In viaggio di nuovo.

Eccomi. In viaggio di nuovo. Un’ altra volta, come tante altre volte. Malinconico, introverso, ma non infelice. Perché è una terra di mezzo, il viaggiare, e nella terra di mezzo io ci sto quasi bene.
 
Non si è mai soli in viaggio.
Si è sempre in mezzo agli altri, in questa lounge nuova ed ipermoderna, come in tanti altri posti di passaggio, a prendere un caffè tedesco, uno spiedino turco oppure un gulasch. Cè tutto il mondo attorno, di volta in volta, un distinto signore indiano in abito gessato e turbante, un grosso anello d’ oro al dito, oppure un paio di sauditi in abito tradizionale bianco immacolato e la kefiya a quadretti bianchi e rossi. O una ragazza venuta da chissà dove stravaccata su divano, maglietta corta e piercing all’ ombelico. Non si è mai soli in viaggio.
Ci sono boutiques negli aeroporti, che vendono merci a prezzi maggiorati perché comprare è un modo per non annoiarsi, e loro confidano appunto nella noia dei viaggiatori. Ci sono tavole calde negli aeroporti. C’è un pub irlandese incongruo dentro l’ aeroporto di Dubai, c’è un banchetto che vende panini e bretzel dentro l’ aeroporto di Francoforte, c’è un bar con le ostriche ed i frutti di mare ad Heatrow. Ci sono chiese, cappelle e moschee. Ci sono angoli fumatori che sembrano ghetti per drogati.
 
Eppure si è sempre soli in viaggio.
Si è chiusi in una bolla, tutto il mondo è fuori, ma in qualche modo non mi tocca. Sono come un pesce che osserva la stanza da dentro la sua boccia. E’ come se la pelle diventasse più spessa e le parole, le immagini, i rumori arrivassero un po’ attutiti. Quasi le sensazioni alterate che si provano ad uscire di casa dopo una nevicata.
Mi muovo così, come un paguro che si porta dietro la sua conchiglia e ci si ritira dentro di tanto in tanto. Mi ascolto, mi vivo, certo un po’ mi coccolo, autocentrato come sono, con un po’ di indulgenza.
Vivi in un tempo sospeso che è solo mio perché è un tempo di transito, perché non è tempo di lavoro che appartiene ad altri, e neppure tempo a casa. E’ tempo perduto, tempo che non appartiene a nessuno. Non ho vincoli, non ho obblighi, non ho scadenze finché non chiamano il volo. Nessuna aspettativa da soddisfare.
Che volete da me ? Sto viaggiando.
 
L’ aeroporto di Francoforte mi piace in modo particolare, ordinato, pulito, ragionevolmente efficiente. E non è freddo. Non è un risultato da poco, col mondo intero che lo attraversa. Lo vedo un po’ come se simboleggiasse questa modernità incasinata, in cui tutto si mette insieme e neppure gli abbinamenti più stravaganti destano più sorpresa. , anzi finiscono per creare una nuova normalità essi stessi.
Mentre aspetto il volo per Kuwait ed Abu Dhabi mi guardo intorno. Seduta alla mia destra c’è una giapponese sulla quarantina, tutta vestita di nero, una fede d’ argento all’anulare sinistro e le scarpe da tennis bianche. Sta leggendo un libro in giapponese. A sinistra, su una sedia vicino alla vetrata c’è una soldatessa americana, tuta mimetica ed anfibi kaki, i capelli biondi raccolti sulla nuca. Di fianco a lei, sdraiato di traverso su due poltroncine c’è il suo compagno, un ragazzo in abiti civili, pantaloni larghi e scarpe da ginnastica, berrettino nero con la visiera. Ha tutta l’ aria di essere un militare anche lui.
Non mi basta. Guardo meglio intorno. Accanto a me si siede un tedesco che più tedesco non si può, blazer blu coi bottoni di metallo, fazzoletto nel taschino. Si mette a leggere una rivista (tedesca). Sul risvolto della giacca ha un distintivo con le bandiere incrociate della Germania e degli Emirati. Va ad Abu Dhabi anche lui. Passa un giovane dai tratti inconfondibilmente arabi, naso aquilino, capelli neri e gli immancabili baffi. Gli arabi amano i baffi, non riescono a farne a meno. Poi scorgo un giovanotto nero, in felpa col cappuccio. Un marine anche lui ? E’ probabile. Di fronte è seduta una ragazza, di colore anche lei, i capelli tutti a treccine sottili, una tuta da ginnastica celeste, oversize, gli occhiali sul naso. Sembra Woopy Goldberg. Adesso mi accorgo che la giapponese ha un compagno, stanno parlando, un arabo, all’ apparenza. Adesso sono contento.
 
Si, perché la verità è che tutto questo non preoccupa affatto, al contrario, tranquillizza. Perché è esattamente quello che ci si aspetta di trovare in questo posto, perché una composizione diversa, che so una sala d’ attesa con soli arabi o soli tedeschi, quello si che mi preoccuperebbe, mi farebbe pensare a qualcosa di sbagliato, una confusione di voli, un’ emergenza a me ignota che ha convinto tutti gli altri a non partire, o chissà che altro. L’ omogeneità sarebbe anormalità, qui, mentre il disomogeneo è normale, un disomogeneo che non è caos, ma varietà, in cui le parti coesistono ma non collidono, non qui dentro perlomeno, ognuna rimane con la sua individualità caratterizzata, e la somma di tutte queste individualità ne forma una nuova, con la sua propria caratterizzazione fatta appunto di molteplice e non di semplice.
Se fossi un aeroporto mi piacerebbe essere Francoforte. Mi piacerebbe mantenere tutte queste facce, una diversa dall’ altra, e farle convivere senza scontri come le macchie di colore sulla tela che stanno vicine e fanno tutte parte del disegno, ma restano separate e diverse, e guai se si fondessero perché a mescolare insieme tutti i colori si ottiene un color merda insipido, altro che armonia.
E così pure, se fossi un mglione mi piacerebbe essere un maglione di Missoni con tanti colori dentro, non due o tre che si sa che stanno bene insieme, quello è facile e sono capaci tutti. No, vorrei proprio essere uno di quei maglioni in cui i colori sono tanti, alcune decine credo, non so bene come li fanno, ma il bello è proprio quello, riuscire a far stare insieme così tante cose senza che ci sia disarmonia, perché fra due colori che contrastano ce ne sono altri che mediano, che fanno da transizione, li riappacificano e li tengono insieme, così che quando uno li guarda non gli viene da dire “che casino”, gli viene da dire “è Missoni.
Questo mi piacerebbe essere.
 
Stanno chiamando il volo.
 
 
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7 commenti su “In viaggio di nuovo.

  1. utente anonimo ha detto:

    Fra qualche giorno molto probabilmente sarò di nuovo in viaggio. Di nuovo in volo.
    Il tempo in volo mi pesa sempre molto. In volo il tempo improvvisamente si arresta per poi altrettanto improvvisamente riprendere a scorrere in un altro luogo, secondo un altro ritmo, seguendo un altro fuso. E tutto questo senza che abbia avuto il tempo di abituarmici. Senza che ne abbia percepito il fluire.

    Questa sensazione mi prende già durante l’attesa nelle lounges degli aeroporti. Anche in quella della KLM ad Amsterdam. Lounge molto bella, accogliente, mi viene da dire “morbida”, quasi un guscio protettivo ma anche lì mi assale un senso di estraneità. Siamo tutti in attesa. C’è chi come me legge. Altri lavorano utilizzando il computer portatile (spesso anch’io lo faccio). Tutti telefoniamo. Altri ancora viaggiamo in rete. E poi c’è chi legge i messaggi di posta elettronica. Tutti lì in attesa ma in realtà tutti in altri luoghi. Tutti in un altrove fino a quando non viene annunciato l’imbarco del rispettivo volo. Mi guardo in giro e spesso mi chiedo ma chi siamo, dove andiamo, che ci facciamo qui? Ma così deve essere visto che tutti viaggiamo per lavoro. Ed allora come mi sembrano strani quelli che attendono un volo che li porterà in vacanza o magari verso incontri da lungo attesi. Ma che ci fanno qui? Qui in mezzo a noi così uguali gli uni agli altri.

    E poi ecco l’annuncio del mio volo. Controllo di avere tutto. Biglietto, passaporto. Sull’aereo per prima cosa cerco di dimenticarmi dell’orologio nel tentativo di dissipare la sensazione del tempo che non passa. Poche volte ci riesco. Leggo i libri che ho portato con me. Libri non acquistati all’ultimo momento in aeroporto ma scelti con cura tra quelli della mia libreria di casa o acquistati con calma nella libreria solita. Mi accorgo però molto presto che mi manca la concentrazione necessaria. Leggo ma in realtà la mente è assente e quasi senza pensieri. Studio le carte di lavoro. Mi abbandono ai miei pensieri. Dormo ma in aereo dormo male e sempre poco. Mi arrendo e mi lascio cullare da questo tempo che tempo non è. Mi lascio risucchiare da questo tempo che non è nemmeno tempo di veri pensieri. Un tempo vuoto, perso.

    Forse questo mio stato d’animo deriva dal fatto che in questi viaggi non sono mai in compagnia delle persone che amo, delle persone cui tengo davvero. Mai nel luogo di arrivo mi aspettano se non per lavoro.

    Ma il tempo passa comunque. Ed allora eccomi in un altro aeroporto. In un altro continente. In un’altra città. Altri ritmi di vita. Vivo, lavoro, corro. Mi guardo in giro. Cerco di capire per portare con me un po’ di questo mondo nuovo. Il tempo corre e le cose da fare, da vedere sono tante.

    Invidio un po’ Melogrande che invece sembra si goda meglio di quanto sappia fare io il tempo del viaggio. Un tempo che è solo suo, per un po’ privo di responsabilità. Un tempo in cui mi magari scrive qualcuno dei post che poi lascia su questo blog.

    Demian

  2. utente anonimo ha detto:

    Mentre scrivo, torno indietro e rileggo, riscrivo in modo diverso per trovare una migliore espressione e poi capita che rimangono parole di pensieri precedenti.
    – ———–
    Le sensazioni di cui ho scritto nel commento precedente mi accompagnano anche durante il volo di ritorno.
    Forse in questo caso però la cosa trova la sua ragione nel fatto che allora ho davvero fretta di tornare a casa, al mio mondo, ai miei pensieri veri.
    Tempo perso perchè impaziente.

    Demian

  3. Dilia61 ha detto:

    sento tanto vuoto e solitudine… in tutti e due i racconti

  4. utente anonimo ha detto:

    Dilia forse non ho espresso bene le mie sensazioni. Non c’è vuoto e solitudine.
    Sono viaggi di lavoro quelli di cui parlo ed allora queste sono le sensazioni che mi accompagnano nei viaggi che non ho scelto. Viaggi in cui capita di stare molte ore in una lounge ad aspettare la coincidenza per il volo intercontinentale.
    La sensazione è quella di vivere un tempo con modalità che non hai scelto. Un tempo lento, lungo del quale però non hai percezione che scorra. Un tempo in cui spesso io mi annoio. Solo questo. Ma sono viaggi che devono essere fatti. Sono viaggi di lavoro. Una volta arrivati a destianzione poi tutto riprende a scorrere. Spesso il ritmo di quelle giornate è frenetico. Incontri gente nuova, spesso anche simpatica o per lo meno interessante. Porti a casa con te sempre nuove sensazioni e un pò del nuovo mondo che hai visto.
    Credo che anche per Melogrande (per quanto ho letto) sia un pò come per me.

    Demian.

  5. melogrande ha detto:

    Io per la verità me lo cullo come un tempo sospeso, intimo, solo mio.
    Molte delle cose che scrivo nascono proprio in questo tempo.

  6. utente anonimo ha detto:

    Per questo dicevo che un pò ti invidio.

    Demian.

  7. Dilia61 ha detto:

    io non so se ci riuscirei….

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