Diamanti e sangue

Il film “Blood Diamonds” è ormai passato da un po’ e se non ne parlo adesso non ne parlo più.
A me è parso un po’ un’ occasione perduta, una di quelle che meritano qualcosa di più e di meglio di ciò che gli viene dato.
Ci sono dei posti del mondo che sembrano nutrirsi di sangue, come la pianta Audrey della “Piccola bottega degli orrori”.
Il Messico per esempio o i Balcani (a questo proposito, libro consiglatissimo e straziante come una tragedia greca: “Ritorno a casa”).
Ma anche gran parte dell’ Africa pare essere una terra assetata di sangue, una terra così rossa che pare derivare il suo colore dall’ essere stata per secoli innaffiata di sangue umano.
Così è il Ruanda, fra gli altri.
Posti in cui la vita umana ha poco prezzo, e la morte di un uomo non è una tragedia, e neppure una notizia.
In Sierra leone ci si ammazza per i diamanti, come in Nigeria per il petrolio o in Etiopia e Sudan più o meno per qualsiasi motivo.
Sui diamanti vogliono mettere le mani i ribelli, ideologicamente confusi, che sul terrore fondano la propria influenza. Devastano i villaggi, stuprano, uccidono, mutilano i superstiti a colpi di machete senza ragione alcuna , rapiscono i bambini per farne soldati, “baby killers” drogati e fanatici che si rivolteranno contro le loro stesse famiglie.
Sui diamanti vogliono mettere le mani anche i governativi, corrotti come solo un regime africano corrotto riesce ad essere.
In mezzo alla guerra civile, chi alla fine sui diamanti ci mette le mani davvero è la solita multinazionale malefica, pronta a comprare al mercato nero le pietre trafugate dalla Sierra Leone in Liberia da contrabbandieri senza scrupoli. Il film racconta la storia di uno di questi contrabbandieri, Jeff Archer (Di Caprio), una specie di via di mezzo fra Indiana Jones e Rambo.
E proprio questo alla fine mi sembra il limite maggiore del film, i personaggi li vedo stereotipati, senza spessore. Il negro buono, la giornalista d’ assalto, il bianco cattivo, però pronto a riscattarsi alla fine.
Tutto così scontato da sfiorare la banalità.
Eppure ce n’ erano di cose da dire.
Cercando per esempio di capire come e perché una multinazionale finisce per finanziare una guerra civile, quali sono i meccanismi organizzative e decisionali e come finiscano per diluire la responsabilità della compagnia in una serie di piccole irresponsabilità individuali, ciascuno compie solo un piccolo, piccolissimo passo e tutti insieme provocano la tragedia.
Sarà una mia fissa ma ci vedo un meccanismo implacabile, radicato nel nostro modello di vita, che sfrutta una specie di catena di montaggio, in cui ciascuno compie solo una minima parte, di per sé innocente o quasi innocente, e tutte le parti insieme generano una tragedia. Un meccanismo “efficiente” non dissimile dalla macchina organizzativa messa in opera per sterminare gli ebrei. Un meccanismo di “banalità del male” in cui la somma di tanti atti di per sé non criminosi riesce a generare un risultato criminoso ed agghiacciante.
Ci sarebbe anche da chiedersi perché la gente d’ Africa che il film mostra in primo piano non sembra capace di liberarsi dal peso antico del colonialismo, sembra addirittura invocare un colonialismo di ritorno, come se paradossalmente si fidasse più dell’ uomo bianco che dei suoi simili.
Una situazione che ha un riflesso dalle parti nostre, in certe regioni tanto belle quanto devastate dalla malavita.
Da tornarci, su queste cose, forse.
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Un commento su “Diamanti e sangue

  1. utente anonimo ha detto:

    Non ho visto il film di cui parli proprio perché temevo che presentasse stereotipi che mi infastidiscono un po’: Il negro buono, la giornalista d’ assalto, il bianco cattivo, però pronto a riscattarsi alla fine.
    Ma di cose da dire ce ne sono. Sono cose che so da sempre quelle di cui hai scritto.
    Cose per le quali in passato c’è stato anche il mio impegno perché dal nostro piccolo mondo fortunato potesse giungere un segnale di speranza, di aiuto. Speranza (forse illusione) che le cose potessero cambiare.
    Non so cosa è cambiato in me. Forse la speranza inconsapevolmente, impercettibilmente, lentamente è diventata illusione. Imperdonabile. Sinceramente la cosa mi angoscia e mi vergogno. Non è mutamento che mi piace.

    Come è possibile dimentica tutti coloro che stanno in galere spaventose sparse in tutto il mondo spesso senza sapere neanche perché e quando si fanno, in seguito a processi farsa (anche dove non lo penseremmo mai. Chi avrebbe immaginato cosa succede a Guantanamo. Certo è Cuba ma quella galera terribile è americana). Forse ho perso il senso dell’importanza di questo impegno. Sembra che nulla cambi e allora ci si stanca. Imperdonabile!

    Poi un giorno ho letto di una donna egiziana uscita di galera dopo cinque anni e mezzo grazie all’impegno di gente che ancora lotta per questo. Quella donna raccontava con emozione la gioia, la speranza, la forza che le dava sapere di non essere sola. La forza per sopportare tutto quello che di terribile le stava succedendo. Forza perché sentiva di non essere stata dimenticata. Non si sentiva prigioniera senza nome in un cella senza numero (prigioniero senza nome, cella senza nome era il titolo di un libro di un detenuto argentino, forse cileno. È un libro che ho letto quando avevo 15 anni, quindi quasi trent’anni fa). Mi sono vergognata della mia tranquillità

    Ho ricordato con emozione i tempi in cui c’era il gruppo Dialogo Nord Sud, ma c’era anche tristezza perché anche quel gruppo come tanti si è sciolto.

    Ho ricordato con nostalgia vera gli amici salvadoregni e nicaraguesi incontrati in Messico. Ho amato la loro lotta.

    Atrocità che turbano, a volte sconvolgono ma che soprattutto ci disturbano perché ci costringono ad interrogarci sul nostro modo di vivere, sulle cose che per miliardi di persone significano sfruttamento, dolore ma alle quali noi non siamo disposti a rinunciare (forse per certe cose ora non possiamo più). E’ sconfortante ammetterlo ma è così.

    Mi viene in mente una cosa che ho letto qualche tempo fa e che credo renda bene il senso di complicità che ci coinvolge TUTTI e che rende possibile le cose spaventose di cui parli, delle quali chiedi perché, come è possibile che una multinazionale finisca per finanziare una guerra civile.

    “Basta sfogliare il giornale per capire che il mondo, in generale , è un posto spaventoso, colpito da sventure, ulcerato da ecatombe, da forme più inaudite di sfruttamento e crudeltà, sommerso da miliardi di esseri umani che brulicano e lo devastano come un’invasione globale di termiti, la maggioranza delle quali vive, dalla nascita alla morte, esistenze spaventose, fra miseria, dolore o oscurità, in un affollamento simile a quello dei disegni di Bruegel. Ma basta distogliere gli occhi da una foto atroce e voltare pagina perché l’inferno degli altri cessi di esistere.” – Antonio Munoz Molina

    Il silenzio di chi vive nella nostra parte di mondo rende possibile tutto questo. Certo c’è chi grida ma è un grido troppo fievole. Un grido che non riesce a destrutturate le logiche di mercato, degli affari. Consiglio di vedere il film “Il signore delle armi”. Non ha pregi particolari come film ma illustra molto bene la logica di mercato per cui una persona normale si ritrova a vendere armi a tutti, governi e guerriglieri. Gli scrupoli ci sono ma si superano facilmente. In fondo si vendono solo armi a chi ha i soldi per pagarle. Sono affari, solo affari.

    Mi chiedo quanti quando acquistano un gioiello pensano al minatore bambino che ha scavato per quella pietra? – Da tempo non acquisto più gioielli. Non voglio che nessun bambino consumi la vita per una pietra. Mi è stato chiesto “Ma se tutti facessimo così cosa succederebbe a quelli che qui lavorano per creare quel gioiello?” – Non ho la risposta. O meglio la conosco molto bene ma non posso tollerare che un bambino trascorra l’infanzia strisciando in una miniera. Forse non lo sapete ma è per questo che vengono scelti i bambini. Possono strisciare (letteralmente strisciare in cunicoli strettissimi). Conosco la risposta e la sola cosa che mi viene da dire è che la logica di questo mondo fa schifo. Per quel che posso, per quel che conta, per quel che vale provo a dire no a questa logica perversa.

    Sono persona forte io, non distolgo lo sguardo dalle foto atroci, ho letto delle galere argentine e di quelle cilene, di quelle del centro america, ho letto delle torture nelle galere africane, ho letto dei bordelli nel sud est asiatico (le bambine hanno otto, nove anni, i bambini pochi di più), ho letto e visto le foto dei bambini soldati ma da quando ho letto ciò che è stato fatto ad una donna irachena in una galera di Saddam ho perso molto di quella forza. Ho pianto per lei.
    Oggi non riesco più a guardare, a leggere con gli stessi occhi, con la stessa forza. La forza che mi manca è un peso del quale sono contenta. Forse tornerò ad essere la persona che ero dieci anni fa. E forse sarò un pò meno complice

    La nostra complicità silenziosa è cosa intollerabile, imperdonabile.

    Non può mai essere un alibi il fatto che in quei luoghi spaventosi i rispettivi governi siano altrettanto spaventosi ed i mandanti delle atrocità di cui leggiamo, di cui vediamo le foto.

    Un’ultima cosa: noi che viviamo nella parte buona del mondo non abbiamo il diritto di lamentarci di alcunché. Questo credo lo dobbiamo a chi vive dall’altra parte. Una parte troppo grande.

    hesse

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