Giocare al Teatro

Al fondo della magia del teatro.
Alla radice del suo ostinato sopravvivere dopo venticinque secoli.
Fino all’ ottocento cosa si poteva fare la sera senza tv ?
Si poteva andare a teatro se si stava in un posto grande abbastanza, oppure aspettare che una compagnia di attori girovaghi passasse per il paese, se si viveva in posto piccolo.
Ma adesso ?
Al fondo della magia del teatro.
Al fondo ci vedo un gioco, anzi come un’ estensione al mondo adulto del più vecchio fra tutti i giochi dei bambini, il “Facciamo finta che…”
Facciamo finta che io sia il re, tu la principessa e lui fa il cavaliere nemico.
E’ questo è il patto che si scambiano attori e spettatori a teatro.
Facciamo finta che….
E siccome è un gioco, o l’ evoluzione di un gioco, non serve molto per suggellare questo patto.
 
Proprio come da bambini, siamo perfettamente disposti ad accettare un manico di scopa al posto del cavallo ed una spada di legno per uccidere il mostro.
A teatro.
Non siamo disposti ad accettare le stesse cose al cinema, lì pretendiamo realismo, un cavallo deve essere un cavallo, non un manico di scopa, e se la sceneggiatura prevede un cavallo che vola, io voglio vedere un vero cavallo e sullo schermo voglio vederlo volare in modo convincente.
E’ tutto un altro genere di gioco, il cinema.
 
Al teatro, invece, fedeltà e realismi di ambientazioni, scenografie e costumi non sono la cosa più importante. Al contrario.
Confesso addirittura che le sceneggiature faraoniche, i costumi preziosi non mi fanno impazzire, mi lasciano freddo, anzi, diciamola tutta, mi infastidiscono pure un po’.
E’ come se sentissi che si sta perdendo il punto centrale della faccenda.
Come trovarsi da bambino a giocare a “facciamo che…”con dei bambini molto ricchi e viziati, che hanno tutto, le automobiline elettriche vanno davvero invece di quelle a pedali, la cucina giocattolo che cucina davvero, la bambola coi vestiti di broccato.
Eppure non si divertono così tanto, e si vede pure, che non si divertono.
Perchè il gioco che si faceva da bambini non era affatto questo.
L’ elemento centrale del gioco era riuscire ad essere credibili e convincenti usando il minimo di mezzi possibili. Il gioco ce lo mettevamo noi con la fantasia, facendo diventare le fave monete o apparecchiando la tavola coi sassi per fare il pane.
Era quello il bello, vedere il genio con cui il più bravo trasformava un ramo in una capanna, o la tovaglia in una vela, e tutti sorridevano perché sì, strano a dirsi ma visto così quel ramo sembra proprio una capanna e la tovaglia “fa nave”.
Non ci sarebbe piaciuto di più avere una vera capanna o una nave.
Avrebbe castrato la fantasia. tolto il meglio del gioco.
“Inventare” la capanna che non c’era. Questo era il cuore della faccenda.
 
Questo mi viene da pensare ogni volta che vedo uno spettacolo del Teatro Libero a Milano.
L’ ultimo era una versione molto dark e leggermente horror del Macbeth, ottenuta con una mezza dozzina di sai, un po’ di luci ben dosate, musica violenta e malata quanto basta a trascinare lo spettatore in un doppio incubo, l’ incubo dell’ assassinio e l’ incubo del rimorso.
Visioni. Deliri. Convulsioni.
Scene che piacerebbero a  David Lynch.
Nient’ altro.
Senza i costumi regali, senza i cortei, senza i castelli ed i campi di battaglia e le comparse a decine.
Ma con talento e fantasia da vendere.
Ed illuminando lo spirito vero della tragedia, quello che ti rimane in testa quando hai chiuso il libro e dimenticato i nomi dei personaggi..
Efficacissimo.
Come molti spettacoli di D’ Elia che mi è capitato di vedere finora.
Uno davvero bravo ad inventare questo tipo di gioco.
E non è amico mio.
Non lo conosco nemmeno.
Giuro.
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3 commenti su “Giocare al Teatro

  1. utente anonimo ha detto:

    « Non gl’immobili fantocci del Presepio; e nemmeno ombre in movimento. Non sono teatro le pellicole fotografiche che, elaborate una volta per sempre fuor dalla vista del pubblico, e definitivamente affidate a una macchina come quella del Cinema, potranno esser proiettate sopra uno schermo, tutte le volte che si vorrà, sempre identiche, inalterabili e insensibili alla presenza di chi le vedrà. Il Teatro vuole l’attore vivo, e che parla e che agisce scaldandosi al fiato del pubblico; vuole lo spettacolo senza la quarta parete, che ogni volta rinasce, rivive o rumore fortificato dal consenso, o combattuto dalla ostilità, degli uditori partecipi, e in qualche modo collaboratori. »(Silvio D’Amico – Storia del tetro) «Il cinematografo non ha niente a che vedere col teatro. L’attore quando muore deve morire. Basta! Deve sparire! Non deve lasciare quest’ombra, questa falsa vita».(Eduardo De Filippo) ———————————————–Avevo quindici anni quando ho scoperto il teatro ed era vero teatro. Era il teatro di Strehler . Era la Tempesta di William Skaskepeare . Mi ricordo ancora Tino Carraio e Giulia Lazzarini. Scenografia essenziale, minima. Le voci. Il testo. Il mio sapere già di quel testo. Poi sono stati Beckett , Brecht, Shciller, Pirandello, Goldoni, D’Annunzio, Sofocle, Eschilo. Ancora Strehler. Poi Bosetti, Lavia, Sbragia e Kemp. Al Lirico, al Piccolo, al Carcano. Ma torniamo alla magia del teatro, al gioco del fare il teatro. Forse la magia nasce dal fatto che attore e spettatore si fanno complici e tacitamente, sospendendo le regole che governano le loro esistenze, si prestano entrambi ad una sorta di gioco. Gioco che è il tentativo di dare senso a ciò che non necessariamente lo possiede o rivela: la condizione umana.Prediligo scenografie minime perché in questo caso ho la sensazione che su un palcoscenico che reclama la propria nudità, il suo essere luogo della parola più che degli accadimenti esterni, luogo dell’ascolto la parola si fa viva, il pensiero corre, la mente rievoca ciò che del testo sa, l’immaginazione crea lo spazio ed il tempo della rappresentazione ed insieme all’attore ne traccia i confini ed ecco che impercettibilmente il gioco diventa credibile. Ma perché gioco magico? Forse perché l’uomo che viene messo in scena è un uomo libero, un uomo di cui viene rappresentata la libertà intesa come sviluppo delle motivazioni interiori del suo agire. Va da sé che la cosa funzione se l’attore ed il regista sono bravi. Altra magia quella del cinema rispetto a quella del teatro. Nel secondo la funzione semantica prevale su quella espressiva.

  2. utente anonimo ha detto:

    commento 1 lasciato da hesse

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