La regola delle leggi

Erano grandi, i Greci quando si trattava di indagare le cose che stanno proprio al fondo del nostro essere uomini, quelle cose che al di là del passare dei millenni sempre continuano ad essere le domande con le quali ci confrontiamo, discutiamo, litighiamo.
Con gli altri, se capita, ma pure con noi stessi.
Perché a volte capita, di farsi certe domande, e capita pure di non trovare le risposte, ed allora conoscere i Greci aiuta, aiuta davvero.
Non perché lì trovi queste benedette risposte, il più delle volte non ce le trovi.
Però trovi le domande.
E semplicemente ti rendi conto che in un tempo così lontano laggiù in mezzo a pecore e montagne c’ erano persone che si ponevano le stesse domande che ti stai ponendo ti alcuni millenni dopo, e pure loro si dannavano perché non riuscivano a trovare risposta.
E lì, paradossalmente, invece di concludere che stai perdendo tempo ti viene chiara la consapevolezza che invece no, al contrario, non è tempo perso, perché è evidente che chiunque provi ad estrarre qualche grammo di senso da questa vita arriva a farsi proprio quelle domande. Non si scappa.
In qualche modo ti fa sentire meno solo, questa cosa.
 
Una di queste domande, apparentemente facili fino a quando uno non ci sbatte contro è: bisogna rispettare le leggi ?
Si, certo che si.
Ci mancherebbe.
Aspetta un momento.
Sempre bisogna rispettarle ?
Pure quando sono palesemente, macroscopicamente ingiuste ?
Pure quando tocca soffrire a causa di una legge ingiusta ?
Pure quando si avrebbe la possibilità di non rispettarla, quella legge ingiusta, e così facendo sottrarsi a questa sofferenza ?
 
In Grecia a queste cose ci pensavano. E gli davano molta importanza.
Avendo inventato da poco la democrazia, continuavano ad interrogarsi sul funzionamento di questa cosa che avevano inventato, e continuavano a stupirsi ed incuriosirsi, evidentemente.
Nel caso specifico, la risposta classica, chiara e limpida, è quella di Socrate (almeno a quanto riferisce Platone, che forse qualche volta gli faceva dire quello che voleva lui).
Una risposta semplice.
Le leggi si rispettano. Punto e basta.
E non stiamo parlando di evasione fiscale. Socrate era stato condannato a morte, ingiustamente, e gli amici avevano trovato il modo di farlo evadere.
Lui dice di no.
E racconta di un sogno che ha fatto.
Un sogno in cui gli sono apparse le Leggi di Atene, in persona, per fargli un discorso severo, che suona più o meno così.
Ti ha fatto comodo, caro Socrate crescere e vivere in una città in cui ci siamo noi, le Leggi. Una città in cui un cittadino è protetto e difeso, ha dei diritti, non è alla mercé della prepotenza del più forte e può persino partecipare in prima persona alla costruzione delle leggi della sua città.
Ti ha fatto comodo vivere al riparo, e non avresti cambiato di sicuro la tua sorte con quella di un qualsiasi suddito di una fra le tante città che ci circondano dominate da tiranni, in cui chi comanda può fare quello che vuole e chi è suddito non ha nessun diritto.
Adesso quelle stesse Leggi ti condannano, e d’ improvviso scopri che la cosa non ti piace più.
Cominci a dire che è una legge ingiusta, che non va bene che ti abbiano condannato. Ma quando mai un condannato ha applaudito la propria condanna ? e non è assolutamente chiaro ed evidente che se riconosciamo ai cittadini il diritto di decidere se una legge è giusta e va rispettata oppure se è ingiusta e quindi va aggirata, allora in breve tempo ci troveremo del tutto privi di leggi ed in preda al caos ?
Infatti ognuno pretenderà di rispettare solo le leggi che gli fanno comodo, e di ignorare le altre.
Quindi la tua pretesa è assurda.
Se una legge è ingiusta, il cittadino si darà da fare per cambiarla, convincendo gli altri delle sue ragioni.
Ma finché la legge c’è, che la rispetti.
 
Un punto di vista molto kantiano, verrebbe da dire.
Nel momento in cui mi arrogo il diritto di non rispettare una legge che ritengo ingiusta, devo pormi il problema di cosa succederebbe se questo mio comportamento venisse generalizzato. Ed in questo caso la conseguenza sarebbe la perdita del diritto, perché non si potrebbe più avere la certezza che una qualsiasi legge venga rispettata da tutto, qualcuno si troverà sempre ad invocare l’ eccezione.
Allora il principio vale.
Come principio, perlomeno.
Nella pratica poi le cose diventano più difficili, sempre.
Lasciamo stare per il momento la granitica coerenza di un Socrate di fronte alla propria morte, cerchiamo di vedere come vanno le cose normali per la gente normale.
 
L’ Antigone di Sofocle.
La storia di due fratelli, Eteocle e Polinice, figli di Edipo (nientemeno) viene narrata nella tragedia “Sette contro Tebe”.
I due fratelli si erano accordati per regnare su Tebe a turno, una volta per uno. Eteocle però, una volta impossessatosi del trono, rifiuta di cederlo al fratello, il quale s’ incazza, raduna un esercito e pone l’ assedio alla città. Ne segue una violenta battaglia nel corso della quale i due fratelli si uccidono a vicenda.
A reggere la città rimane Creonte, lo zio dei due fratelli.
Creonte pensa bene di emanare un editto in cui in cui:
 
          riconosce una specie di funerale di stato, con tutti gli onori militari, ad Eteocle, in quanto valorosamente caduto nell’ eroico sforzo di difendere la città dal nemico
          proibisce la sepoltura di Polinice, in quanto traditore che ha osato levarsi in armi contro la sua stessa città. Che la sua carogna marcisca e venga divorata dai cani. Oltraggio gravissimo, secondo i costumi della Grecia antica.
 
Antigone, protagonista della tragedia, sorella di Eteocle e Polinice non è d’ accordo. Ritiene che l’ editto sia ingiusto ed in conflitto con una legge divina e coi suoi doveri di sorella. In violazione del decreto, tenta di dare sepoltura a Polinice, viene scoperta e messa in carcere.
 
Ora, è chiara l’ affinità con l’ esempio di prima, anche stavolta siamo di fronte ad una legge ingiusta, ma è chiaro anche che stavolta il problema è ancora più complicato.
Infatti Antigone decide di trasgredire non allo scopo di ricavarne un vantaggio per sé, ma per rimanere fedele ad un codice morale, che lei ritiene superiore alla legge degli uomini.
Per la verità, che la legge sia ingiusta ad un certo punto lo capisce pure Creonte che l’ ha emanata, lo capisce di fronte alle molte proteste delle persone a lui più vicine, ma lo capisce soprattutto quando ad incappare nelle maglie dell’ editto è proprio la sua stessa nipote.
Ma questo fatto, che gli apre definitivamente gli occhi, è proprio quello che gli impedisce al tempo stesso di porvi rimedio.
Non che chi ha il potere non abbia il diritto di cambiare idea, ma come si fa a cancellare un editto quando questa cancellazione servirebbe direttamente a scarcerare una persona vicina a chi comanda ? La gente penserebbe che chi comanda fa le leggi solo per gli altri, e se ne pone al riparo quando queste leggi rischiano di danneggiarlo.
Non fa una piega. Socratico e kantiano, Creonte tiene duro.
Le conseguenza sono terribili, del resto è una tragedia greca, no ?
Antigone si uccide in carcere, Emone (fidanzato di Antigone nonché figlio dello stesso Creonte) si uccide, Euridice, moglie di Creonte e madre di Emone tanto per non sbagliare si uccide anche lei.
Creonte rimane solo, annientato dalle conseguenze delle sue stesse decisioni.
 
Qui sembra quasi che Sofocle voglia far passare un messaggio opposto a quello di Socrate. Altroché, se bisogna opporsi alle leggi ingiuste, è la legge degli dei che bisogna rispettare, in questo caso quella che impone di dare una conveniente sepoltura ai propri cari.
 
In realtà a me viene il dubbio che i due messaggi siano piuttosto complementari.
Che cosa avrebbe fatto Socrate al posto di Antigone ? Che cosa avrebbe fatto Socrate se la legge gli avesse imposto, non di morire lui ma, mettiamo, di far arrestare un amico accusato ingiustamente ? lo avrebbe denunciato ? non ci credo
E che avrebbe fatto Antigone al posto di Socrate ? si sarebbe data alla fuga facendo il gesto dell’ ombrello ? non lo so, ma dubito.
 
E quindi due cose sembra di poter concludere.
 
Una è che la legge va rispettata sì, ma non al punto da tradire i valori profondi e convinti. Non al punto da fare del male in nome di quella Legge. Subire il male va bene, rendersene partecipe e corresponsabile no. Facciamo la prova kantiana ? che succederebbe se tutti facessero così ? non ci sarebbero i boia, i torturatori, i sicari, gli squadroni della morte. Dittatori e tiranni dovrebbero fare tutto da soli, con le loro stesse mani, arrestare, torturare, uccidere. Nessuno disposto a farlo per loro. Hitler senza le SS. E quanto andrebbero avanti ? Non sembra di vedere il mondo di Ghandi, il mondo della disobbedienza civile, della non violenza, il mondo dei diritti non calpestati ?
 
L’ altra cosa è che questa disobbedienza non deve portare vantaggio al disobbediente. Rimetterci di persona, pagare le conseguenze della deliberata trasgressione va bene, guadagnarci no. E qui nemmeno serve, fare la prova kantiana, il pensiero corre e si finirebbe nella polemica bassa. Non mi va. Punto concesso.
 
Grandi o no ‘sti Greci ? O è solo una mia fissa ?

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16 commenti su “La regola delle leggi

  1. utente anonimo ha detto:

    Esiste un limite intrinseco nel concetto di legalità, qualcosa che la rende necessariamente imperfetta, talvolta inadeguata rispetto alla complessa della realtà umana. L’illusione di poter individuare norme capaci di regolare ogni aspetto della vita sociale, non può che cedere il passo dinanzi all’evidenza del difficile connubio tra la legge positiva e la legge della coscienza. E’ proprio da questo contrasto che nasce lo spirito di ribellione ed il bisogno di colmare con le proprie forze i tanti vuoti che ogni dimensione legislativa sembra recare con sé.
    Sebbene il timore delle conseguenze di un atto di ribellione sia sempre molto intenso numerosi sono gli esempi che potremmo ricordare come atti di un coraggio tanto grande da oltrepassare le barriere della paura e sfidare la legge. Antigone è senza dubbio uno di loro.
    Il dramma di Antigone sta nel fatto di dover compiere una scelta importante: potrà tradire la legge positiva oppure quella della sua anima e quale che sia la sua decisione, dovrà essere pronta ad assumersi il peso delle conseguenze che ne scaturiranno
    Nella vita, ognuno di noi avverte, prima o poi, la contraddizione del conflitto tra il diritto positivo e la legge del cuore, un conflitto che ci lascia privi di un valido punto di riferimento a cui appellarci.
    La giustizia positiva si basa sullo sforzo dell’uomo di costruire un consorzio sociale; di conseguenza, violare questi diritti significa mettere in discussione l’intero sistema di cui si fa parte. Il diritto non scritto è qualcosa di più profondo, qualcosa che rimanda a una sfera delle emozioni, del cuore.
    Ma anche se la per sua natura è imperfetta, ciò non significa che si debba avallare l’idea che la legge possa essere oltrepassata. Nessuna società può fare a meno di un suo sistema normativo perché la legge, in fondo, è il presupposto e il fondamento stesso di ogni gruppo sociale organizzato.
    Riprendendo Kelsen (uno dei massimi giuristi) va poi ricordato il concetto “dell’ avalutatività del diritto positivo”, la legge non è nè buona né cattiva, semplicemente è.
    Vi è pertanto una sfera di validità della norma giuridica la quale non è da confondersi con i fatti e con le valutazioni emozionali.
    “La norma giuridica deve essere rispettata non in quanto sia buona o giusta, bensì perché è stata prodotta in una data maniera ed è valida sul presupposto che esista una norma fondamentale (la Costituzione) che prefissi l’autorità creatrice del diritto. ….
    Le norme giuridiche non sono valide in forza del loro contenuto. Non vi è nessun comportamento umano che, come tale, in forza del suo contenuto, non possa diventare contenuto di una norma giuridica. Una norma vale come norma giuridica, sempre e soltanto perché si è presentata in un modo particolarmente stabilito, è stata prodotta secondo una regola del tutto determinata, è stata posta secondo un metodo specifico. Il diritto vale soltanto come diritto positivo, cioè come diritto posto”. (Hans Kelsen, Lineamenti di dottrina pura del diritto, 1934, cap. V, § 28)
    La legge può essere cambiata, abrogata ma mai oltrepassata.
    Questo non significa però annullare il valore della lotta, della ribellione ove la legge (meglio la forma di Stato) sia prevaricazione, negazione della libertà e dei diritti fondamentali dell’uomo sanciti nel 1948.

    Demian

  2. melogrande ha detto:

    Ripensandoci, mi sa che potevo dire meglio.
    Perchè se ci si rimette ad infrangere le leggi va bene e se ci si guadagna no ?
    Il punto mi sembra il valore della tesimonianza.
    Se uno infrange la legge E NE PAGA LE CONSEGUENZE il suo gesto ha valore di testimonianza perchè nel contestare quella legge vi si sottomette riconoscendone sì l’ ingiustizia, ma anche la legittimità.
    Il suo gesto porta alla luce l’ ingiustizia della norma e può servire a mettere in movimento la coscienza collettiva. E’ questo il senso della disobbedienza civile.
    Se si sottrae alla legge e basta è solo un furbo… o no ?

  3. utente anonimo ha detto:

    ricordando Bertrand Russell

    Obermann

  4. Dilia61 ha detto:

    e’ bello leggerti… non so che mestiere tu faccia ma dovresti insegnare… riesci a rendere semplici concetti complessi… trasmetti passione… ed accompagni al ragionamento con dovizia di ragioni, appunto

  5. utente anonimo ha detto:

    Voglio tornare ad Antigone cercando di capire chi ha ragione: Antigone o Creonte.

    Antigone avverte il dovere di seppellire il fratello come dovere forte, imprescindibile. Dovere che però si scontra con il dovere codificato dalla legge. Creonte ha decretato che chiunque avesse dato sepoltura a Polinice sarebbe stato condannato a morte.
    Il conflitto tra Antigone e Creonte esprime il conflitto tra la legge scritta e la legge della coscienza.
    Il dramma di Antigone ci coinvolge e saremmo portati a darle ragione ma sarebbe errato pensare che Antigone abbia assolutamente ragione e Creonte abbia assolutamente torto.
    Creonte è il simbolo della Polis e delle sue leggi. Quando non c’è Polis (oggi diremmo Stato) c’è lo stato di natura di cui parlava Hobbes e gli uomini si combattono l’un l’altro.
    Creonte è colui che rende possibile l’esistenza della comunità, della convivenza civile.
    Antigone pur consapevole che il fratello, da un punto di vista politico, è un criminale gli dà ugualmente sepoltura. Sepoltura che è l’ultimo onore e l’estremo atto di amore.
    Innegabilmente i valori di cui Antigone è portatrice ci sembrano più forti ma non possiamo dimenticare che Polinice aveva fatto la guerra conto la città e che per questo il gesto di Antigone non è solo un atto di pietas ma è un gesto che assume valenza politica in quanto di nuovo conferisce dignità a Polinice riportandolo all’interno della comunità.
    Antigone e Creonte sono portatori di istanze che entrambi avvertono come “assoluti”. Da qui l’impossibilità di dire chi ha ragione. Da qui la tragedia.
    Questo conflitto nel mondo moderno è stato risolto dal tentativo di trovare un equilibrio tra queste due istanze assolute. Equilibrio che è dato dalla legge positiva. Legge che per sua natura non è nè giusta né sbagliata ma solo equilibrio di valori e alla quale è lecito ribellarsi accettandone le conseguenze.

    hesse

  6. utente anonimo ha detto:

    Voglio tornare ad Antigone cercando di capire chi ha ragione: Antigone o Creonte.

    Antigone avverte il dovere di seppellire il fratello come dovere forte, imprescindibile. Dovere che però si scontra con il dovere codificato dalla legge. Creonte ha decretato che chiunque avesse dato sepoltura a Polinice sarebbe stato condannato a morte.
    Il conflitto tra Antigone e Creonte esprime il conflitto tra la legge scritta e la legge della coscienza.
    Il dramma di Antigone ci coinvolge e saremmo portati a darle ragione ma sarebbe errato pensare che Antigone abbia assolutamente ragione e Creonte abbia assolutamente torto.
    Creonte è il simbolo della Polis e delle sue leggi. Quando non c’è Polis (oggi diremmo Stato) c’è lo stato di natura di cui parlava Hobbes e gli uomini si combattono l’un l’altro.
    Creonte è colui che rende possibile l’esistenza della comunità, della convivenza civile.
    Antigone pur consapevole che il fratello, da un punto di vista politico, è un criminale gli dà ugualmente sepoltura. Sepoltura che è l’ultimo onore e l’estremo atto di amore.
    Innegabilmente i valori di cui Antigone è portatrice ci sembrano più forti ma non possiamo dimenticare che Polinice aveva fatto la guerra conto la città e che per questo il gesto di Antigone non è solo un atto di pietas ma è un gesto che assume valenza politica in quanto di nuovo conferisce dignità a Polinice riportandolo all’interno della comunità.
    Antigone e Creonte sono portatori di istanze che entrambi avvertono come assoluti. Da qui l’impossibilità di dire chi ha ragione. Da qui la tragedia.
    Questo conflitto nel mondo moderno è stato risolto dal tentativo di trovare un equilibrio tra queste due istanze assolute. Equilibrio che è dato dalla legge positiva. Legge che per sua natura non è nè giusta né sbagliata ma solo equilibrio di valori e alla quale è lecito ribellarsi accettandone le conseguenze.

    hesse

  7. melogrande ha detto:

    …che poi siamo sicuri che Polinice sia un criminale ?

    In fondo, toccava a lui governare la città secondo il patto che il fratello Eteocle, non lui, ha infranto.

    E’ vero, tutti hanno un po’ di ragione e tutti hanno un po’ di torto qui.
    Perchè è così nella vita vera, ed è così in tutte opere letterarie veramente grandi.
    Trovami un personaggio di Shakespeare su cui dare un giudizio facile e netto.

    Il bianco e nero va bene solo in certi film.

  8. utente anonimo ha detto:

    Hai ragione.
    Avrei dovuto dire che Polinice ha infranto la legge della Polis.
    Criminale ha ben altro significato e valenza.
    Grazie (che ne è della sicurezza delle parole?)

    hesse

  9. melogrande ha detto:

    Ho voglia di scrivere ancora qualcosa sull’ Antigone.

    Che cosa fa esplodere la tragedia ?
    La legge ingiusta, di cui rimangono vittime tutti.
    E che avrebbe dovuto fare Creonte se fosse stato più saggio ?

    Avrebbe dovuto decretare la sepoltura di entrambi i fratelli, secondo me.
    Ed in occasione dei funerali adunare il popolo e fare un discorso di questo tipo:

    “Tebani, oggi noi non siamo qui riuniti per decretare chi avesse ragione e chi torto.
    Non importa più, sono morti entrambi.
    Seppelliamoli, dimentichiamo questa brutta storia, ripariamo i danni e ritorniamo a vivere.”

    Più o meno quello che ha fatto Nelson Mandela, in Sudafrica, dopo la fine dell‘ apartheid.

    Il decreto asimmetrico di Creonte non fa che mantenere la frattura, aggravandola con l’ oltraggio ad un morto e proiettandola nel futuro verso la prevedibile reazione di ritorsione dei seguaci di Polinice, verso una nuova catena di sangue. Oltre a fare da detonatore alla tragedia familiare.
    Quello che a Sofocle preme è proprio questo: mettere tutti i suoi personaggi di fronte ad una legge ingiusta, ad una frattura dell’ armonia, e vedere come ciascuno di loro reagisce, come affronta la condizione di ingiustizia, come tenta a suo modo e come può di “rimettere le cose a posto”.
    Una raffinatezza di pensiero, in un mondo che usciva dall’ età del bronzo, che mi lascia sempre stupefatto.

  10. utente anonimo ha detto:

    Forse ha ragione Melogrande. Forse è possibile anche un’altra lettura dell’Antigone.
    Quindi non solo interrogarsi su cosa sia giusto fare di fronte ad una legge che intimamente sentiamo ingiusta ma anche chiedersi se sia possibile un dialogo tra etica e politica.
    Forse quando il rispetto della legge porta ad una lacerazione sociale forte, insanabile, irrisolvibile, irripetibile forse allora la legge, la politica devono cedere il passo all’etica.

    Certo non si può pensare all’etica tout court ma piuttosto a quell’etica che Weber aveva indicato come “etica della responsabilità”. Un’etica in base alla quale colui che agisce tiene sempre presente le conseguenze di ciò che farà, gli effetti della propria azione.

    Forse ha ragione Melogrande a ricordare la scelta fatta da Nelson Mandela ma pensando ai campi di sterminio, ai gulag, ai desaparecidos non so che rispondere. Però pensando poi al Ruanda forse ha ragione Mandela. Davvero non lo so.

    Tornando all’Antigone mi viene da pensare che tanto Antigone quanto Creonte hanno agito seguendo entrambi un’etica della convinzione. Etica questa che guarda ai principi puri, ai principi assoluti senza preoccuparsi delle conseguenze. Forse Antigone poteva farlo, Creonte no.

    Ancora forse ha ragione Melogrande quando fa parlare Creonte e negli ultimi versi dell’Antigone sembra si possa cogliere questa possibile apertura della politica all’etica:

    Creonte: “Ah, errori ostinati
    errori fatali della mia mente
    dissennata.
    Guardate!
    Uccisori e uccisi dello stesso sangue.
    Ahimè, infausta decisione!
    Ah, figlio,
    di morte immatura
    giovane sei morto – ahimè, ahimè
    te ne sei andato,
    per la mia, non la tua
    follia.”
    Corifeo: “Ahimè, quanto in ritardo capisci il giusto.”
    […..]

    Nunzio: “Quante sciagure, mio sovrano, hai finito col tirarti addosso! Una la tieni fra le braccia, l’altra sta nella tua casa, e presto la vedrai.”.
    Creonte: “E quale dolore ancora più terribile può aggiungersi a questo?”
    Nunzio: “La tua sposa è morta, colei che veramente è madre di questo cadavere. Appena ora, misera, si è trafitta con un colpo di spada.”
    […..]

    Creonte: “Via, conducete via
    quest’uomo folle, che senza volere ha ucciso te,
    figlio, e te,
    mia sposa.
    Me sventurato!
    E non so a chi di voi due
    volgere lo sguardo
    né dove cercare aiuto;
    tutto mi scivola fra le dita
    un destino
    intollerabile
    sul mio capo è balzato.

    hesse

  11. melogrande ha detto:

    “Se paragoniamo fra loro le strutture giuridiche elaborate dalle diverse culture, scopriamo una concordanza che si spinge fin nei dettagli…E’ chiaro tuttavia che la convinzione di un diritto naturale…è collegata … con l’ idea dell’ origine soprannaturale, divina di tale diritto.”
    K. Lorenz

    “La presenza di coincidenze innegabili e relativamente numerose è stata spiegata fino ad ora sulla base di tre argomentazioni diverse: la prima, di impostazione metafisica, fa riferimento al diritto naturale…la seconda è di carattere storico (scambio di idee per diffusione e contatto…), la terza infine è ecologica (adattamento alle condizioni ambientali, e cioè alle infrastrutture…). A queste argomentazioni se né è aggiunta di recente un’ altra, di carattere psicologico: il comune “senso della giustizia” (idea istintiva !) in rapporto, in larga misura, con tipici comportamenti innati.”
    Peter H. Sand

    …vediamo hesse che ne pensa…

  12. utente anonimo ha detto:

    bella sfida.
    a presto.

    hesse

  13. utente anonimo ha detto:

    Senso comune di giustizia (idea istintiva!). Idea che si pone ancor prima del porre a fondamento del diritto Dio, il diritto naturale o il diritto positivo. Questione non giuridica quanto oggetto della filosofia del diritto.
    Oggi sappiamo che l’antropologia culturale ha accertato l’esistenza di assonanze tra culture non solo diverse tra loro ma anche geograficamente molto lontane. Assonanze non sempre spiegabili ricorrendo alle condizioni ambientali ed allo scambio culturale. Condizioni ambientali che spesso si sono rivelate differenti e scambi che altrettanto spesso sembrano mancare. E’ possibile allora che il pensiero si sviluppi in direzioni, forme, modelli che non risentono solo delle condizioni ambientali in cui un determinato gruppo etnico vive, degli scambi con altri gruppi ma anche di fattori determinati biologicamente. Sembra dovremmo dire che anche il pensiero soggiace alle leggi chimiche della nostra natura. Certo l’uomo grazie al pensiero ed al linguaggio ha compiuto il salto in avanti rispetto agli animali ma le regole chimiche dei nostri processi biologici quelle sono e funzionano allo stesso modo.
    Qualcosa di simile potrebbe allora forse succedere anche con l’idea di giustizia. L’uomo è portato a sentire ciò che è giusto. Così sembra succedere tra gli animali. Sappiamo tutti che in un combattimento il vincitore arriva ad uccidere il vinto. Sembra quasi che la natura abbia fissato il limite oltre il quale non si deve andare. Forse anche l’uomo in quanto specie animale partecipa di questa conoscenza istintiva. Forse anche l’uomo per natura conosce il limite ma poi nell’uomo le cose si complicano. L’uomo conosce il limite invalicabile ma proprio grazie al pensiero ed al linguaggio è in grado di andare oltre nel bene e nel male.

    Tornando all’idea istintiva di giustizia e riprendendo alcune considerazioni del filosofo Salvatore Veca forse più che di idea istintiva di giustizia dovremmo parlare di priorità del male. Veca sostiene che se le ragioni che rendono una vita buona sono diverse (pluralismo dei valori) si può però concordare su ciò che è male, sofferenza (universalismo dei diritti).
    “Non è dunque possibile fondare un universalismo, seppur minimale, su una qualche idea di ciò che è bene, la convergenza può essere però trovata sul male. Definendo i diritti come gli strumenti di protezione del male, possiamo avere dei diritti universali senza imposizione su ciò che riguarda il bene. I diritti sono dunque compatibili con il pluralismo morale e culturale nella misura in cui divengano le risorse per minimizzare la sofferenza sociale”.
    Devo dire che nell’ambito in cui la teoria di Veca è stata esposta – il fondamento dei diritti umani riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 – non ha trovato tutti d’accordo ma per il tema di cui parla Melogrande mi pare più corretto parlare di priorità del male anziché di idea di giustizia. E questo anche proprio partendo dall’osservazione del comportamento animale.
    Va anche detto che il concetto di giustizia è frutto di lunga discussione e ancora non vi è totale accordo su cosa sia la giustizia se la si pensa come qualcosa di diverso dalla applicazione corretta delle norme.
    Altra cosa ancora è la questione del fondamento dei diritti (universali o meno): autorità divina, diritto naturale, diritto positivo, consenso.

    hesse

  14. utente anonimo ha detto:

    errata corrige
    il vincitore non arriva ad uccidere il vinto.

    hesse

  15. utente anonimo ha detto:

    Ho accettato la sfida ed ho tentato una riflessione. Forse dovrei dire ho azzardato una riflessione. Azzardato in quanto non supportata da cose che ho letto.
    Sfida perchè mai mi era capitato di pensare alla questione che hai posto.
    Ora però Melogrande non puoi non venirmi in aiuto.

    hesse

  16. melogrande ha detto:

    Mah, non è che abbia una risposta in tasca.
    Gli etologi dicono che le inibizioni ad uccidere sono tanto più alte quanto più le armi a disposizione sono potenti. Due leoni che combattono non arrivano ad uccidersi perchè lo sconfitto fa vedere che si arrende (per esempio sdraiandosi supino) ed il vincitore viene fermato da una inibizione istintiva che gli impedisce di azzannare l’ avversario che gli mostra la gola scoperta.
    Le stesse inibizioni non le hanno animali con armi meno micidiali come le tortore. Se una tortora viene sconfitta, semplicemente se ne vola via. Perciò, se facciamo combattere due tortore dentro una gabbia, possono arrivare anche ad uccidersi perchè quella sconfitta non può fuggire e quella vittoriosa non ha nessun istinto che gli dica di fermarsi.

    L’ uomo è biologicamente più simile ad una tortora che ad un leone, è difficilissimo uccidere un altro uomo a mani nude, per cui le inibizioni ad uccidere sono piuttosto basse. L’ evoluzione però non aveva previsto che l’ uomo si sarebbe dotato di fucili, cannoni e missili intercontinentali. Un uomo non riuscirebbe ad uccidere un altro uomo a mani nude, ma puà ucciderene un milione schiacciando un bottone. E schiacciare un bottone non gli fa senso.
    Per citare proprio Veca: “il disumano è semplicemente, e sfortunatamente, una categoria dell’ umano”.

    Per quanto riguarda il senso di giustizia, mi piace pensare che più che dall’ istinto derivi da una sorta di adattamento evoluzionistico al riconoscimento dell’ altro, che ci permette di definire noi stessi.

    Questo grosso modo corrisponderebbe alla “teoria ecologica”.
    Però quanto sia fondata questa mia convinzione davvero non saprei dire.
    Grazie dell’ interessante spunto. Riflettere su queste cose male non fa.

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