Alla ricerca del senso perduto

Per chi non crede è un’ impresa pressoché impossibile trovare un senso del tutto autonomo alla propria esistenza. Nasciamo mortali, pezzi di divenire destinati ad essere riassorbiti nel nulla eterno. A che serve questo transito, di cui a noi non resterà nulla? A chi serve se non può servire a noi? Ciò che facciamo, ciò che impariamo, ciò che amiamo e odiamo, ciò che conserviamo dentro di noi, tutto questo è destinato a morire con noi. Ciò che rimane, ciò che può rimanere è solo ciò che sta fuori di noi, ciò che di noi resta negli altri. La nostra vita non può avere un senso per noi, ma può averlo per gli altri, ai quali diamo qualcosa, affidiamo un testimone, regaliamo un’ emozione o un sentimento. E’ come se la nostra esistenza fosse un mattone di una costruzione più grande che ha senso solo nell’ insieme di tutti i mattoni, e che questo senso lo manterrebbe anche se non dovesse essere mai finita, come la Sagrada Famiglia di Gaudì a Barcellona. Ciò che dà il senso è lo sforzo di costruire e non il risultato. A chi, esattamente, la nostra vita serve ? Può servire ai nostri figli, naturalmente, ma può ugualmente servire a chiunque entri in contatto con noi, se solo riusciamo a trasmettere qualcosa, come un messaggio, che resti dentro di loro quando noi non ci siamo. E’ una forma di permanenza molto limitata, si capisce, perché anche gli altri sono esseri mortali, di passaggio, né più né meno di noi stessi. Ma c’è la speranza che anche loro, a loro volta, qualcosa passeranno agli altri, in una specie di staffetta. A volte capita che qualcuno emerga un po’ di più, qualcuno capace di lasciare il suo messaggio in una bottiglia di vetro solido, ben tappata, così che il suo messaggio non venga lavato via troppo facilmente. Questo messaggio continua a galleggiare, ad essere visto, letto e trasmesso, generazione dopo generazione. Ma sono pochi eletti. Grandi artisti, pensatori, scienziati. Gente che scrive libri importanti. Per tutti gli altri c’è l’ oblio, dopo un tempo sorprendentemente breve. Il ricordo di noi come persone permane per due generazioni appena, noi ci ricordiamo dei nostri nonni, ma sappiamo poco o niente dei nostri bisnonni, magari ci resta qualche foto o qualche racconto, ma di solito nient’ altro. Non sappiamo chi fossero, che lavoro facessero, non sappiamo nulla del loro carattere, dei loro interessi, delle loro qualità. L’ eredità intelligibile che lasciamo è di breve termine, ciò che di noi può rimanere è l’ eredità inconscia, quella che rimane senza un ricordo, che sopravvive nel carattere e nel comportamento di quelli che seguiranno senza che nemmeno lo sappiano. E’ come se la nostra esistenza, un breve battito d’ ali di farfalla, potesse produrre un’ impercettibile variazione nell’ universo, impercettibile me non nulla, cosicché per quanto piccola la differenza sia, mondo dopo di noi non sarà identico a come sarebbe stato senza di noi.
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6 commenti su “Alla ricerca del senso perduto

  1. utente anonimo ha detto:

    “un mondo costituito in modo uniforme per tutti, [che] non è stato creato d un dio, né da un uomo; ma [che] è sempre esistito, esiste ed esisterà sempre, fuoco eternamente vivo, che si accende coni misura e si spegne con misura”. da Memoria del Mediterraneo – Fernard Braudel

    Da mondi più sublimi nessuna voce ha mai
    dato ai poeti o ai saggi la risposta,
    perciò i nomi di Dio, dei demoni e del Cielo,
    non sono che le tracce del loro vano sforzo, incanti fragili,
    che recitati non aiutano a staccare
    da tutto quello che sentiamo e che vediamo
    il dubbio, il caso e la mutevolezza.
    Soltanto la tua luce, come una nebbia sopra i monti, o musica che il vento della notte
    manda attraverso uno strumento immoto,
    o il chiaro della luna sulle acque,
    dà grazia e verità al sogno inquieto della vita.

    da Inno alla bellezza intellettuale – Percy Shelley – 1815/1816

    Il senso delle cose. Il senso vero, ultimo del nostro esistere ora e qui.
    Domanda che mi sovviene spesso. Anche oggi. Anche adesso che so. Anche se ho imparato ad accettare la Vita che si compie in sé: nasce e si richiude su se stessa.

    Domanda che talvolta vorrei non pormi. Domanda che è difficile ignorare. Domanda che reclama una risposta. O almeno il tentativo di una risposta.

    Ancora, inevitabilmente, si pensa a Dio.
    Se si crede in Dio tutto è già scritto, deciso. Certo ci sono i momenti di debolezza, di fragilità, di sconforto. Momenti in cui la fede vacilla ma le risposte ci sono e attendono solo di essere lette.

    Ma quale risposta per chi come me non crede?
    Ho cercato a lungo. La risposta che ho trovato non è confortante, non definitiva ma è la sola che mi sembra accettabile, razionalmente accettabile.

    Domanda che in me è nata molto presto. Ho cercato Dio ma non ho il dono della fede. Dentro di me non ho mai sentito Dio né in verità la necessità di un dio per spiegare tutto, dio come creatore del mondo, dio come senso ultimo di tutto.
    Un po’ più grande ho trascorso lunghe giornate con teologi seri (conosciuti grazie al mio professore di filosofia) ma queste giornate serie e belle non mi hanno dato la fede né mi hanno permesso di accettare Dio su un piano razionale.
    Ricordo ancora con gioia e gratitudine Ignace de la Potterie (esegeta gesuita e membro del Pontificio Istituto biblico) e PierAngelo Sequeri.
    Da quei colloqui sono uscita avendo capito che Dio è Amore e come tale fonte di ogni cosa, come tale necessariamente creatore del mondo (allora mi veniva da pensare all’Uno di Plotino). Avevo capito ed accettato su di un piano filosofico e teologico.
    In quei giorni leggemmo Giovanni, vangelo meraviglioso, colmo di fascino, di simboli, di luce.
    Dio però dentro di me continuava a tacere o forse io continuavo ad essere sorda. Quasi a dirmi: è Dio che ha rinunciato a me.
    Le fede è un dono.
    Ed allora niente Dio ma la domanda rimaneva. Anzi si faceva più pressante. Crescevo, maturavo.
    Un girono (intorno ai diciassette diciott’anni) un amico mi regalò un libro che non conoscevo affatto. Era “Il caso e la necessità” di Jacques Monod. Era un libro scientifico non filosofico (Monod era un biologo). Non so se Monod fosse credente o meno. Confesso che un sacco di cose non le ho capite (e forse non le capirei nemmeno oggi) . So per certo che il mio amico regalandomi quel libro non pensava a questioni filosofiche od esistenziali di qualsivoglia natura ma in me questa riflessione trovò terreno fertile. Questo mi interessava allora non le molecole. Oggi molto di ciò che là è scritto è stato rivisto (credo siano passati trentacinque anni da quando è stato scritto forse qualcosa in più) ma questo conta poca. Ciò che conta è il punto di partenza.

    Il Caso e la Necessità. Risposta dura, tutt’altro che tranquillizzante ma ipotesi accettabile, razionale, spiegabile.
    Il Caso e la Necessità. Era fatta. La risposta c’era. Rimaneva ancora aperto la questione del senso del nostro esistere, delle cose che facciamo, impariamo, amiamo. Forse era anche più difficile.
    Per un po’ sembra impossibile dare senso alla vita se la vita è un accidente necessario. Dentro di me tutto era a soqquadro.

    Cerchi nel tuo cuore, scandagli l’anima, i pensieri corrono ma quel senso di stordimento forte rimane, non se ne va. Le cose però non cambiano: il Caso e la Necessità. Da lì si parte. Allora capisci che devi smettere di cercare un senso dietro le cose, il senso ultimo dell’esistenza perché sai che tutto inizia qui e qui si compie. Non c’è altra terra, non c’è altra sapienza, non c’è altra rivelazione. C’è solo la terra. Questa terra. Non c’è da capire ma da accettare.
    Capisci allora che la vita ha senso in sé. Ciò che fai, ciò che impari, ciò che ami acquista un senso (forse meglio dire significato) assolutamente tuo. Non si tratta di un senso universale, valido per sempre bensì di un senso che nasce solo dal tuo sentire. Un senso difficilmente condivisibile, forse anche incomunicabile ma questo non è importante.

    Non illudiamoci: non si è immuni dai momenti di sconforto. Talvolta si rimane con la testa tra le mani. Vorremmo Dio, ma Dio non c’è.

    La domanda successiva è: cosa resterà di noi? ma di questo già si è detto.

    Non avrò mai risposte valide per tutti, ultime. Consapevole della finitezza dell’uomo.

  2. melogrande ha detto:

    Il caso e la necessità ha un posto d’ onore nella mia biblioteca.
    La biologia ha fatto molti progressi in questi quarant’ anni, ma il meccanismo della vita sempre quello resta.
    Il caso delle mutazioni e la necessità della selezione.
    Darwin spiegato col DNA. Uno si quei libri che cambiano davvero la vita di chi lì legge.
    E magari si passa la vita asperare che non sia così.

  3. utente anonimo ha detto:

    commenti 1 da hesse

  4. melogrande ha detto:

    …non avevo dubbi…
    ; )

  5. utente anonimo ha detto:

    Platone, ossia perché

    Per motivi no chiari,
    in circostanze ignote
    l’Essere Ideale smise di bastarsi.

    Dopotutto poteva durare e durare all’infinito,
    sgrossato dall’oscurità, forgiato dalla chiarezza,
    nei suoi giardini di sogno sopra il mondo.

    Perché, diamine, si mise a cercare impressioni
    in cattiva compagnia della materia?

    Che se ne fa di imitatori
    mal riusciti, sfortunati,
    senza prospettive per l’eternità?

    Una saggezza zoppa
    con una spina conficcata nel tallone?
    Un’armonia fatta a pezzi
    da acque agitate?
    Il Bello
    con dentro budella sgraziate
    e il Bene
    – perché con un’ombra,
    se prima non l’aveva?

    Doveva esserci una ragione,
    anche se all’apparenza irrilevante,
    ma questo non lo svelerà neppure la Nuda Verità
    occupata a rovistare
    nel guardaroba terreno.

    Per non dire di questi orribili poeti, Platone,
    trucioli che la brezza sparge da sotto le statue,
    rifiuti del grande Silenzio sulle vette…

    Wislawa Szymborska

    Obermann

  6. melogrande ha detto:

    …ehi…
    ma così non vale…

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