Famiglia ? Quale famiglia ?

Questo non è un blog di attualità. Non vuole esserlo. Non potrebbe esserlo se anche lo volesse, ma comunque assolutamente non lo vuole.

Però qualche suggestione della realtà finisce col far pensare, e allora ci si infila per forza.

Come il pensiero che si stia cercando di difendere una cosa che non esiste.
Non che non esistano le famiglie, ci mancherebbe altro.
È che mi sembra che oggi quando diciamo famiglia intendiamo una cosa ben diversa da quella che tradizionalmente si intende, quella che per l’ appunto si intende difendere, con le unghie, con i denti e con le scomuniche.
 
Anche nell’ accezione più “conservatrice” possibile, la famiglia oggi si si definisce come una coppia con o senza figli.
E’ così la generalità delle famiglie che conosco, e credo la maggioranza di quelle che esistono.
Ma il fatto di avere o non avere figli non incide più di tanto sulla percezione che si ha di una coppia come di una famiglia.
Nessuno direbbe che una coppia senza figli non è una famiglia.
La coppia “fa” già famiglia di suo.
E’ questo che poi apre le porte ad altro. A tutto il resto.
Perché non la coppia convivente, la coppia omosessuale, ecc. ecc..? 
Ma non è questo il punto, almeno per questo post.
 
Il punto è che basta guardare indietro di un secolo, anche mezzo basta, e ci si accorge che questo non è affatto ciò che si intendeva allora per “famiglia”.
Il mio dizionario etimologico ; ) dice che “famiglia” significava in origine il complesso dei “famuli”, cioè tutti coloro che andavano soggetti alla potestà del padre di famiglia, inclusi i figli, e tutti i domestici.
Da allora, e fino al secondo dopoguerra la famiglia tradizionale non era “pensata” come composta da due persone ma da venti o trenta, una specie di tribù che spesso condivideva anche lo spazio fisico, fattoria, cascina o cortile che fosse.
Un’ unità comunitaria con la compresenza di tre o quattro generazioni, nonni, fratelli e sorelle, zii, nipotini, persone cooptate senza vincoli di sangue, per amicizia,  vicinanza, solidarietà, convenienza reciproca. Famuli, tutti famuli. Altro che coppia.
Un’ unità sociale, anche, una comunità fatta di regole e ruoli riconosciuti, i ruoli femminili in particolare erano spesso collettivi, non una donna in cucina ma due o tre insieme a preparare da mangiare per tutti, i bambini come gli animali domestici accuditi collettivamente.
Allevati si, ma anche sottoposti a stimoli diversi in funzione del vasto campionario comportamentale che si trovavano ad osservare nella comunità.
Un ruolo di stimolo e varietà oggi ereditato principalmente dalla televisione, e più avanti dagli amici, gruppo o branco che sia.
 
Non sto mitizzando la famiglia di una volta, mi rendo conto degli abusi e degli orrori che a volte si celavano in quelle “tribù”.
Però è innegabile che questo modello di famiglia oggi non esiste proprio più, sostituito dal modello minimo possibile di aggregazione, la coppia.
Spesso composta da due individui entrambi con un lavoro e pochissimo tempo libero.
E non di meno, a quella coppia restano appese tutte le responsabilità e tutte le aspettative “tribali”, dalle attività necessarie alla sussistenza a quelle relative all’ educazione dei figli a quello di ammortizzatore, camera di compensazione di frustrazioni e tensioni.
Un compito gravoso, fin troppo gravoso per una struttura così piccola.
Non c’è da meravigliarsi se  scricchiola, si piega, soffre, a volte cede, di schianto.
Forse per difendere davvero la famiglia sarebbe meglio cominciare col ridurre pretese ed aspettative, e dare più aiuti concreti.
Cominciare a chiedersi se sia possibile, e come, recuperare qualche forma di socialità simile a quella di una volta.
Guardiamoci intorno. Viviamo in condomini con pianerottoli, scale e porte blindate. Nessun luogo di sosta, nessun luogo dove sia possibile fermarsi, incontrarsi, parlare. Neppure la guardiola del portiere, sostituito dal videocitofono. Incontrarsi, non è previsto nel progetto.
Usciamo. Il quartiere moderno. Strade diritte, semafori, niente piazze. Progettato per essere attraversato velocemente, non per fermarsi. Se piazza c’è, è fredda, funzionale, priva di alberi e panchine. Non è un’ Agorà.
Oppure è un quartiere di villette a schiera, accuratamente progettate per isolare la privacy di ciascuno, com’ è giusto che sia, ma senza un posto comune dove uscire volontariamente da questa privacy.
Ed allora si vive così, i genitori entrambi al lavoro, i figli a scuola o negli asili, i nonni nella pensione.
La cena frettolosa con la tele accesa, poi tutti a crollare sul divano.
E’ questo che difendiamo ?
 
Non credo che mai l’ uomo abbia vissuto in un modo simile nella sua storia.
Ma questo è un’ altro discorso, ed il post si fa lunghetto, magari è da riprendere dopo averci pensato su un altro po’.
Cibo per il pensiero. Food for Thought. Gli UB40.

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9 commenti su “Famiglia ? Quale famiglia ?

  1. shhan ha detto:

    porte blindate,password,sistemi di allarme,leggi sulla privacy.Nella vita vissuta.Nel web una miriade di persone che spiattellano sentimenti e intimità mettendole alla mercè di tutti.Quanto desiderio c’è di aprisri e comunicare?I sistemi di protezione nascondono allora la paura di rapportarsi con gli altri che cade inesorabilmente sotto identità velate?basta un nick fantasioso per far cadere tutta la riservatezza?

  2. melogrande ha detto:

    E’ così, è proprio come dici tu.

    Pensiamo di difenderci, di proteggerci, ed invece in realtà ci isoliamo.

    Ma non funziona, non può funzionare, è come smettere di mangiare per non rischiare intossicazioni.

    Alla fine ci si ritrova ad urlare per la fame.

  3. Dilia61 ha detto:

    non condere gli effetti di una societa’ malata con il significato della famiglia
    la famiglia e’ sempre stata quella composta da padre madre e figli, e’ grazie alla famiglia che il genere umano e’ arrivato sino ad oggi
    certo quelli con tendenze diverse dalla maggioranza e le coppie senza figli sono sempre esistite… ma una percentuale talmente minima che non si puo’ fare passare un concetto come generale
    bisogno riportare la famiglia al posto che le compete… di crescere l’umanita’… quindi dare la possibilita’ ai figli di essere cresciuti e non sballottati di qua e di la. I gay hanno tutto il diritto di farsi una vita insieme e nessuno glielo impedisce, non mi pare che siano discriminati… io ne conosco da quando ero piccola e mai nessuno li ha giudicati persone da evitare.. sono stati accettati ed amati ma perche’ hanno vissuto come si sentivano senza urlare, semplicemente vivendo come qualsiasi altra persona . Se parliamo di diritti eì un’altra cosa… ci sono i coontratti ed alcune leggi che vanno modificate ma arrogarsi a famiglia ….
    scusate ma non ne posso piu’ dell’arroganza e della mancanza del rispetto per gli altri… in questo campo in politica nella vita di tutti i giorni… rispetto per avere rispetto e vale per tutti bianchi neri destra sinistra donne uomini opearai dirigenti

  4. LaPoetessaRossa ha detto:

    Il mio pensiero fisso è che andiamo troppo veloce. E certi meccanisimi, certe tradizioni, certi modi di essere storici, non riescono a stare dietro al cambiamento e alle novità. E’ inevitabile che sia così. I rapporti interpersonali sono sempre più veicolati da mezzi e non dall’incontro, dalla frequentazione. La famiglia si sta modificando. Ma non sappiamo dove andrà. L’evoluzione è troppo veloce. La legge, per fare un esempio, troppo lenta ad adeguarsi. Ci sono modi nuovi e per questo sconosciuti, modi di vivere in divenire. Prendiamo anche la concezione del lavoro. Se lavori puoi farti una famiglia, nel senso che hai i soldi per poterla mantenere, per comprare una casa o pagare un affitto. Ma l’etica attuale del lavoro è darsi anima e corpo. Finire tardi di lavorare, più finisco tardi, più lavoro, più sono stimato e considerato. Hai soldi per fare una famiglia ma non per essere famiglia. Arrivi tardi e come fai a fare il compagno, il marito, il padre, l’amante se sei morto e distrutto? E in queste mie righe non mi soffermo troppo sulla condizione della donna, la cui emancipazione è stata fin troppo caldeggiata ( e conquistata perchè no). Ci si dimentica troppo spesso che sulla donna che lavora, che si realizza non solo come madre e come moglie, restano appiccicate tutte quelle funzioni tipiche di madre e moglie. Il mio timore è che si arrivi ad un collasso.
    Non credo che esista un rimedio, ma non per questo vedo il bicchiere mezzo vuoto o, per giunta, vuoto. Penso che ciascuno nel suo piccolo debba cercarsi dei punti fermi di riferimento, come delle piccole regole, non che affliggano ma che facciano vivere più sereni. Bisogna cercare di essere aperti alle novità ma non vivere per le novità. E nemmeno cercare di riportare le cose indietro, perchè, la storia lo insegna, indietro non si torna. Ma bisogna lavorare nel proprio piccolo. Eh lo so… non finirò mai di innamorarmi delle utopie!
    ciao
    S

  5. Dilia61 ha detto:

    sottoscrivo le tue riflessioni poetessa… anch’io temo il collasso, siamo troppo alla deriva… non ci sono piu’ punti fermi e la persona , come essere umano, scende sempre di piu’ in tutte le classifiche

  6. zcomezambo ha detto:

    che il mondo vada via troppo svelto e assorba troppe energie: sono assolutamente d’accordo. che l’esigenza di comunicare si sia trasferita dall’incontro in piazza o nell’androne alla grande “piazza virtuale”: anche su questo sono assolutamente d’accordo. che la “famiglia” sia in perenne (e badate che non ho scritto “continua”, ho scritto proprio “perenne”) mutazione: di nuovo, assolutamente d’accordo.
    e’ giusto? forse sì.
    mi sta bene? ecco: no.
    ma cerchiamo di non dimenticarci che il potere di cambiare le cose che non ci vanno bene non ce l’ha la politica, la società, il mondo o la famiglia. nemmeno la Chiesa, per quanto io sia fermamente contento di essere cattolico praticante.
    questo gigantesco potere sta nelle mani di ciascuno di noi. il mondo va via troppo svelto? sono io che devo rallentare, porcapaletta! non incontro nessuno nell’androne di casa? mi ci devo fermare, quasi appostare, per avere l’occasione di salutare il dirimpettaio che se ne sta lì da vent’anni ma gli avrò detto buongiorno tre volte in tutto.
    è fatica, non lo metto in dubbio: ma se ciascuno cominciasse a farla, questa fatica!

    saluti!
    Z

  7. melogrande ha detto:

    Commenti stuzzicanti. Grazie.
    In particolare la Poetessa Rossa ha messo sul tavolo una briscola pesante: “Finire tardi di lavorare, più finisco tardi, più lavoro, più sono stimato e considerato”.
    Viviamo nella società più ricca della storia umana e invece di goderci il benessere ci ammazziamo di lavoro.
    Da vittima consapevole di questa sindrome autolesionista, la domanda mi è spesso ronzata nelle orecchie.
    Perchè ?
    Ci penso un po’ su con calma.

  8. SorNarciso ha detto:

    Bel post, hai sottolineato un lato del discorso diverso dal solito e che i vari pro-family di certo non dicono, ma che vogliono tornare alla “Famiglia Tradizionale” che per loro non è quella da te descritta.. ma quale allora? Quella che hanno inventato e che non ha più di 50anni.
    Mi sa che ne ho parlato pur’io boh 😛 un saluto.

  9. utente anonimo ha detto:

    Una riflessione sulla famiglia oggi dopo che nel 1947 con la Carta Costituzionale (carta fondante e fondamentale della nostra civiltà politica e sociale) ne è stata fissata una connotazione ben precisa implica la necessità di indagare il concetto di famiglia articolando detta riflessione almeno su due piani differenti e non conciliabili tra loro. Giuridico il primo più strettamente sociologico il seocnodo (mi chiedo se è espressione che si può usare. Forse si. In caso contrario sii indulgente e fai uno sforzo per capire da te cosa intendo dire).
    Prendo l’avvio dalla prospettiva giuridica in quanto a me più consona.
    La Costituzione al suo articolo 29 riconosce la famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio. Questo, non in quanto il matrimonio conferisca alla stessa un maggior valore sul piano etico-morale bensì in quanto dandosi la necessità di definire un soggetto meritevole di riconoscimento giuridico (oggetto pertanto di diritti ed obblighi) era necessario identificare un elemento fondante, costitutivo e caratterizzante di detto soggetto.
    Allo stesso modo di tanti altri soggetti giuridici individuati dalla Costituzione o dal Codice Civile.
    Va poi ricordato che nella definizione della famiglia come posta dall’articolo 29 della Carta Costituzionale non si fa menzione dei figli (è l’articolo 30 a sancire l’obbligo dei genitori di educare i figli) e questo in quanto i figli sono essi stessi soggetti di diritti ed obblighi proprio perché godono dello status di figlio. Figli che oggi godono del medesimo trattamento giuridico siano essi nati all’interno del matrimonio o al di fuori di esso.
    Va poi detto che anche i soggetti che compongono il gruppo famigliare inteso come “gens” non rileva ai fini della definizione di famiglia di cui si ragiona. E anche in questo caso la ratio va individuata nel fatto che detti soggetti in quanto componenti il gruppo famigliare godono di tutela e sono soggetti di diritti ed obblighi (si pensi al diritto al nome per ragioni famigliari, alla tutela dell’immagine dei congiunti, ai diritti successori, agli obblighi di assistenza).
    Da qui allora il concetto di famiglia che si ritrova nell’articolo 29 della nostra Costituzione. Definizione ontologicamente necessaria e che certo risente del tempo e del fatto che sebbene la nostra cultura derivi dalla quella greca, romana e rinascimentale è certo permeata dei valori ereditati dalla cultura cristiana.
    Partendo allora dal concetto di famiglia che si ricava dalla Costituzione va da sé che coloro che sono andati in piazza in occasione del family day abbiamo chiesto (qualcuno mosso da fervida convinzione, qualcun altro magari con un po’ di malafede o forse timore) che questa famiglia fosse la famiglia da difendere (non sono però persona ingenua e so consapevole che coloro che hanno manifestato hanno dimenticato di anteporre l’aggettivo che uso io. Conferendo così alla famiglia così intesa valore quasi archetipico.).
    Credo che ciò che indotto queste persone ad andare in piazza sia stato il timore che un eventuale riconoscimento di diritti anche alle famiglie di fatto (siano esse gay o meno per me conta poco) porti a svilire il valore, il senso, l’impegno che queste stesse persone hanno conferito alla famiglia scegliendo l’istituto del matrimonio. Dimenticano forse che valore, senso ed impegno devono fondarsi sulla coscienza dei coniugi.
    Timore che non condivido ma che non mi è difficile capire.
    Sul piano che prima ho definito sociologico condivido e sottoscrivo le tue riflessioni. Magari ci tornerò in futuro. Non voglio lasciare un commento troppo verboso e comunque non evitare di ripetere cose che hai già ben espresso.
    Mi tenta però una divagazione. Divagazione che è poi sostanzialmente una domanda.
    All’interno del dibattito sul tema della famiglia ciò che davvero mi disturba non è tanto il fatto che ci sia stato un family day, anche se non ne condivido il punto di origine, il percorso e le conclusioni, quanto il fatto che coloro che invece scendono in piazza per chiedere il riconoscimento delle famiglie/coppie (c’è un po’ di confusione) parlino esclusivamente di diritti dimenticando che in capo ad una famiglia ci sono anche obblighi giuridicamente sanciti. Non so a te ma a me ancora non è capitato di sentire parlare di detti obblighi. Che ne è ad esempio dell’obbligo di assistenza morale e materiale? E’ recente la sentenza di Cassazione che ha assolto un convivente (di lunga data) il quale ha abbandonato la convivente gravemente ammalata. E questo a ragione in quanto detto comportamento non è sanzionabile. L’obbligo di cui in parola nasce solo dal matrimonio e dai rapporti di parentela (quindi dai vincoli famigliari in senso lato).
    Mi chiedo allora ma che ne è stata della coerenza e del rigore morale di chi nei decenni scorsi a partire dagli anni 70 sceglieva la convivenza?

    hesse

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