Le caramelle di Nonno Tano

Era piccolo di corporatura, il nonno, piccolo ma robusto, con un gran testone, quasi sproporzionato ed una larga faccia piatta, segnata e sorridente. Ciò che più colpiva in quel volto erano gli occhi, piccoli, mobilissimi. Occhi che trasmettevano vitalità, irrequietezza, curiosità, persino un fondo quasi incredibile per un “nonno” di monelleria. E non a caso.

Quello che più ricordo di lui era proprio il suo carattere vivace e l’ incapacità di stare fermo.

 

Per quanto privo del fisico di circostanza, nonno Tano era un vero patriarca. Per molto tempo tenne in vita la tradizione delle grandi riunioni familiari a casa sua, in paese, una domenica al mese o nelle feste principali.

 

Della sua vita mi resta poco, so che da giovane aveva fatto il portalettere, lo so perché questo era diventato verso la fine della sua vita una specie di tormentone quando, ultranovantenne ed un po’ andato, cominciò a ripetere come una litania il racconto di certi episodi della sua vita che più fortemente gli si erano impressi e quindi sopravvivevano come relitti dopo il naufragio in una memoria ormai compromessa. Fra questi non mancava mai il racconto di quando si diffuse in Europa l’ epidemia di febbre spagnola, alla fine della prima guerra mondiale. Il motivo per cui i ricordo era così forte era che lui, in qualità di portalettere, era costretto ad entrare in tutte le case del paese, esponendosi ad un grave rischio di contagio. Se la cavo, comunque, e più tardi, non so se la decisione fu causata o facilitata proprio da quella esperienza, acquistò un negozio di generi alimentari e si mise a fare il droghiere.

Di quel periodo riesco a ricostruire un po’ di più, perché quando io ero bambino il negozio c’era ancora, benché lui non lavorasse più: quando s’ era ritirato l’ aveva ceduto alla cognata che ancora lo gestiva ed io in quel negozio ero naturalmente di casa.

 

Da quello che il nonno raccontava si capiva come il negozio avesse rappresentato il terreno ideale per lasciare campo libero alla sua curiosità.

Una delle sue passioni era il caffè, ne acquistava sempre le qualità migliori, le miscelava, le tostava da sé, persino di notte quando c’ era la guerra ed il caffè era razionato, scarso e non per tutti. Un’ abitudine a cui non rinunciò nemmeno da pensionato, portandosi in casa l’ attrezzatura e deliziando di tanto in tanto noi bambini e più ancora, immagino i grandi, con un profumo intenso da torrefazione che ti venive incontro già sulle scale d’ ingresso della vecchia casa.

 

Fare il droghiere doveva essere stato per lui un lavoro ed una passione al tempo stesso. Era infatti una sfida riuscire a soddisfare le richieste dei clienti ed al tempo stesso il sui spirito curioso, per cui ogni volta che qualcuno gli chiedeva un articolo di cui era sprovvisto non lo lasciava più andar via, lo incalzava di domande finché o costringeva a dettargli il nome del prodotto, la marca e qualsiasi altro dettaglio utile ad identificarlo, poi cominciava a tormentare gli agenti, oppure scriveva direttamente alla ditta produttrice, insomma non aveva pace finchè non riusciva a farselo recapitare in negozio, quell’ articolo ignoto, assaggiarlo, offrirlo, proporlo ai clienti più di buon palato.

La mortadella la faceva venire da Bologna, il burro fresco da Lodi, i formaggi da ogni dove convergevano nel suo piccolo negozio in un piccolo paese fra le montagne della Sicilia. Uno spettacolo, così immagino quella bottega di paese che piano piano acquistò fama di luogo da intenditori, frequentato dai palati più raffinati del circondario ed oggetto di pellegrinaggio dei buongustai dei paesi vicini.

La ricotta non veniva da molto lontano, la portavano i pastori stessi che scendevano in paese la mattina presto, un’ abitudine anche questa che mantenne una volta in pensione. E quando da bambino ero lì durante le feste, ricordo l’ arrivo del pastore con la ricotta, e ricordo la colazione, fatta in cucina con quella ricotta ancora fumante del calderone dove era stata preparata poco prima. Una ricotta ancora semiliquida e ricca di siero, da mangiare a cucchiaiate nella tazza, morbida e liscia come un gustoso velluto bianco.

 

Fare il droghiere doveva essere stato un piacere anche per un altro motivo: era golosissimo, e mi pare quasi di immaginarlo, con gli occhi monelli che si illuminavano al pensiero di fare un lavoro del genere, che gli avrebbe dato un buon motivo, un motivo addirittura “professionale” per assaggiare di tutto, provare, curiosare, sperimentare. Altro che portalettere fra gli ammalati.

 

Da pensionato fummo noi bambini a fornirgli un pretesto alternativo ed altrettanto solido.

Perché quando ci aspettava preparava di tutto, i biscotti al limone, la torta di ricotta, i gelati (spesso al caffè…) e, tanto per non sbagliare, si faceva mandare anche i dolci dalla pasticceria, cannoli e sfinge ripiene di ricotta, buccellati e paste con le mandorle ed i fichi secchi.

Quando io ero piccolo manteneva ancora un’ abitudine, che più tardi abbandonò, di preparare in casa le caramelle di carruba. Ai tempi della drogheria quelle caramelle fatte in casa le vendeva, ed anche in quello eccelleva, le caramelle di don Tano erano rinomate, le migliori del paese, solo lui sapeva come farle venire così buone. Ed ancora quando ero piccolo continuava a farle, un po’ per uso personale visto che fanno bene alla gola, un po’ per noi bambini, il resto per il negozio della zia Chiara.

Era un rito, uno dei più belli ed importanti della mia infanzia, la preparazione delle caramelle.

 

Si cominciava col far bollire le carrube tagliate a grossi pezzi dentro un pentolone gigantesco, il più grosso che mai abbia visto, finché avessero ceduto all’ acqua il loro colore e sapore, poi venivano tolte e nel succo bollente versato lo zucchero, tanto zucchero, montagne di zucchero, a pacchi interi, zucchero che veniva inghiottito dal pentolone trasformava lentamente quel succo in uno sciroppo, da girare col mestolone di legno che pareva un remo, uno sciroppo che bolliva e s’ addensava, bolliva e s’ addensava.

Eravamo apprendisti maghi, alchimisti, partecipi di un arcano procedimento. Ci ridevano gli occhi.

Il nonno sorvegliava e controllava, gli occhi sempre in movimento, l’ espressione attenta, ogni tanto ne prendeva un po’ con un cucchiaino, lo metteva su un piattina a raffreddare per vedere se solidificava formando una piccola lastra vetrosa e trasparente.

Nel frattempo aveva tirato fuori una gigantesca lastra di marmo, usata solo per questo scopo e che per il resto dell’ anno rimaneva conservata non so dove, e la poggiava sul tavolo della cucina, la lastra era parecchio più grande del tavolo, le si doveva fare posto scostando le sedie, e poi tornavamo a sederci tutto attorno. L’ operazione successiva del nonno era quella di ungere accuratamente la lastra con olio d’ oliva aiutandosi con uno straccio di cotone bianco, immacolato, anche questo tenuto da parte per quest’ unico scopo.

 

Non restava che aspettare il momento drammatico e preciso in cui il nonno decideva che si, la cottura adesso era giusta, lo sciroppo aveva la consistenza esatta, per fare le caramelle, né troppo fluido né troppo denso. Era il culmine eroico del rito: fatti allontanare noi nipoti dal tavolo, impugnava due presine, toglieva dal fuoco il pesantissimo pentolone e ne rovesciava il contenuto sulla lastra di marmo ben oliata. Lo sciroppo si allargava, lentamente si spandeva sul piano, ed a contatto col marmo freddo si solidificava cristallizzandosi in una lastra bruna e trasparente, fragile come una lastra di vetro da finestra ed altrettanto spessa. Il nonno aiutava, correggeva, dirigeva con una spatola, finché la massa era ancora molle, in modo che la lastra risultante avesse spessore uniforme e forma quanto più possibile regolare, poi, prima che lo sciroppo finisse di rapprendersi, tirava fuori un altro attrezzo, una specie di stampo quadrettato che premeva dall’ alto sulla massa ancora cedevole, incidendovi dei solchi a reticolo, a formare una tassellatura di quadrati di due centimetri per lato. Questa operazione andava fatto con rapidità e precisione insieme, spostando lo stampo di volta in volta su una nuova regione da quadrettare, ma ricalcando le linee di confine, facendo attenzione che i nuovi quadrati combaciassero alla perfezione con quelli confinanti, ad evitare sprechi della preziosa pasta, in modo che alla fine tutta la superficie apparisse uniformemente suddivisa in modo regolare, come un immenso foglio di carta a quadretti, occorreva precisione ma anche velocità di esecuzione, che a massa raffreddandosi si solidificava inesorabilmente e verso la fine occorreva che il nonno premesse sullo stampo con tutto il suo peso per incidere la lastra quasi solida ormai.

 

A questa culminante esibizione di maestria seguiva una pausa, adesso si doveva aspettare che la lastra caramellata si raffreddasse e solidificasse del tutto. Ma non era in ozio il nonno, tutt’ altro, perché adesso tirava fuori grandi fogli di carta oleata spessa, e fogli di carta paraffinata più sottili, e cominciava a piegare e tagliare lungo le pieghe con un lungo coltello da cucina usato come un gigantesco tagliacarte, piegava e tagliava fino ad ottenere rettangoli regolari che sistemava in pile ben ordinate, un po’ più grandi i rettangoli di carta oleata, un po’ più piccoli quelli di carta paraffinata, poi distribuiva queste pile a noi ragazzi, un po’ di fogli grandi ed un po’ di quelli piccoli a ciascuno. Toccava a noi, adesso, fare la nostra parte nel rito.

 

Accertatosi che la lastra fosse ormai ben fredda, dura e fragile come desiderato, non più appiccicosa al tatto, la spezzava lungo le linee incise con lo stampo in grossi pezzi, che distribuiva, i più grossi ai nipoti più grandi. Noi ragazzi dovevamo quindi continuare, spezzare ancora lungo le linee, fino ad ottenere le singole caramelle, quadrati di due centimetri, poi incartarle una per una, prima nel rettangolo piccolo di carta paraffinata che bastava appena a ricoprire la caramella come la copertina di un libro, poi in quello più grande di carta oleata che la avvolgeva tutta e cresceva sui lati come quando si rivestivano i libri di scuola, e la parte che cresceva andava ripiegata a triangolo ricalcando le pieghe con l’ unghia e poi piegata sotto la caramella con attenzione, che l’ involucro non tendesse a disfarsi da solo, e che le caramelle incartate avessero tutte lo stesso aspetto.

 

Se era lavoro minorile era certo ben retribuito, perché le caramelle finite andavano depositate in grandi vassoi, e su quello non ci veniva neppure in mente di scherzare, ma frammenti, spezzature, residui erano ovviamente a nostra disposizione, ed era tutto un incartare e mangiare e parlare e ridere insieme, col nonno che ancora osservava e controllava un po’ severo un po’ condiscendente, intervenendo a far rifare l’ incarto di una caramella venuta male o moderando chi di noi abusava dei ritagli.

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Eravamo felici, felici come da grandi neppure più si immagina di poter essere.

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15 commenti su “Le caramelle di Nonno Tano

  1. utente anonimo ha detto:

    Incanto che da grandi raramente si rivive.

    Demian

  2. utente anonimo ha detto:

    Ho letto con commozione.
    Tornerò a trovarti con un ricordo mio.

    Oberman

  3. Naima ha detto:

    mia madre, di tanto in tanto, prepara allo stesso modo il croccante con le mandorle o le nocciole. lo scarto temporale c’è, ma leggendoti ho pensato che fra qualche anno potrei ritrovarmi a scrivere un post altrettanto bello:)

  4. Dilia61 ha detto:

    questi sono ricordi caldi, di quelli che ti scaldano in cuore proiettandoti in un tempo che ormai non c’e’ piu’, ti lasciano un po’ di malinconia e tante domande sul presente. Non era lavoro minorile, era partecipazione, era fa parte di qualcosa… oggi considerano lavoro nero anche la forma di partecipazione piu’ atavica, come la vendemmia

  5. utente anonimo ha detto:

    Piccole memorie come scrive Saramago.
    Piccole memorie perché appartengono all’infanzia. Piccole memorie perché ne trattengo solo frammenti.

    Mio padre viaggiava molto per lavoro. Viaggiava in luoghi allora lontani.
    Di ritorno da quei viaggi portava con sé emozioni, sensazioni, storie delle quali poi mi raccontava.
    Non aveva fotografie ma libri, pensieri, idee. Mi raccontava di ciò che aveva visto, di storia, di uomini.
    Mentre scrivo ricordo uno di quei libri. Alzo lo sguardo ed è lì su uno degli scaffali della libreria. E’ un libbriccino che racconta di un museo importante. Un museo che testimoniava di una civiltà antica e grandiosa. Un museo che una delle tante guerre “moderne”, “giuste” ha ridotto a ben poca cosa. Un libro che ancora conservo con affetto. Ora un libro “antico”.
    Mi piacevano quei racconti. Vedevo un mondo nuovo, diverso, lontano, meraviglioso. Vedevo il mondo dei grandi.
    Mi emozionava il fatto che mio padre raccontasse solo a me dei suoi viaggi. A me voleva trasmettere idee, pensieri, emozioni, sogni. Entravo nel mondo dei grandi.
    E poi c’era un mondo da far vedere. Ricordo delle bellissime ciabatte turche. Un giacchino iraniano.
    Sandali africani. Un mondo di cui raccontare a mia volta e da far vedere. Un mondo che stupiva.
    Emozioni e sogni che da grande, quando tutto diventa possibile, difficilmente riviviamo.

    Oberman

  6. Dilia61 ha detto:


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    (clicca sulla foto)

  7. utente anonimo ha detto:

    schegge d’infanzia, tessere di un mosaico che quando sarà completo sarà morto

  8. utente anonimo ha detto:

    che meraviglia…sento quasi il gusto delle caramelle di carrubba!

    parapendio

  9. orsarossa ha detto:

    che fortuna per te aver avuto nonno Tano ! 🙂

    *O

  10. melogrande ha detto:

    davvero, fra caramelle, pendola (e molto altro), avere quel nonno è stata una bella cosa.

  11. utente anonimo ha detto:

    Sono da Gozo a Malta e sto per fare le Caramelle di Carrube.Per imparare di pui ho fatto un po di ricerche sul internet e per caso o letto questo tenero racconto. Spero che le mie saranno un po come del tuo nonno.

  12. melogrande ha detto:

    Lo spero anch’ io, erano squisite.
    Fammi sapere …

  13. utente anonimo ha detto:

    Ciao! Sono approdata al tuo blog per caso, cercando una ricetta per le caramelle fatte in casa…e sono stata letteralmente rapita da questo tuo racconto! Volevo soltanto lasciarti un saluto e ringraziarti per aver fatto venire a galla in me tanti ricordi, legati proprio ai miei nonni…Buona serata! Romy

  14. melogrande ha detto:

    Ne sono felice, Romy.
    Grazie a te.

  15. […] come la macchina espresso, ed entrambi di marca. È un intenditore, il proprietario. Mi ricorda nonno Tano.   Nel locale c’è sempre la musica di sottofondo, non troppo alta, quello che basta ad […]

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