Andare o stare

Ci sono due modi opposti ed inconciliabili di intendere la “felicità terrena”. E sono due modi che rivelano differenti sensibilità, differenti modi di essere e di porsi di fronte alla vita, differenti psicologie di chi li abbraccia. Il primo potremmo chiamarlo “felicità dell’ essere”. Chi la pratica tende a trovare gioia nella stabilità, nella persistenza delle cose. L’ eterno ritorno, il rincorrersi delle stagioni, i piccoli gesti quotidiani sono il cuore di questo modo di intendere la vita. Orazio, con la sua idealizzazione della Aurea Mediocritas ne è il cantore. Contentarsi di quel che c’è, ridurre le aspettative, apprezzare le piccole gioie quotidiane, il buon cibo, il vino, i fiori della primavera e le castagne d’ autunno, il rito del caffè ed il dolce la domenica.Una felicità intima come quella di Gozzano, fatta di piccole certezze e rituali quotidiani, lontano dall’ ansia e dall’ adrenalina. Da nessuna parte si sta meglio che a casa propria.

C’è dietro la dottrina dell’ eterno ritorno, i Lari che proteggono la casa, il privato, il culto di Vesta, la tranquilla vita coniugale. La villetta al mare d’ estate, un mutamento controllato che conduce ad una nuova stabilità, la familiarità coi vicini d’ ombrellone, le chiacchiere col barista.La seconda forma di felicità terrena è quella che potremmo definire “felicità del divenire”. Chi la pratica trova gioia nella novità, nella sorpresa, nell’ imprevisto. Il non sapere cosa ci regalerà la giornata, assaggiare un cibo sconosciuto, visitare un paese nuovo, imparare qualcosa ogni giorno, provare un brivido imprevisto. Chi aderisce a questo modo di sentire è un’ anima irrequieta, un viaggiatore quanto meno interiore, un nomade. La curiosità è la sua qualità, l’ irrequietezza il suo modo di essere, l’ insoddisfazione il suo problema principale. Mercurio è il dio del mutamento e del viaggio, un dio persino ladro e traditore.

Difficile trovare mediazione fra questi due modi di essere. Chi ama la felicità tranquilla mal sopporta l’ irrequietezza, e chi vive nel nomadismo interiore soffre l’ approccio dell’ altro, che appare campione di immobilismo, nemico della vita.

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5 commenti su “Andare o stare

  1. utente anonimo ha detto:

    Pascal – “Notre nature est dans le muovement »

    Ti voglio rivelare, Gilgamesh ho una cosa nascosta,
    il segreto degli dei ti voglio manifestare.
    Vi è una pianta, le cui radici sono simili a un rovo,
    le cui spine, come quelle di una rosa, pungeranno le tue mani;

    se raggiungerai tale pianta con le tue mani troverai la vita

    Gilgamesh parlò a lui, ad Urshanabi, il battelliere:
    ” Urshanabi, questa pianta è la pianta dell’irrequietezza;
    grazie ad essa l’uomo ottiene la vita…”

    L’irrequietezza come stato del cuore. Dinamicità dell’anima umana.
    Ribellione al comune senso di stabilità.

    Penso a quell’irrequietezza che nasce dalla necessità di accettare il cambiamento, il mutamento dell’anima, un nuovo sentire.

    Difficile condividere questo stato del cuore con chi non conosce il mutamento interiore o forse volutamente lo ignora.

    Difficile trovare un punto di incontro con chi ha scelto la stabilità, la tranquillità, le cose note.

    Ma è poi giusto cercare questa mediazione.

    E’ il mutamento che ci fa essere vivi. E’ proprio questa irrequietezza che ci fa scoprire il gioco incessante e sempre mutevole della vita.

    Obermann

  2. utente anonimo ha detto:

    …. né dolcezza di figlio, né la pìeta
    del vecchio padre, né il debito amore,
    lo qual dovea Penelope far lieta
    vincer potero dentro a me l’ardore,
    ch’io ebbi, a divenir del mondo esperto,
    e de li vizi umani e del valore.
    Ma misi me per l’alto mare aperto,
    sol con un legno e con quella compagna
    picciola, dalla qual non fui diserto….

    (Dante Alighieri, Commedia, Inferno, Canto XXVI)

    Demina

  3. utente anonimo ha detto:

    correzione: Demian

  4. ababarbra ha detto:

    sono figlia di mercurio ma anche uno spirito conciliante e se mi innamoro di un tipo che è il mio opposto riesco a mimetizzarmi al punto di diventare come lui: mi accontento dei viaggi interiori che amo fare in solitudine…per gli altri viaggi, quelli avventurosi…quando sono sola scalpito, soffro, ma non mi avventuro senza compagnia, in genere, se non trovo qualcuno con cui viaggiare, resto…

  5. melogrande ha detto:

    Ognuno ha il suo modo di tenersi in equilibrio, e se funziona c’è poco da dire.
    Io da parte mia mi sono accorto, un po’ troppo in ritardo forse, che questo mimetizzarsi con me non funzionava, che in realtà era un autoingannarsi, un convincersi a forza di stare bene quando non era così, fino a quando lo scalpitare è diventato piuttosto simile ad un esplodere…

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