ancora trovato.

  6. utente anonimo ha detto:

    Non è vero che l’anima non invecchia.
    Invecchia, ma non lo vediamo. Talvolta lo percepiamo.

  7. utente anonimo ha detto:

    Credo piuttosto che talvolta l’anima si arrenda.

    Demian.

  8. melogrande ha detto:

    Difficile rispondere all’ anonimo #6 se non argomenta un po’ di più.

    In che senso l’ anima invecchia, sotto quale aspetto ? Ed in che senso non lo vediamo ma lo percepiamo ?
    L’ anima non la vediamo mai, possiamo solo percepirla. O sbaglio ?

  9. utente anonimo ha detto:

    Appunto.”Però l’ anima non invecchia, ed è un grosso guaio”.
    Il concetto di invecchiare è legato al fisico, ma l’equivalente di invecchiare legato al “non fisico”, al non percepibile con i sensi probabilmente esite o lo percepiamo noi ,quando i nostri circuiti nervosi inesorabilmente invecchiano.
    #6

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