Trascendenza ad alta quota

In montagna.
Di nuovo.
Pochi,necessari giorni.
C’ era bisogno di rimettere l’ anima a mollo in montagna, non è una contraddizione, perché l’ anima di immagini vive e quando per troppo tempo le immagini sono brutte, aride, violente, razionali ma senza vita, brutalmente efficienti, è come se il metabolismo interno calasse e lampeggiasse la spia della riserva. Bisogna staccare, allora, tirare fuori quest’ anima inaridita e spiegazzata e metterla a mollo in immagini belle, lasciandola inzuppare come una macina del mulino bianco fino a che si intenerisce di nuovo, torna umida e fresca come deve, di nuovo familiare col sapore della vita senza se e senza ma, vita fine a se stessa, natura che altro non chiede se non di essere.
Ci sono luoghi con una magia speciale, luoghi in cui gli antichi avrebbero immaginato dimorasse qualche dio, oggi siamo troppo cinici e disincantati per queste cose, però la magia dei luoghi è un fatto innegabile. Io non posso non provare una sensazione particolare a camminare in alta montagna, l’ aria, la luce, l’ odore, tutto ha una qualità speciale che non posso ignorare per quanto scettico incallito possa essere, ed è il sentirsi vita dentro vita più grande, anima dentro anima più grande, respiro dentro respiro più grande.
La condizione è di camminarci dentro, dargli tempo, fare conoscenza reciproca, entrare in comunicazione, del resto anche con le persone non si penserà di poterne conoscere l’ anima dopo cinque minuti ?
Non vale andare in macchina, con l’ elicottero o col teletrasporto. Nemmeno la funivia vale.
Bisogna camminare, con le antenne tese e la modalità ricezione attivata, camminare e sudare.
I momenti belli della vita sono sudati. Che ci posso fare ?
 Solden
Per la cronaca, il luogo della trascendenza è Solda, nel Parco nazionale dello Stelvio, vicino alla Val Venosta

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9 commenti su “Trascendenza ad alta quota

  1. simonebocchetta ha detto:

    bella riflessione, e bei posti, vedendo la foto

  2. utente anonimo ha detto:

    A me è piaciuto molto salire al Rifugio Tabarretta – Da sempre l’Ortles è sempre stata vetta sognata. L’Ortles: vetta mitica. Meta di tutti i rocciatori seri. Sfida per quelli bravi.
    .
    Molto mi è piaciuto anche salire al Rifugio Coston. Arrivi, alzi lo sguardo e scopri le vette del Gran Zebrù e dell’Ortles. Bello camminare di mattina presto e sentire sul viso il vento gelido che arriva dal ghiacciaio. Ti devi fermare (lo devi proprio fare) e lasciare che questo vento gelido ti scenda nei polmoni. E’ il solo modo per sentirti tutt’uno con queste cime meravigliose, imponenti, eterne, indifferenti al destino umano. Vette che però tu senti soffrire per quello che l’uomo sta facendo loro. Provi gioia per la loro bellezza ma anche sconforto sapendo di camminare dove era solo quaranta anni fa era solo ghiaccio, ghiaccio per chi aveva il coraggio di sfidarlo. Sfidarlo con solo la propria forza.

    Il sentiero che porta al Rifugio Serristori è bello ma è una volta arrivati scopri un panorama più “tradizionale”, più adatto a chi la montagna la guarda che non a chi vuole viverla. Ti guardi introno e certo ciò che vedi ti incanta ma non provi le stesse emozioni che provi salendo al Tabarretta o al Coston.

    Andando al Tabarretta o al Coston la montagna ti entra dentro. Andando al Serristori sei più uno spettatore.

    Il Passo Madriccio – Ancora una volta Gran Zebrù e ‘Ortles. Dal passo il Gran Zebrù sembra più imponente dell’Ortles anche se è più basso. Ciò che mi ha emozionato salendo è constatare come man mano che ti avvicini al passo e ti volti a guardare cambia la percezione che ricevi dal Gran Zebrù. Dapprima lo vedi meraviglioso, bello, distante, poi ti sembra di abbracciarlo. Sensazione strana anche quando sei sulla via del ritorno. Quasi ti sembra di andargli incontro. Mentre scendi dimenticando la fatica guardi davanti a te, con calma, contento e forse allora ti rendi davvero conto dello spettacolo che hai di fronte. Davvero ti sembra di andargli incontro.

    E che dire quando la mattina albeggia ed il sole incomincia a farsi vedere. Dapprima accarezza l’Ortles e poi esplode con forza sulla parete del Gran Zebrù (la piramide di ghiaccio come qualcuno qui la chiama). Un pò più tardi il sole lascia che le nuvole si riapproprino della vetta dell’Ortles quasi a ricordarti che è lui il re Come non rimanere sul terrazzo a guardare con occhi incantati. Occhi che vedono per la prima volta e poi poco a poco imparano a guardare. Lasci correre lo sguardo fino ai rifugi dove sei già stato e un po’ ti dispiace che i gironi della vacanza siano trascorsi. Come non sentirsi parte di tutto questo. Sentire che non c’è bisogno di dire alcunché, non servono parole. Devi lasciare che la tua anima faccia suo ciò che i tuoi occhi vedono. Devi permettere a queste vette di entrarti dentro. Devi sentire nel tuo cuore il silenzio che lassù regna sovrano. Devi percepire e fare tuo quel senso di bellezza eterna, immutabile, insondabile. Un’immagine di bellezza che deve diventare paradigma per la tua anima. Bellezza che è silenzio, pace, gioia, forza. Devi permettere che il tuo pensiero si annulli e la tua anima muta partecipi di tutto questo. Questo è per me ciò che deve darti camminare in alta montagna. Devi essere capace di stupirti.
    Non il senso di conquista ma il senso di pace. Non sfida ma rispetto. Non conquista ma senso di partecipazione vera, intima con questa terra. Questa terra che è la sola casa che abbiamo. Forse questo succede anche in altri luoghi altrettanto magici ma per me in alta montagna l’emozione è più intensa. Forse deriva dal fatto che i monti per me sono venuti prima.

    Spesso mi sento chiedere “Ma a che serve tutto questo. Tutta questa fatica. Ci sono le seggiovie, le funivie? . Arrivi, pranzi, scatti le fotografie di rito e torni a casa. Puoi dire ci sono stato. Bello” . Di solito a chi mi fa questa domanda io rispondo “non serve a nulla, proprio a nulla”. Talvolta mi limito a sorridere per la pena che ho per loro. Nascondo la rabbia. Vorrei che questa gente potesse non arrivare qui. Che ci viene a fare?

    Il solo commento che senti fare è “Bello”. La loro anima rimane muta non perché incantata ma perché nulla ha da dire.

    hesse

  3. melogrande ha detto:

    Condivido sensazioni ed emozioni, per me la montagna è venuta tardi, ma l’ amore adulto è più maturo , no ?

    …e per comunque, non sbagliare, i giri di cui parli li ho fatti TUTTI…

  4. utente anonimo ha detto:

    Forse si.
    Credo rimanga nel cuore.

    hesse

  5. utente anonimo ha detto:

    Hai dato parola al mio garbuglio di pensieri 🙂
    Condivido appieno!!

  6. melogrande ha detto:

    E’ un grosso complimento, anonimo, ti ringrazio (chi sei ?)

  7. larpaderba ha detto:

    Non avevo letto questo tuo post: il tempo per regalarsi il piacere di leggere con calma tutte le cose belle che si incontrano è sempre troppo poco!!!
    Le cime si guadagnano con sudore e pazienza: proprio il contrario del “tutto e subito” che così spesso perseguiamo!!!

    P.S.
    Non intendo essere scortese, ma … non riesco a trattenermi dal fare una piccola (e molto molto molto soggettiva e opinabilissima) notazione: perché hai tirato in ballo le “macine” del Mulino Bianco???
    Parliamoci chiaro: a me piacciono e sono state nella colazione di mio figlio per anni, però… il “mondo” del Mulino Bianco nel mio immaginario rappresenta quanto di più artificioso, innaturale, alterato ed effimero ci possa essere, per cui … vederlo accostato alla montagna… non mi garba molto. A presto!

  8. melogrande ha detto:

    Non sei scorterse, ci mancherebbe.

    Il motivo è puramente tecnico.

    Volevo dare l’ idea di qualcosa che si impregna in profondità senza tuttavia disfarsi, usando un’ immagine il più possibile familiare.

    Ora, nella mia (non esagerata) esperienza, la macina è di gran lunga il biscotto che si inzuppa meglio nel caffè…
    Non ho trovato altro !

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