La pendola del nonno

 

Eccola qui.

 

L’ho portata via da casa di mia madre dopo che per la centesima volta mi aveva sorpreso incantato a fissarla come un bambino.

 

Prendila pure se ti piace tanto, che a me non serve.

 

Di corsa, la prendo.

 

Me la ricordo, questa pendola, a casa del nonno ticchettare con regolarità nel salone grande, al primo piano. Era quasi il battito cardiaco della casa.

 

Ed un po’ anche del nonno, che la curava, la osservava, la teneva d’ occhio perché non sgarrasse, la regolava se sgarrava, la puliva.

 

Dava la corda con la grossa chiave piatta usando i due fori sul quadrante, prima a destra la carica del meccanismo, poi a sinistra quella della suoneria.

 

Non è grande, non è una pendola a colonna di quelle che poggiano sul pavimento.

 

Ce l’ aveva, mio nonno una pendola di quelle a colonna,  ma io non me ne ricordo, ero troppo piccolo. Ricordo bene questa, invece, una pendola tedesca Kienzle costruita a Schwenningen, nella Foresta Nera, ai primi degli anni Sessanta.

 

Ha le dimensioni di un piccolo zaino di quelli che usano i ragazzi a scuola.

 

La cassa è di legno, non pregiato, ma lo sportello davanti è rivestito in noce con due modanature verticali di radica. Semplice e sobrio l’ effetto complessivo, ma rovinato da una spessa mano di flatting, quella vernice lucida e trasparente che in quegli anni era tanto di moda e che dava un effetto di plastica a buon mercato anche ai legni più pregiati.

 

In questo caso la vernice si è pure a tratti screpolata per gli anni ed il sole, ed è diventata in alcuni punti biancastra. Orribile. Fa sembrare la pendola molto peggio di quel che è.

 

Ci penso io, piccola.

 

Smonto prima di tutto il meccanismo, ripongo tutte le viti in un barattolo di vetro , tolgo il trio di  barrette di ottone della suoneria, barrette spesse come un bucatino, una più corta che percossa dal martelletto fa il “din”, due più lunghe che percosse insieme da un altro martelletto fanno il “don”, poi tolgo i vetri, quello grande rotondo davanti al quadrante, quello sagomato all’ altezza del pendolo.

 

Metto tutte le parti meccaniche al riparo dalla polvere e comincio con pazienza a passare la carta vetrata, prima quella grossa poi quella più fine. Tolgo la polvere, poi passo un panno imbevuto di trementina ed il legno è già lì che sorride, brillante, caldo, venato. Sembrava sotto paraffina, prima, poveretto.

 

Si vede subito che basta togliere la vernice trasparente, non è necessario portare il legno a vivo, il colore è ancora buono, il flatting almeno un pregio ce l’ ha, che protegge, e poi quarant’ anni non sono gran cosa nella vita di un oggetto come questo, fatto per durare, è una pendola costruita a Schwenningen, nella Foresta Nera, non so se mi spiego.Una energica strofinata con olio paglierino ed un pizzico di polvere di pomice renderà la superficie del legno liscia e compatta. Ebbene sì, la parola pomiciare viene proprio da qui, opera di falegnami ed ebanisti che strusciavano, strofinavano, lisciavano gambe di tavoli

 

Resta la finitura, la parte nobile del lavoro.

 

Mi piace dare la gommalacca, perché la gommalacca conferisce luminosità al legno senza renderlo volgarmente lucido. È come se la luce non venisse riflessa, ma emanasse dal legno stesso, una luce calda e soffusa, una luce uniforme e senza riflessi, che genera armonia.

 

Altro che flatting.

 

Però occorre fare attenzione con la gommalacca, è una roba molto appiccicosa, si deve passare il tampone con un movimento leggero ma anche deciso e veloce, senza mai tornare dove si è già passati, altrimenti invece di aggiungere si toglie quella che già c’era.

 

Finita una passata si aspetta che asciughi (e con questo caldo non ci vuole molto), poi si raschia leggermente con la lana d’ acciaio in modo che lo strato successivo si aggrappi bene, e si ripassa. Tre o quattro strati bastano, gli ebanisti di una volta arrivavano a venti o trenta per i mobili di pregio, ma io non voglio che diventi a specchio.

 

Adesso c’è da rimontare, suoneria e meccanismo.

 

Non lo dovrei lubrificare?

 

Io di orologi capisco poco, rischio semmai di fare danni.

 

Conosci te stesso.

 

Una leggera soffiata con l’ aria compressa per togliere la polvere, una pulita al quadrante e di più non oso.

 

Senso del limite.

 

Il rimontaggio si rivela più duro del previsto, è quasi sempre così ma in questo caso di più perché non si tratta solo di riavvitare, una pendola va messa in bolla, cioè disposta secondo una verticale perfetta sennò il pendolo non pendola e l’ orologio non va.  E allora stringi di qua e molla di là, molla di qua e stringi di là, tira un po’ su, prova con la livella, calma ci vuole in queste cose, aggiusta, procurati un filo a piombo, asciugati il sudore, ricomincia daccapo.

 

Fatto. Comincia già a ticchettare, impaziente, come un cane che scodinzola. Non mi resta che attaccargli il pendolo. Ecco.

 

Striscia.

 

Striscia sul fondo della cassa, il pendolo.

 

Eccheccazzo. Non ci posso credere, al millimetro l’ hanno fatta ‘sti tedeschi. Ci devo credere. Bisogna tirare su il quadrante di qualche millimetro. E poi rimetterlo in bolla, si capisce. Torna indietro di tre caselle.

 

Torno indietro di tre caselle, rifaccio l’ allineamento, riattacco il pendolo. Adesso va. C’è da regolare l’ altezza del pendolo con la vite apposita, se dovesse andare un po’ avanti o indietro,  questo lo vedremo, ma per adesso va. Eccome se va. Suona le ore e le mezze, con un timbro basso e profondo, tranquillizzante. Quando non batte le ore ticchetta.

 

.

 

Un cuore trapiantato.

 

Sono soddisfazioni.

 

Un cuore trapiantato.

 

Sono soddisfazioni. Da brindarci.

 

Proprio.

 

http://stat.radioblogclub.com/radio.blog/skins/mini/player.swf

 

A te, nonno…

 



pendola

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7 commenti su “La pendola del nonno

  1. SometimesIFeel ha detto:

    Sono piccole cose che riempiono il cuore… 🙂

  2. melogrande ha detto:

    …sia la pendola che il vino, dici ?
    : )

  3. utente anonimo ha detto:

    è bello ridare vita ad un oggetto,ma ancora di più ridare vita ad un ricordo!

  4. melogrande ha detto:

    e questa volta ho avuto la fortuna di far camminare le due cose insieme…

  5. Dilia61 ha detto:

    anonimo ha detto delle parole bellissime

  6. […] commerciale. “Il mio regno per un cavallo”, insomma, e via con mille esempi analoghi compresa la pendola del nonno da cui non mi separerei neppure per una grossa cifra che del resto è assai improbabile che […]

  7. […] pendola nella sala, la pendola del nonno, assume un ruolo da protagonista, il ticchettio sembra fatto di colpi di martello ed il rintocco […]

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