La sicurezza delle parole

 
Nei tempi antichi il mondo si nutriva di sogni;
ora la Grigia Verità è il suo giocattolo colorato;
eppure gira ancora il capo inquieto,
ma dei figli malati del mondo,
di tutte le molte mutevoli cose
che nell’ uggiosa danza piroettano
davanti a noi al canto incrinato di Crono
soltanto le parole sono un bene sicuro.
 
W. B. Yeats – The song of the happy shepherd
 
Sono davvero un bene sicuro le parole, come dice Yeats ?
Lo sono, forse, ma solo a condizione di rispettarle.
A condizione di trattarle con cura, di conoscerle , prima di tutto, di non usarle l’ una al posto dell’ altra senza discernimento.
Perché possono essere una roba pericolosa, le parole.
Le parole ci fanno quello che siamo, e le parole allo stesso modo possono distruggere quello che siamo.
Tutte le svolte nascono con le parole, ogni idea, ogni invenzione, ogni innovazione è prima logos e poi realtà.
La civiltà è uno sforzo collettivo, ed ogni sforzo collettivo ha bisogno della comunicazione. Per comunicare messaggi complessi servono parole, linguaggi condivisi.
 
Ma anche le guerre cominciano con le parole.
E anche le rivoluzioni, e l’ odio. L’ odio poi adora le parole, e si alimenta con le parole.
Parole usate per ferire, per provocare una reazione, per condizionare la percezione che si ha dell’ avversario secondo le intenzioni di chi quelle parole usa.
Non c’è probabilmente un miglior esempio di cattivo uso delle parole di uno slogan politico.
Uno slogan, proprio perché è slogan, motto, bandiera, parola d’ ordine, non dice e non può dire la verità, tutta la verità e nient’ altro che la verità, ma deve presentare una verità parziale e deformata, che renda accettabile ai propri seguaci qualcosa che di per sé non sarebbe razionalmente condivisibile.
Non c’è bisogno di ricordare “Dio è con noi”, forse lo slogan più abusato di tutti i tempi, spesso invocato contemporaneamente da entrambe le parti in lotta, oppure “Il lavoro rende liberi”, sarcasmo nero all’ ingresso di Auschwitz (i nazisti erano geniali inventori di slogan).
L’ attualità offre un ampio campionario di slogan usati per nascondere verità sgradite.
C’è l’ imbarazzo della scelta. 
Ma l’ attualità non mi piace. Torniamo a noi.
 
L’ unico antidoto a queste trappole è il rispetto.
Rispetto per le parole, attenzione all’ uso che ne facciamo. Come fossero persone.
Un’ attenzione che nasce con la conoscenza, come con le persone.
E’ necessario conoscerle le parole, sapere da dove vengono, qual è la loro storia, come hanno fatto a diventare quello che sono oggi.
Solo così si può ricostruirne il vero significato, e arrivare ad averne cura, usarle in modo rispettoso.
Facciamo un esempio sciocco ?
Il termine “trasgressione” ed il termine “ribellione” spesso sono usati quasi come sinonimi.
Che ribelli, che trasgressivi questi giovani di oggi.
(Perchè, quelli di ieri invece no ?)
 
Entrambi i termini vengono dal latino.
Trasgredire vuol dire letteralmente “camminare oltre” e quindi varcare un limite, andare oltre il consentito.
Parcheggiare in doppia fila è una trasgressione perché contravviene ad una norma scritta.
Fare le ore piccole può essere una trasgressione se contravviene ad una consuetudine, ad una norma non scritta, alla regola del “buon padre di famiglia”.
Niente di più.
La ribellione è cosa assai diversa.
Perché ha dentro la radice di “bellum” cioè la guerra.
La ribellione è un atto di violenza, un andare non “oltre le regole”, ma “contro le regole” per distruggerle.
Il trasgressore riconosce la regola alla quale pure evita di sottomettersi, il ribelle non la riconosce proprio, e si ripromette di distruggerla. Non parcheggia in divieto di sosta, tira giù il cartello.
 
Due atteggiamenti completamente diversi.
  
A proposito della citazione di Yeats che ho messo in apertura, penso che anche su quella Grigia Verità che ha preso il posto dei sogni colorati di un tempo ci sarebbe qualcosa da dire. 
Non vi pare ? 
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12 commenti su “La sicurezza delle parole

  1. cieloambrato ha detto:

    E’ vero quanto hai scritto, l’uso delle parole a volte viene fatto sconsideratamente. Anche io ho commesso lo stesso delitto, a volte inconsapevolmente, ma l’ho fatto.
    Rispetto è una parola ormai quasi cancellata dal vocabolario comune, se ne sta perdendo il senso…
    Aspetto ciò che avrai da dire sulla Grigia Verità che ha colpito anche me.

    cieloambrato

  2. utente anonimo ha detto:

    e se per ribellarmi ad una regola (non riconoscendola) trasgredissi? Verrebbe meno, forse, il senso della tras-gressione, non riconoscendo dunque alcuna regola oltre la quale andare…gia’.
    Concordo sul senso delle parole, in genere strapazzate, abusate e confuse. Fortuna che quando questo capita a me (e capita capita!) l’interlocutore ha come una sorta di bacchetta magica e le rimette a posto!
    Sulla verita grigia…Io credo (slogan?) che la verita renda liberi. E non c’e’ colore grigiore, per me, nella liberta’. Ma e’ solo il colore di una mia idea, tipo arcobaleno…
    Buongiorno Melogrande.

    Loredana/TIALORI

  3. Dilia61 ha detto:

    basta guardare un qualsiasi telegiornale per accorgersi di quanto sia diventato un optional l’uso corretto della parola… ed il rispetto, per non parlare degli strafalcini grammaticali, o l’abuso di parole straniere storpiate ed usate a sproposito…
    una generazione di italiani, non avendo potuto frequentare le scuole, ha imparato l’italiano dalla televisione… oggi non e’ piu’ possibile, intendo imparare un italiano corretto… Eppure non dovrebbe essere un requisito indispensabile il saper usare la parola per un divulgatore, soprattutto se ne servizio pubblico?

  4. finedelsogno ha detto:

    Ti ho letto, ti rileggerò…non farò comunque commenti intellettuali poichè non sono all’altezza, scrivo e leggo ciò che mi cattura l’anima, e stasera comincio a leggere te, se mi piace continuerò, intanto mi piace il tuo nome Francesco

  5. utente anonimo ha detto:

    A conferma di quanto l’uso corretto delle parole sia importante voglio portare come esempio una parola tragica ma che tutti conosciamo.
    Scelgo la parola “olocausto”. Significante questo che nell’uso comune (anche da parte di stuidiosi del fenomeno) veicola il significato di sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti.
    Se si ha pazienza di verificarne l’etimologia ci si rende conto (forse con sorpesa tanto siamo abituati ad usarla nel senso di cui dicevo) di quanto impropriamente questa parola sia stata utilizzata.
    Olocausto: dal latino holocaustum, che è il greco holòkauston, da hòlos “tutto” e kaustòs “bruciato”, dal verbo kaìein “bruciare”. Per estensione, Sacrificio, soprattutto della propria vita, ispirato da una dedizione completa al proprio ideale. Come si capisce dall’etimo, la parola olocausto quindi non definisce correttamente l’evento dello sterminio degli ebrei. Questo in quanto ciò implicherebbe una volontà delle vittime nell’offrirsi in sacrificio per un ideale, cosa ovviamente impensabile nel caso di cui in parola. Ecco perché oggi si preferisce l’uso della parola ebraica Shoah.
    Aggiugno allora anche Shoah: voce biblica che significa “desolazione, catastrofe, disastro”. Questo vocabolo venne adottato per la prima volta nel 1938, in riferimento al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli” . Da allora il termine Shoah definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, perpetrato durante la Seconda guerra mondiale.
    Per completezza e per rendere ancora più evidente quanto l’uso corretto sia importante aggiugno la parola genocidio: dal greco génos – stirpe – e dal latino caedere – uccidere. Riferito alla metodica distruzione di un gruppo etnico o religioso, compiuto attraverso lo sterminio fisico sistematico e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali.
    Chiedo scusa per avere scelto parole difficili, parole che vorremmo poter dimenticare.
    Magari ci tornerò con parole più leggere.

    hesse

  6. utente anonimo ha detto:

    Da un blog scoperto ora “Un’altra parola che non uso più è “tragedia”. A volte mi capitava di usarla in riferimento a una situazione semplicemente poco piacevole, del tipo che so, una serata andata storta: “é stata una tragedia”. Ho deciso, coscientemente di non usarla più, al pari di “sconvolgente” quando ho visitato Auschwitz e mi sono trovata davanti una vera tragedia e qualcosa che veramente era sconvolgente. Mi è allora venuto in mente che troppe volte usiamo le parole senza sapere più il loro vero significato, senza cogliere il nesso profondo che c’è, ci deve essere tra le parole e quello che esse designano.” (mi sono permessa di trascivere dal blog “scompartimento per lettori e taciturni”-
    Giusta osservazione non solo dovremmo sempre utilizare le parole in modo corretto in quanto le parole pensierei, dalle parole nasocno idee ma dovremmo anche imparare a descrivre le situazioni di cui parliamo utilizzando sempre le parole in modo appropriato.

    nota per melogrande (ho dato avviso della trascrizione nel blog da cui ho copiato e nel caso ciò non fosse permesso ti chiederò di cancellare questo commento).

    hesse

  7. utente anonimo ha detto:

    ho scritto in fretta perdona gli errori di “battitura”

    hesse

  8. Dilia61 ha detto:

    hesse… ho avuto la conferma che quello perpetrato dai romani ai salassi e’ stato un genocidio… ignorato dalla storia…..
    ed in piccolo anche il fascismo l’ha fatto
    parlo del mio popolo

  9. shhan ha detto:

    innanzitutto vengono le idee, i sogni la realtà credo facciano parte dell’ unico grande complesso della vita. La realtà poi può colorarsi o meno ma ciò dipende da tanti fattori, non ultimo il modo di gestire i nostri sogni e percepirne limiti e possibilità

  10. utente anonimo ha detto:

    Al liceo, ogni volta che mi mettevo a studiare la lezione di latino, a tradurre versioni, mi domandavo a cosa servisse. Mi dicevo “è una lingua morta, non avrò mai bisogno di parlarla”. Poi ho cominciato a capire che ti aiuta a imparare meglio l’ italiano, a utilizzare in ogni contesto le parole più appropriate.
    Ogni tanto (come adesso), ne ho la conferma!

    Elisa

  11. utente anonimo ha detto:

    Proviamo a pensare a quanto della nostra lingua deriva dal greco. Dal greco passando dal latino. Dall’ebraico passando per il greco.

    Ci accorgiamo allora, magari rimanendone un po’ sorpresi, di quanto spesso il significato di una parola cambi quando passa dalla lingua d’origine ad un’altra. Traslazione di senso del quale non sempre siamo consapevoli (almeno così capita a me).

    Umberto Galimberti in un suo testo prende ad esempio di questa traslazione di senso la parola greca physis e quella latina di natura con la quale la prima è stata tradotta.
    Phisys è costruita sulla radice indoeuropea bhu che significa essere, a sua volta legata alla parola bha che significa luce. Da qui si deriva che physis vuol dire “essere” e “luce”: l’essere nel suo manifestarsi.
    Phisys come tempio, come kosmos: spazio in sé perfettamente conchiuso ed armonico, all’interno del quale ricorrevano gli eventi.
    Natura deriva invece da nasci, quindi nascere, avere origine. Natura porta dentro di sé il senso di ciò che genera e fa scaturire da sé.
    Non possiamo poi dimenticare che con il diffondersi del cristianesimo la parola natura diviene atto della creazione divina.
    Ma che succede se ci poniamo in una prospettiva scientifica? Cosa è successo dopo la rivoluzione galileiano-newtoniana?
    Vediamo subentrare un altro concetto di natura: natura come laboratorio. Non più tempio, spazio sacro precostituito ma spazio matematico, spazio non più qualitativo ma quantitativo e misurabile. La natura si trasforma così in laboratorio, spazio del quale è possibile carpire i segreti e formularli in leggi.
    Né possiamo dimenticare la rivoluzione industriale e tutto quanto da questa è derivato.
    La natura allora non è più solo laboratorio ma qualcosa su cui l’uomo può esercitare il controllo.

    Si chiede allora Galimberti quando oggi usiamo la parola natura a cosa intendiamo riferirci, a cosa pensiamo? Rimaniamo all’interno del pensiero greco o ci collochiamo invece nella tradizione del pensiero cristiano? O ancora pensiamo alla natura scientificamente intesa?

    Mi è parsa davvero una bella domanda ed allora sicurezza delle parole come scrive Melogrande ma anche verità delle parole.

    hesse

  12. utente anonimo ha detto:

    Questa sera mi è capitato di ascoltare l’antropologa Lorenzetti (mi pare fosse questo il nome) la quale parlando del concetto di persona intesa quale essere razionale dotato di coscienza di sé ed in possesso di una propria identità (concetto della antropologia filosofica) faceva notare come la parola “persona” derivi dal greco “πρόσωπον”, “prósōpon” cioè la maschera dell’attore e dal latino personare, (per-sonare: parlare attraverso).
    Non mi era mai capitato di pensarci. Certo non dubitavo del sapere della antropologa ma ho controlalto. Ed è vero.
    Mentre ascoltavo la radio mi è tornato in mente questo post ed è venuta la domnda: chissà se Melogrande lo sa e lavoglia di tornare a trovarti.
    Questa sera non ho il tempo di riflettere sulle implicazioni e sul significato profondo che derivano dalla etimologia di questa parola ma certo è stuzzicante, è cosa su cui riflettere.
    Comunque per chi ne avesse voglia una prima indicazione la si ritrova sul sito del dizionario etimologico online.
    Magari ripasserò lasciando i pensieri che forse mi saranno venuti in mente.

    hesse

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